Tornano le campane

FULGURA FRANGO, MORTUOS PLANGO, VIVOS VOCO –  ( Spezzo i fulmini, piango i morti, chiamo i vivi).

Dopo più di un anno di assenza per restauri tornano alla Cattedrale di Castro le campane in bronzo del campanile. Quattro esemplari, di cui tre sicuramente fusi dalla fonderia Nicola Giustozzi e figlio di Trani, che operò dal 1936 alla metà del 1980.

Sono quattro campane di dimensioni diverse tutte piuttosto recenti:  la più piccola e più vecchia è quella del 1949 fusa con contributi del canonico Oreste Stincone e del popolo di Castro. Le altre due, quasi uguali per dimensione del 1969 e la più grande, e anche la più recente  delle quattro, del 1975.

Non è detto che campane così recenti siano la volontà di ricreare un arredo di campane perso o spogliato nel periodo bellico. A volte si provvedeva alla rifusione delle vecchie che si erano fessurate o rotte e lo si faceva con il vecchio bronzo tanto che nella storia campanaria si continua a chiamare con lo stesso nome la campana anche dopo la rifusione completa. Una campana rotta non può essere aggiustata, per cui nel caso delle campane dell’Annunziata parliamo di un intervento di pulizia (e di rifacimento di tutti i sistemi del campanile) e una doratura dei decori.

Le tre campane più grandi furono fuse a Trani in via Imbriani nella piccola fonderia di Nicola Giustozzi. Da Traniweb abbiamo ricavato una vecchia foto del cavalier Giustozzi al lavoro e anche una foto della sua officina, una vecchia palazzina buttata giù nel 2008 per farci delle palazzine nuove.

Delle campane di una chiesa si hanno in genere molte informazioni perchè il costo di una nuova campana non è indifferente per via dei metalli pregiati che la lega richiede. Quasi sempre si trova un contratto vero e proprio, e nel caso di rifusione l’indicazione esatta del peso della campana fornita. Ogni fonditore e ogni committente, poi, ci teneva a incidere il proprio nome e pure l’anno di fusione non mancava mai. Fino al settecento la fusione avveniva in loco, alla base della torre, per evitare i costi del trasporto. Fonditori itineranti provvedevano in loco a costruire la fornace di fusione e il calco di colata. Spesso il paese si spogliava di rame e stagno con raccolte collettive.

Compresa la piccola campana esterna sommitale rimasta al suo posto la dotazione di campane della cattedrale di Castro dovrebbe essere oggi di 5 campane. La regola vuole che un convento ne abbia almeno due mentre una chiesa almeno tre. Con più campane intonate su note diverse si possono suonare motivetti (in concerto). Nel corso degli anni, via via, ogni autorità civile e religiosa ha imposto delle regole sull’uso delle campane.

Martedì prossimo inizierà il rimontaggio nella sede del campanile e speriamo di avere un po più di tempo per raccogliere qualche informazione sulla storia delle campane e del loro restauro. Magari proviamo a registarne il suono e ad esplorarlo con un analizzatore di spettro per leggerne le note fondamentali e le armoniche. Una campana è in grado di reggere la nota per più di un minuto e se molto spessa (pesante) riesce a sostenerla anche oltre.

La nota fondamendale dipende principalmente dal diametro, per cui a diametri maggiori corrispondono note più basse nella scala delle frequenze, dal suono basso, cupo. Più sono piccole, invece, e più salgono di nota o cambiano di ottava, suonando acute e squillanti. La sonorità è frutto della presenza di stagno nella lega, un bronzo con  78 parti di rame rosso e 22 di stagno bianco,  che altrimenti se fusa completamente in rame il metallo sarebbe troppo sordo; un eccesso di stagno però la renderebbe fragile per cui la composizione varia di poco rispetto alle proporzioni 78-22.

Nella tradizione italiana, la campana nasce intonata già dalla fusione. Rispettando vecchie regole sulle dimensioni la campana viene fuori già intonata sulla nota fondamentale desiderata. Nel resto d’Europa si usa procedere con la successiva tornitura per correggerne la frequenza. Della campana, in realtà, noi non sentiamo solo la nota principale ma la somma di tutte le armoniche dovute alle vibrazioni che percorrono in tanti modi possibili il mantello. La vibrazione più importante corrispondente all’oscillazione dell’orlo del mantello in direzione della percussione, di maggiore potenza e di nota più bassa (fondamentale) e almeno cinque-sei vibrazioni secondarie di diversa energia (armoniche) che impastate insieme danno il timbro (bello o brutto) della campana. Ci sono armoniche di frequenza giusta che rendono il suono gradevole ed altre così e così. A Castro il suono delle campane non piaceva a tanti.

Attualmente le campane sono custodite all’interno della chiesa e chi vuole vederle da vicino e toccarle ha una occasione irripetibile.

Il restauro è stato eseguito presso la Fonderia Pellegrino Paolo in Squinzano che ha provveduto a tutta l’operazione di restauro anche dei meccanismi della torre campanaria. Sono stati, difatti, sostituiti  i sistemi di sospensione in legno delle campane che sono state bloccate definitivamente in posizione fissa. Di fatto, pur essendo alcune montate libere di basculare sui supporti in legno e con la classica leva di rimando per la suonata a corda, le campane o erano ormai da molti anni prive o di leva, o di corde o suonate soltanto col martelletto elettrico.

Dal sito della Fonderia Pellegrino abbiamo recuperato alcune foto sullo stato del campanile come si presentava un anno e mezzo fa, con ancora i supporti mobili e la leva di dondolamento in legno che ormai non erano utilizzati in quanto il tocco era dato azionando a mano il battacchio o col martelletto elettrico.

La dimensione delle forature del campanile, e forse anche lo stato di salute incerto della struttura muraria, avrà sconsigliato di conservare il dondolamento delle campane.

In questa vecchia foto del dopoguerra è ancora possibile vedere il campanile col doppio orologio con una postazione terminale per due piccole campane di cui una, si racconta e dalla foto pare vero, fosse un bossolo di cannone. La guerra è sempre stata la rovina delle campane, più che gli incendi e i crolli dei campanari. Bonaparte concesse una sola campana a parrocchia, il resto lo fuse per farci cannoni per campi di battaglia. La sola seconda guerra mondiale portò alla distruzione di almeno 13.000 campane quasi tutte confiscate per lo sforzo bellico. Le date riportate sulle quattro campane (1949-1969-1975) testimoniano la volontà di riempire la vecchia campanaria al termine della guerra.

Al contrario del campanile di Ortelle che non solo fu risparmiato dalla confisca dell’ultimo conflitto mondiale ma addirittura ottenne le due campane con la fusione di alcuni cannoni del castello di Castro, dapprima presi per armare Lecce dai ribelli antiborbonici e poi abbandonati per strada.

La scelta delle campane da requisire era affidata alle soprintendenze locali escludendo dalla confisca le campane fuse prima del 1550 e quelle di particolare pregio artistico o storico. I vescovi avevano l’obbligo di stilare l’elenco delle campane con la descrizione della geometria, dei decori e delle iscrizioni delle campane più recenti che a loro giudizio meritassero tutela. Probabilmente le vecchie campane di Piazza Vittoria non appartenevano ne alla categoria delle campane antiche ne a quella delle particolarmente artistiche. La confisca delle campane per approvvigionamento bellico avvene  con un certo ritardo in Puglia (1943) e molte campane scamparono a un triste destino.

Ancora una foto cronologicamente successiva, ancora col doppio orologio. Per il montaggio delle tre campane più recenti (due del 1969 e una del 1975), le più pesanti in assoluto, si rese necessaria l’incatenatura delle pareti della Torre Campanaria che presentava sul lato di tramontana una fenditura verticale per quasi tutta l’altezza della facciata.

FULGURA FRANGO, MORTUOS PLANGO, VIVOS VOCO – il motto in latino tradizionalmente riportato sulle campane medievali e anche dalla famosissima fonderia Giustozzi di Trani. Fulgura frango ( spezzo i fulmini )  per la credenza popolare che il suono delle campane fermasse la grandine, i temporali e i fulmini.

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