In una delle rare masserie delle nostre campagne, così poco estese e piene di tanti piccoli centri abitati da rendere praticamente inutile la costruzione di un modello agro-architettonico che si riscontra comunemente in tutto il mondo agricolo, mi ritrovo in un piccolo museo di botanica.

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La masseria è del 1823, una data è ben incisa sull’architrave di una porta principale. Reca una strana incisione: “DARA AD 1823”

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Stancatosi l’occhio professionale sulle strutture edilizie, lo sguardo curiosa tra i resti di quello che fu probabilmente un piccolo giardino botanico. I resti di un giardino d’inverno, protetto da altissimi muri su tutti i lati con un vero e proprio corpo di guardia all’accesso, con alberi di agrumi che stentano a morire nonostante ogni possibile offesa, e anzi ricacciano da terra. Mandarini, aranci, agrumi di varietà ormai scomparse dai banchi dei mercati.

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Poi alberi di glicine, palme, cachi, nespoli, canne, fichi, e un piccolo albero di cachi nani, coi frutti ancora raggruppati in piccolissime bacche, grandi come ciliegie, mature e saporite. Probabilmente è una ricacciata dalle radici del selvatico di cachi (lodo), mai innestato.

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E poi altri essenze vegetali che senza le foglie mi risulta difficile inquadrare.

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1823, a Napoli c’erano i Borboni e dalle Cine tornavano strani fiori e strane piante, e anche i signorotti di campagna ortellesi amavano i piccoli vezzi della moda corrente.

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