Tira forte il vento della nostalgia. Desideri di alberi genealogici, raccolte di foto e storie del passato soffiano sempre più forti su questo inizio di millennio. I sociologhi ci diranno un giorno perchè il mondo si chiude sempre più sui ricordi.

O siamo solo noi che invecchiamo ?, e da generazione spendacciona trasciniamo questo business da bianco nero?

Da Blog PP – ProMemoria

Le società che si occupano di genealogia finora erano confinate al mondo americano, a soddisfare i bisogni di un popolo senza radici. Da qualche anno vendono i loro servizi anche in Europa e curiosando sui noti siti di album familiari pare che abbiano sbancato anche nel mondo arabo.

Siamo sempre stati amatori del vecchio e dell’antico, ma in genere solo di quello di un certo valore. Raccogliere vecchie foto o cartoline è sempre stato considerata una cosa da bancarella di mercatino. Raccogliere oggetti banali di uso quotidiano invece cosa da museo, e la storia quasi sempre raccontata per grandi ed illustri personaggi.

Più di dieci anni fa pubblicai i miei piccoli alberi genealogici. Quello di mio padre e quello di mio madre. Ognuno aveva la sua foto, tranne ovviamente i più vecchi. Erano anni che su Internet il professore universitario pubblicava senza vergogna il proprio curriculum e la propria foto. Era un mondo di adepti puri ed entusiasti.

Poi arrivò la massa e la diffidenza. Sparirono piano piano le foto personali. Un tizio mi inviò una email per chiedermi perchè pubblicavo quegli alberi genealogici personali senza duchi e senza principi. Una ragazza dell’Università di Pisa che studiava Sociologia mi fece una intervista e riempire un questionario.

Era già chiaramente gente ormai marcia. Non intuiva la semplice gioia di mostrare il proprio volto. Dall’inizio del ritratto e della fotografia l’uomo si è sempre esibito e ha voluto lasciare di se un segno o un ricordo. Scolpito nella roccia o in una maschera mortuaria, chi poteva, cercava di lasciare un segno.

C’è una sala nella Grotta dei Cervi di Porto Badisco dove sulle pareti centinaia di impronte di mani di grandi e bambini si sono impresse per lasciar detto “io sono stato qui”.

La fotografia nei primi anni di sviluppo ha assolto a questo fondamentale desiderio. Ore di preparazione e di trucco di interi nuclei familiari per essere rappresentati al meglio e coi loro legami di sangue. Foto più precise di tanti certificati e stati di famiglia. Nonni al centro, figli in piedi in alto e nipoti seduti sulle gambe o per terra.

Cercate nei cassetti, troverete la foto di vostro padre orgoglioso di essere fotografato, con lo sguardo diritto alla macchina fotografica. Guardate nei profili di Facebook dei vostri figli e vedrete una generazione di vigliacchi, immaturi e diffidenti. Su cento foto ne troverete solo un paio che vi guardano negli occhi sicuri e sinceri. Magari è solo una ragazza carina che si vuole far apprezzare.

Il resto è un mondo di acefali che non ha il coraggio di apparire col proprio volto. I sociologi un giorno ci diranno perchè questa massa si nasconde dietro profili impossibili, occhiali triplo formato, controluce, tagli pseudo-artistici e campi lunghi piani astronomici.

Intanto ci gustiammo la gioia di questi ritratti raccolti da Antonio Chiarello. Di gente che se li “tiravi” una foto ti chiedeva la cortesia di dargli il tempo di mettersi in posa e poi si lisciava i capelli, guardava nell’obiettivo e ti sfidava coi suoi occhi spalancati.

Nel nostro mondo di tre macchine fotografiche a testa e della fotografia digitale, se cerchi di inquadrare uno per fotografarlo, bene che ti vada ti scappa.

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