Testimoni: il Bibito

Ancora un secondo articolo sulla vite che più non fu, almeno su questo versante adriatico del Salento meridionale dopo i danni della fillossera. Sarà un articolo puntuale, quasi ad personam, ma che nella sua singolarità riassume la speranza di una rinascita colturale, quasi una via di uscita alla dittatura della foglia del tabacco a cui fummo incatenati e di cui oggi restiamo dolorosamente orfani. La testimone è fissata da più di 40 anni a un muro, mentre sopravvive all’assenza dell’uomo che la piantò e se ne curò, anche se quella sua creatura per frutto non fu certo il figlio di cui essere più orgoglioso.
Storpiata nel nome di battesimo, fatto che per anni mi ha impedito di saperne la storia e la ventura, fu il frutto dei sopravanzi di alcune piantine dopo l’impianto di una nuova vigna nei primi anni ’70 appena fuori Ortelle. Fu piantata, insieme a una sorella, ai bordi di un ortale e venne chiamata Bibito e di cognome Francese. Pochi grappoli nerissimi, spargoli direbbero gli esperti, con acini molto piccoli, pochi per farci il vino, modesti per una uva da tavola decente. Già l’estrema resistenza alle malattie che seppellirono tante piante vicine più giovani di lei, la strana foglia che si apriva di questi mesi doveva far nascere qualche dubbio sulla sua identià. Non Bibito ma Ibrido che aggiunto alla nazionalità francese ne viene fuori una pista per una nuova ricerca che si infila nei corridoi del web e porta all’arrivo anche in Italia dei frutti delle sperimetnazioni franco-americane su ibridi di vite degli anni ’50.


Furono cinque-sei varietà di viti ottenute con l’impollinazione della vite vinifera europea con specie americane alla ricerca del giusto mix tra qualità del vino e resistenza alle malattie della pianta. Partendo dalle viti selvatiche americane, già ampiamente note in quanto utilizzate come portainnesto (barbatelle) per la vite vinifera europea, che crescevano nelle fredde regioni del nord-est americano, una serie di instancabili ricercatori combinarono in tutti i modi possibili le varie specie di viti (vinifera, riparis, berlandieri, labrusca, ecc..) alla ricerca del mix perfetto.

Il precedente più famoso era l’ibrido, probabilmente spontaneo dell’uva Isabella, meglio conoscita come uva Fragola. Una varietà che ancora oggi si sceglie se si vuole un bel pergolato, forte, vigoroso e che non si ammala di nulla. Una sperimentazione che poteva impegnare un agronomo per tutta la vita, perchè dopo aver combinato i DNA di due piante se ne doveva aspettare la produzione del frutto per un giudizio di qualità. Perchè ogni seme ottenuto dalla impollinazione tra specie o varietà diverse è diverso dagli altri e quindi la piantina da seme che se ne ottine. Milioni di piantine cresciute e testate e poi reincrociate tra specie originaria e idrido figlio, fino a idridi con un albero genealogico da far impallidire una vecchia casata reale spagnola.

Oggi siamo nella fase di questo sforzo di ibridazione giunto a prodotti detti di quarta generazione ma che ormai si avvale dell’esame diretto dei caratteri genetici ( e in altri settori anche della manipolazione genetica) che non ha bisogno della maturità in pieno campo per avere un giudizio sulla qualità del prodotto finale e sulla resistenza della pianta.

I cataloghi dei vivai sono pieni di varietà “resistenti” ed altri ibridi tra cui le più richieste uva da tavola apirene (senza seme). Da quegli anni ’50 ad oggi di quel genitore selvatico resta ben poco: la ricerca della boccata del vino europeo ha portato e ridurre, incrocio dopo incrocio, la parte americana che portava inevitabilmente a quel sapore fragolino che a molti non piace.
Lei fu messa sul mercato nel 1963 e si chiamava Chambourcin e con tanti altri nomi più tecnici con cui il suo selezionatore l’aveva schedata alla nascita del

primo esemplare stabilizzato. Perchè non basta aver ottenuto un esemplare da un incrocio che abbia buone qualità commerciali ma bisogna accertarsi che tali caratteri siano stabili.

Da quel momento, come sappiamo, la vite non viene riprodotta più per seme (via gamica) e con l’incrocio dei pollini, ma col sistema universale della talea o dell’innesto (via agamica). La perduranza dello standard dal ceppo genitore fino all’ultima piantina nel mondo di quella varietà è sempre assicurata dalla riproduzione agamica.
Il battage pubblicitario di questi nuovi primi ibridi fu tale che molti vignaioli credettero di aver trovato la quadra tra qualità e spese di produzione che molti decidesero di impiantare i vecchi campi anche qui nel Salento deserti dall’inizio del secolo con questo promettente fenomeno. La delusione fu totale e di quelle varietà se ne è persa pure la memoria. Resistette solo lo Chambourcin in qualche ortale, degli altri si disse che facessero tanto schifo come uva da tavola quanto come uva per vino. Un migliaio di Chambourcin mi risultano piantate anche nell’agro di Marittima e non molto tempo dopo espiantate per essere ssotituite da Negramaro. Anche a Marittima nella volgata comune era Bibito.


Ma la paura in Italia, già prima dei primi raccolti, fu tanta che per legge se ne impedì la vendita del vino con l’alibi della possibile truffa ai consumatori per un vino che non fosse prodotto da vite vinifera additato sempre come troppo “volpino” nel sapore e forse portatore di metanolo. Come per il vino prodotto dalla vecchia uva fragola ne era vietata la vendita col semplice titolo di vino ma ne andava indicata in etichetta l’origine di vino ibrido. La realtà è che i natali del selvatico ambientato da milioni di anni nei climi più freddi avevano generato dei discendenti capaci di restare anche a temperature invernali glaciali senza danni e quindi si rischiava per la viticoltura italiana (ma anche francese) di spostare la latitudine della coltivazione della vite dal caldo Mediterraneo verso nazioni europee del nord poco vocate fino ad allora per ragioni climatiche.

Tant’è che l’alieno Chambourcin andò a sposarsi con un’altra varietà vinifera in Germania formando il Regent, un ibrido il cui vino i tedeschi tollerano anche con l’etichetta di vino.
In Francia di questo loro capolavoro restano sole poche centinaia di ettari, e molte di più in AUstralia e anche in Cina. In America invece, intorno al lago

Ontario, luogo di nascita del selvatico di incrocio di origine, quelle varietà ibride figlie delle sperimentazioni degli anni ’50 sono ancora piantate e coltivate e i vini commercializzati con positive referenze dei sommellier americani. Non poteva essere diversamente per le regioni del nord-est americano che non avevano mai avuto piante commercialmente valide di vite con inverni glaciali. Su Youtube di video su vigne Chambourcin se ne trovano molti, confermando una pianta molto vigorosa, che in primavere ed estati piovose possono essere coltivate anche con una doppia coppia di alti cordoni speronati sovrapposti con i nuovi tranci ricadenti verso terra.

Del Chambourcin non sono noti i quarti con certezza, in quanto tra le pregresse ibridazioni ( noiosi e ripetuti incroci di viti europee come Aramon e Alicante Bouchet con incroci complessi di uve selvatiche americane come lo Jager 70 a sua volta derivato da ibridazioni di vite Rupestris con vite Lincicumii ) eseguite con semi peraltro non certi già nel 1860 da Albert Seibel e poi riprese da Joannes Seyve negli anni ’50 fino all’ottenimento della stabilizzazione della varietà che prese il nome della cittadina di Chambourion in Francia, di Ibrido francese in Italia e di Bibito per mio padre.


Condannato da mezzo secolo come appestato dalla legge italiana e schifato come un alieno dalla biodiversità locale, si crogiola vecchio e spensierato al sole

salentino libero da potature e legature.
In questi anni di “agricoltura ecocompatibile”, un po perchè i consumatori non vogliono più troppa chimica negli alimenti un po perchè ai vignaioli i prodotti fitosanitari fanno salire troppo i costi, è tornata la moda del vitigno “resistente”, quello che non si ammala al piede e nemmeno alla foglia e le maglie della legge sulla commercializzazione di vini prodotti da ibridi si sta allentando. Se si ha pazienza il tempo è galantuomo.

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