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Natale in corto

Natale in corto

Concorso per cortometraggi – 1^ Edizione – 30.12.2011 – Castello di Castro

Padronanza della ripresa, sentimenti, passioni ma anche solo tanta buona volontà. Sei i corti in gara per il primo concorso Natale in Corto organizzato dalla Pro Loco di Castro a fine anno per la prima edizione. Giuria di assoluta qualità, tra cui il regista romano di origini pugliesi Giovanni Albanese a cui è stato consegnato nella serata il premio Zinzulusa d’Argento 2011, premio che dal 1984 viene assegnato a quanti hanno contribuito fattivamente alla valorizzazione del territorio salentino. Giovanni Albanese è il regista che ha realizzato “Senza arte né parte” (2011) film commedia con Vincenzo Salemme, Giuseppe Battiston, Donatella Finocchiaro, Hassani Shapi, Giulio Beranek, utilizzando come location delle vicende narrate il piccolo comune di Palmariggi.

Presenti come giurati l’assessore al turismo e marketing della provincia Francesco Pacella, il responsabile della cultura della provincia di Lecce e vice presidente della Apulia Film commission Luigi De Luca, il giornalista Giovanni Guida, il regista e fotografo Giuseppe Fersini, impegnato in questi periodi dalle riprese del film in costume “La leggenda di Castro”, l’artista Mary Coluccia e il Sindaco del Comune di Castro a completare la giuria.

Sei i corti in competizione:

Il primo “Salento de finibus terrae“, un corto-documentario curato da Giuseppe e Salvatore Monteduro tutto dedicato al Salento; il secondo puntato su temi sociali girato appositamente per il concorso da Gabriella De Santis e Margherita Coluccia dal titolo “Amici”; poi ancora “Pacco” del 2006 curato da Cristian Colella; momenti quotidiani di passione sportiva in “Le nostre vite” presentato da Maria Coluccia; ancora un corto-documentario presentato da Adino Giuseppe Rizzo su “La tradizione artigianali in Castro“. Presentato, inoltre, il documentario “Gente di mare” di Assunta Spagnolo e alcune interviste realizzate nel 2008 ad alcuni anziani personaggi storici della comunità castrense.

Diversi i premi assegnati, sia per il soggetto, per la fotografia, la critica giornalistica, la solidarietà, le tematiche ambientali.

Si è aggiudicato il premio più prestigioso “Amici” di Gabriella De Santis e Margherita Coluccia, un corto impegnato nel sociale sul tema del bullismo, girato con attori ancora bambini, una ulteriore difficoltà per chi si cimenta nell’arte cinematografica.

Molte le considerazioni fatte sul palco dagli ospiti della giuria sia sul concorso, sul cinema, i risvolti sulla società locale delle manifestazioni culturali e infine la raccomandazione da parte del regista Giovanni Albanese di perseverare nell’iniziativa e specialmente continuare con i cortometraggi vera fucina di tanti registi professionisti.

I video saranno quanto prima pubblicati sul sito della Pro Loco e si pensa già ad un appuntamento semestrale invernale ed estivo in cui valorizzare adeguatamente la passione di tanti amatori che spesso non riescono a pubblicizzare adeguatamente  il risultato di tanto lavoro.

Nella slide le foto della serata.

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La terza via di Antonio Chiarello

La terza via di Antonio Chiarello

Tra pupazzi di creta di pochi centimentri e presepi viventi a grandezza naturale (!), Antonio Chiarello sceglie la terza via dei pupazzi a grandezza naturale. Certo, sono solo su cartonato rigidamente bidimensionale, ma è la prima volta che vedo dei pupazzi di presepio che si autocitano. Gli originali erano poverissimi pupazzi di creta, col filo di ferro al loro interno per reggere meglio gli strapazzi. Delicatissimi, più erano raffinati e più si rompevano facile. Ora un braccio, ora una gamba. Per un po’ restavano pensoloni sul filo di ferro, poi ti restavano mano nella mano. Ogni anno aprire la scatola dei pupazzi era un’ansia, un viaggio al mercatino quasi d’obbligo. I pupazzi fotografati sono quelli un po naif, un po boteriani,  miracolosamente conservati, della Nena du Miliu Martanu, fotografati uno per uno e incollati a grandezza umana su un compensato opportunamento conformato.

Ma il presepio dei pupazzi che si autocelebrano è solo una parte del gioco. In realtà Antonio Chiarello, sopravvissuto come i suoi pupazzi alla decimazione della cultura ortellese, punta a spostare i riflettori della scena più verso il contenitore dell’installazione che il contenuto.

La torre dell’orologio in Piazza San Giorgio ad Ortelle.

Torre dell’orologio, sedile, mercato, chiazza cuperta, tanti nomi per tante funzioni sempre diverse. E anche un posto diverso. Demolita la vecchia torre al centro di Piazza San Giorgio quasi in asse con l’ingresso principale della chiesa matrice fu ricostruita più a sud nell’attuale posizione in un rigoroso stile moderno negli anni ’30. Chiarello raccoglie un po di vecchie foto e illustrazioni per descrivere la storia dell’edificio, che con il suo androne a porticato, in questi quasi cento anni di vita ha visto di tutto. Mercato di verdura, macelleria pubblica, garage per le auto del comune, cucina per le sagre in piazza, rifugio pubblico per la pioggia.

Di questa assenza di identità l’edificio non è ancora guarito. Tolti i macchinari della macelleria pubblica resta ancora un incongruo cancello e una parete tamponata che qualche sindaco troppo superficiale decise di chiudere per sacrificare un pezzo di architettura a legittimi bisogni occasionali che potevano trovare soluzione altrove.

Chiarello ci dice che quello spazio va ripreso, fosse pure per farci aspettare sotto gli studenti del mattino nelle mattine di sole e di pioggia. O appunto per usarlo per mostrare qualcosa di più interessante di quei nudi muri bianchi oltre il cancello.

Le foto raccolte da Antonio ci mostrano una prima scarna e povera torre dell’orologio, senza orologio, poi rivestita di decori in pietra leccese, con nuovo orologio meccanico. Occupava decisamente quasi metà dell’attuale Piazza e distava di alcune piccole casette dall’attuale Municipio.

L’impianto e la funzione erano già ben definite: una torre d’angolo e alcuni locali alla sua base forse del dazio o una cappella caratterizzati da una fila di mensoloni (beccatelli) verso la sommità.  La torre è scarna, quasi priva di decori.

Nella ripresa seguente, caratterizzata dall’assenza della mole dell’Istituto De Viti, e quindi almeno degli anni venti, è più facile cogliere la distanza tra il Palazzo Tronci (ora Municipio) e la torre nella prima posizione.

La torre fu abbattuta, come pure i piccoli casamenti alla sua base, ed arretrata verso sud di almeno una ventina di metri. Fu ricostruita nello stile razionale degli anni ’30, molto lineare, caratterizzata solo da alcuni costoloni d’angolo anch’essi molto lineari.  In alto un orologio bifacciale meccanico con carica a peso come tradizione ma con numeri arabi. Negli anni settanta un socialismo progressista decise che ci si doveva aggiungere una sirena d’allarme che ricordasse ai padroni e ai braccianti nei campi e nelle fabbriche che era ora di fare colazione o smettere di lavorare. L’effetto era da allarme aereo, e tragicamente imitato dagli altri comuni della zona.

Per rivederlo e rifletterci un po su, come in fondo vi chiede di fare l’artista con questo allestimento, approfittate del presepio di quest’anno e del programma natalizio di contorno.

 

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Genealogia – Il mistero dei Motuli

Genealogia - Il mistero dei Motuli

Una pesca con le reti alla deriva è quella con le motulare, una lunga rete di circa 200-300 metri e alta 10-11 metri che si cala in mare secondo un percorso circolare e si abbandona alla corrente marina.

Il nome stesso indica come preda il tombarello (motulu), una varietà meno pregiata del tonno.

Scrive lo storico Girolamo Marciano: “Sono i tonni che si pigliano in questi tempi (marzo, aprile, e maggio) di quattro specie: la prima è di quelli piccoli quando nascono, che si chiamano cardile; fatti più grandi, si dicono limose, e compiuto l’anno, tonni. Di questi ultimi se ne pigliano di meravigliosa grandezza, cioè di rotola cinquanta l’uno (40 kg). La seconda specie sono i tonnotteri, che chiamano ziri, de’ i quali il più grosso è di rotoli dieci (8 kg). La terza specie sono le palamite, di cui la maggiore è di rotoli tre (2,5 kg). La quarta ed ultima specie sono i moduli, peggiori di tutti gli altri, il maggiore dei quali non eccede il peso di libbre quattro (1,2 kg). Dal ventre grosso de’ tonni si fa il tarantello, così detto dalla città di Taranto, e dalla loro schiena più carnosa e magra la tonnina. Dai tonnotteri, o zirrali, si fa la zurra, simile al tarantello.

Il pescato di tombarelli (motuli) nel periodo aprile-maggio era molto abbondante e il prezzo era abbastanza basso da consentire a molte famiglie di conservare scorte di conserva di motuli grazie anche alla nuova tecnica di conservazione in ‘olio di oliva inventata alla fine dell’Ottocento al posto del processo di salatura simile a quello del merluzzo.

Ma a Castro non è uso dare soprannomi di pesci ai suoi abitanti. A fronte di una disponibilità infinita di nomi e varianti di nomi di pesci l’uso nel soprannome è piuttosto raro. Mi sovvengono il soprannome Fuggiune, Pupiddri e pochi altri.

Dato quasi per scontato che il soprannome Motuli di un ramo piuttosto numeroso dei Carrozzo sia derivato dalla tradizione marinara, mi sono dovuto ricredere, con l’avanzamento della ricerca, di almeno tre volte. Complice un matrimonio tra omonimi di cognome, Salvatore e Concetta Carrozzo, capostipiti dei Motuli, una ricorrenza  eccessiva di nomi di battesimo come Medico e Lazzaro tra gli antenati, la matassa è stata lunga da sbrigliare. Pur essendo i due capostipiti abitanti di Castro nati agli inizi dello Stato unitario, la memoria ondeggia tra tante ricordanze. Di volta in volta erano attribuite origini ortellesi a Salvatore o a Concetta, anche se in Ortelle quel cognome non è poi sopravvissuto.

Alcune ricerche sugli archivi svolte da soggetti interessati negli anni scorsi, fatte purtroppo troppo a strappina, nel senso che in questo tipo di ricerca si tenta a puntare paticolarmente sulla propria linea ascendente e quindi mal collegata al resto della comunità, mi riportano un vero e proprio colpo di scena: la madre di Salvatore è dichiarata, lei, nata a Ortelle (Hortellarum) e di cognome porta niente meno che Motola.  Dovrebbe essere nata nel periodo dal 1835 al 1845  vista l’età del figlio Salvatore.

L’ipotesi che l’origine del soprannome Motuli (declinato per genere e numero, compresi tutti i diminutivi) fosse il trasferimento di un curioso e unico cognome materno al figlio Salvatore appariviva all’inizio  piuttosto fragile. Sia perchè è raro che venga ricordato il cognome nelle mogli immigrate (è frequentissimo che siano ricordate per il solo nome e nemmeno per soprannome non avendo ascendenza indigena), a meno che la figura maritale non fosse offuscata da uno scarso prestigio o una morte prematura. In ogni caso avrebbe assunto il soprannome del marito o del clan con cui si fosse imparentata. Un’altra debolezza dell’ipotesi era sul nome di battesimo Annunziata della ortellese Motola. Un nome troppo castriota e poco diffuso in Ortelle dove predominano le Immacolate e le Addolorate.

Di questa fase della ricerca è pubblicato sopra lo schema dei Motuli in Castro.

L’accesso ai registri parrocchiali ha consentito di appurare la nascita ortellese di Annunziata che in diversi atti viene di volta in volta indicata come Modola e Motola ma sempre senza riferimento alla data di nascita e alla paternità, cosa ricorrente per le mogli di altre parrocchie. Il matrimonio, come tradizione, si svolge nel paese della sposa e gli atti più attinenti al matrimonio sono probabilmente custoditi nella Parrocchia di San Giorgio.

Una sfogliata veloce delle vecchie schede dello stato civile di Ortelle fatto rilevare la presenza di una sola famiglia Motole, formata da tale Giuseppe Motule nato nel 1851 in Ortelle, non sposato, da Domenico Antonio Motule e Giovanna Capraro.  I Motule a Ortelle, in effetti, ci furono e pure imparentati con l’esclusivo cognome castriota dei Capraro.

Quindi, il soprannome viene da un vero e proprio cognome Motole, cognome della moglie di Giuseppe CARROZZO, morto piuttosto giovane per cui il cognome della vedova ha preso sopravvento sull’intera famiglia specie in presenza di molte omonimie tra cugini. Da Giuseppe Carrozzo e Annunziata Motole nascono tre figli, Gabriele, un po scapestrato, si racconta che dilapidò la sua parte di proprietà e che dovette emigrare nel Brindisino dove sposò Rosa Micello, di Orie ed ebbe almeno due figli che chiamò rispettosamente Giuseppe ed Annunziata come il padre e la madre. Per qualche tempo i discendenti vennero a fare visita ai cugini rimasti a Castro. I racconti dei più anziani ricordano un Gabriele pronto a lasciare il paese natio affranto dal dolore che, con versi poetici, salutava il paesello natio senza pudori. La sorella Concetta Carrozzo Motula   tornerà a sposarsi un ortellese, Salvatore Basile. Il terzo fratello, Salvatore, il vero Motulu si sposerà con una omonima della sorella Concetta Carrozzo, del primo ramo Carrozzo, quello di Lazzaro figlio di primo letto di Medico Carrozzo. Di lui i più anziani ricordano facesse il pastore con l’ovile (curti) in fondo a via Barberini, dove i Carrozzo attuali, possiedono ancora pezzi di terreno e case. E ricordano le sue greggi passare sulle mura ancora integre che cingevano l’acropoli sul lato di Scirocco.

A guardare bene, anche nello Stato delle Anime già citato del 1749 è censito tale don Basiglio Motole di Poggiardo tra i sacerdoti forestieri della Mensa Vescovile di Castro, ma senza apparenti legami con i Carrozzo se non la sola conferma dell’esistenza di un cognome Motole nella Contea.

I Motole a Ortelle

La famiglia Motole in Ortelle, finora è ancora scarsamente individuata. Le uniche certezze finora sono la presenza di una famiglia composta da Domenico Antonio e Giovanna Capraro, col figlio Giuseppe a cui Annunziata è sicuramente legata oltre ad un altro fratello Salvatore. L’informazione viene dal certificato di battesimo di Salvatore “Motulu” Carrozzo che evidenzia i forti rapporti con Ortelle (le origini dei padrini), la paternità di Annunziata e la presenza di un secondo fratello.

L’atto è del 5 settembre 1862, relativo al battesimo di Salvatore figlio di Giuseppe Carrozzo. La madrina è Concetta Marra, figlia del famoso Pascali Marra e il padrino Salvatore Modola figlio di Domenico di Ortelle, probabile padre anche di Annunziata madre del bambino.

Annunziata, figlia  di Giovanna Capraro probabilmente nata a Castro, ritorna a sposarsi nel paese della madre. A Ortelle resteranno i fratelli Giuseppe e Salvatore. Forse solo Salvatore avrà nipoti, tale Salvatore Motola (il nome è sempre storpiato in tutti i modi possibili…) che nel 1906 avrà problemi per aver rubato un gatto. E Gatto era la famiglia che ospitò l’ultimo dei Motule ortellesi che i vecchi ancora ricordano, tale Giorgio Motole, scapolo, forse fratello o cugino di Salvatore, che nella famiglia Gatto veniva chiamato zi Giorgi Motole, un tipo molto particolare, con cui si chiuse la storia di questo cognome.

Annunziata Carrozzo, omonima della nonna Motole, tornò a Ortelle da piccola per imparare il mestiere di sarta che esercitò per tutta la vita e, a quanto si ricordano i figli, fu ospitata giorno e notte da vecchi parenti. I Motule?

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Presepi

Presepi

C’è un feeling naturale tra Castro e i presepi.

Dai primi pupazzi di Maestro Antonuccio Lazzari all’originale presepe vivente in stile medioevale del Natale in Contea non c’è stato anno che non si siano allestiti nel paese una mezza decina di presepi pubblici alla volta. Nelle grotte, al porto, nel castello semiabbandonato, tante le rappresentazioni della nascita di Gesù Bambino fino all’allestimento in forma stabile dei fratelli De Santis in via Dei Mille sul tema degli antichi mestieri.

Anche quest’anno ci sarà la solita sfida organizzata dal Comune per stimolare gli addobbi delle vie cittadine e il concorso per il più bel presepe in casa buono per sostenere e conservare una classica tradizione italiana.

Dopo un rapido sguardo sulle pagine degli amici di Facebook e alcune confidenze al bar quest’anno pare che già da novembre in molti si siano messi all’opera con rinnovato impegno e tanta pazienza.

Tra questi Pasquale. Lui lavora di preferenza il polistirolo, preferisce le scenografie con edifici ed architetture piuttosto che i classici scenari naturalistici, strutture su cui riversa tutto il dettaglio che un bel presepio richiede, usa pochi pupazzi e compatta tutto in allestimenti quasi monoblocco.

Quest’articolo è per quanti si apprestano a tirare fuori il vecchio ripiano di legno per il Natale 2011 e non vogliono ripetere i soliti monti con la carta stropicciata e i prati con la stoffa o il feltro artificiale, e viene, giusto giusto, curiosare tra tecniche di un esperto che si è affinato in un ben preciso stile personale.

Quest’anno è già a buon punto. Ideata una severa scenografia di architettura italiana del seicento con i dovuti richiami all’edilizia mediorientale, si è già messo all’opera usando esclusivamente fogli di polistirolo e poche altre cose.

Pasquale lavora il polistirolo con la lama partendo prevalentemente da fogli sufficientemente sottili. Non usa lame calde per scavare e rifilare, ma solo l’incisione e il taglio con la lama. Incolla il tutto con la colla vinilica.
Gli intonaci e le finiture delle facciate saranno poi riprodotte con vari accorgimenti.

A volte Pasquale applica uno stucco per fingere intonaci grezzi e raffazzonati, oppure esegue una lavorazione a puntillo battendo frontalmente il polistirolo con una spazzola di ferro. A volte opera pure una passata di phon caldo fino a indurire lo strato esterno del foglio e per ammorbidire la rugosità dei primi trattamenti.

Al polistirolo ancora bianco, poi  applicherà un fondo formato da colla vinilica con polvere di stucco per ridurne il ritiro a cui aggiunge un tanto di colore con i semplici coloranti usati nelle imbiancature a calce dei prospetti delle case.

Al fondo uniforme, seguirà la pittura con i particolari del dettaglio o dello  sfumato, come potete vedere nel caso di alcuni lavori  degli anni passati.

Se ci sarà tempo e modo seguiremo anche le fasi della coloritura e dei dettagli finali ancora in progress.

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Il mio San Vito – 13 – 14 – 15 – La Cappella

Il mio San Vito - 13 - 14 - 15 - La Cappella

Come un totem, un meteorite piovuto dallo spazio, la Cappella (14) segna il baricentro di San Vito. Ne segna lo spazio e il nome fino a che l’orizzonte si perde. Nulla si raccordava a questa chiesetta extraurbana tranne un piccolo sentiero che si è andato ad allargare fino  a diventare strada. San Vito era libertà e anarchia, da ogni punto si poteva raggiungere ogni altro punto in linea retta. Nulla ne regolava l’uso e l’abuso. Cavalli in corsa, biciclette senza freni, mamme col foglio rosa, ognuno sceglieva la sua direzione e ci andava per il percorso più breve. San Vito non si percorreva,  si spaccava. L’unico ostacolo ai nostri giochi era solo lei, la Cappella, il monolite.

Su Spigolature Salentine troverete un bell’articolo completo di Massimo Negro su questa chiesetta dedicata a San Vito e a Santa Marina, santi sfortunatissimi, giacchè nessun viandante muore più di idrofobia per i morsi dei cani, né nessun bambino muore più di itterizia appena nato. Questi, ormai, sono gli anni dei santi specializzati in malattie incurabili. I vecchi santi sempliciotti che curavano l’ittero, la rabbia o i cavalli sono finiti nell’oblio. Vito resiste e si perpetua nei luoghi e nella fiera a cui ha  dato il nome, Marina è già ignota ai più, e pure Eligio che ebbe l’onore di un altare nella cripta della Madonna della Grotta, oggi è sparito insieme alla cultura contadina che del cavallo faceva un fondamento. La cappella nacque probabilmente già dedicata a San Vito, come tante chiesette fuori dai centri abitati e prima dei campi, sistemate a protezione delle colture che venivano affidate a San Vito, protettore dalla canicola e dalla siccità estiva, che col 15 giugno, data della sua morte appunto cominciava ad arroventare la terra.

San Vito, il santo ragazzino, che come la coinquilina Santa Marina venne martirizzato giovanissimo, (lui a 12 anni, lei 15) è spesso raffigurato, nella tradizione italiana, con i cani ai suoi piedi. Se a San Rocco i cani leccano le ferite o gli porgono il pane, la presenza di questo animale ai piedi di San Vito non è giustificata da nessun riferimento alla sua breve vita terrena. Alcuni dicono che sia il richiamo a tutte quelle credenze ancestrali, greche e latine, che si trasferirno dalle culture antiche alla tradizione cristiana. Partendo dalla cultura astronomica che lega Sirio alla figura di un cane, (e infatti Tolomeo la sistema nella  costellazione del Cane Maggiore), la stella più brillante del firmamento è spesso indicata come foriera di sciagure. Notissima e studiatissima dagli egizi che con suo risorgere mattutino aspettavano le inondazioni del Nilo,  temuta dai Greci che ritenevano il suo scintillio al suo sorgere eliaco potesse danneggiare i raccolti, portare forte siccità o persino causare e diffondere epidemie di rabbia; il suo nome di Sirio deriva dal greco antico Σείριος(pronuncia Séirios), che significa splendente, ma anche ardente, bruciante.I Romani erano invece soliti sacrificare un cane assieme ad una pecora e del vino, allo scopo di prevenire gli effetti nefasti di questa stella. I giorni in cui queste cerimonie venivano consumate, all’inizio dell’estate, erano detti Giorni del Cane, e la stella Sirio era detta Stella Canicula: fu così che il termine canicola diventò sinonimo di caldo torrido. Con la fine del mondo pagano, toccò al cristianissimo martire Vito occuparsi di tutta la faccenda, tenendo ai piedi delle sue statue il cane, ma ben legato con la catena.

La Cappella ha dei buffi porticati (15) sul lato sud. Minuscoli, quasi delle cucce. E delle cucce in effetti erano: ci passavano le notti gli zingari venuti con largo anticipo per la Fiera. Quelle quattro arcate sono quello che restano della vecchia cappella medievale abbattuta e ricostruta nello stato attuale dal 1776 al 1781. Quattro celle in cui si rannicchiavano tre-quattro famiglie di zingari di non so quale provenienza. Si portavano dietro alle carrozze aperte dei puledri da vendere, forse anche dei finimenti per cavalli, ma mai li ho visti vendere qualcos’altro. Il loro arrivo era un misto di curiosità, paura e gioia per la festa che si preannunciava. A mia madre impegnata nelle ultime operazioni di imballagio del tabacco la cosa non piaceva affatto. Girava voce che gli zingari rubassero tutto, a beneficio di mia madre anche i bambini e la mala voce a mia madre faceva gioco in quanto me ne sarei stato alla larga senza tante altre raccomandazioni. Appena arrivati,  a un certo punto della giornata, avveniva l’incontro tra noi indigeni e loro e sempre con l’occasione di una proposta di baratto tra paglia, foraggio da parte nostra e da parte loro di cose incomparabilmente più preziose. Ladri! diceva la nonna. Questi vengono a darci un puledro in cambio di una balla di paglia solo per poter spiare dentro i depositi e i cascinali! La prima notte, quella del loro arrivo a sorpresa, lo zio la passava di guardia alla proprietà, poi nei giorni seguenti ci si organizzava a nascondere tutto.

Arrivavano un paio di giorni prima, con le sciarrette che poi sistemavano davanti alle arcate con le stanghe alzate a sostenere un telo che proteggeva il cavallo. Le arcate le chiudevano con delle zinzuliere appese a dei chiodi che forse sono ancora murati in alto nei tufi. In quei giorni le donne si dividevano per i vari paesi vicini per vendere aghi e ferri per la pasta, la mattina della domenica tutta la parentela conveniva alla fiera del bestiame portando cavalli e puledri in quantità.

Anche gli zingari, come i contadini, i cavatori e i santi sempliciotti sono ormai spariti. Sarebbe bello trovare gli ultimi vecchi rom che qui ci sono venuti da piccoli e farsi raccontare da loro il nostro San Vito.

Come per l’interno della Madonna della Grotta, anche l’interno della Cappella era rispettato. Ma, come per la cripta, l’esterno della Cappela era anch’esso il regno delle scimmie. Un po per necessità, un po per spavalderia i più arditi ci salivano a mani nude come lucertole fin sopra le arcate del portici. Se il pallone finiva addirittura più in alto, fin sulle coperture principali della chiesa, solo un paio di noi osavano salire fino al tetto della cappella, agli altri serviva la scala. Il tetto della Cappella era il nostro cimitero dei palloni. Un anno, poi,  murarono un porticato per farci una sagrestia collegata all’interno della chiesa e con l’occasione smurarono anche una piccola edicola tra le arcate. Da quel momento, salire, sulla chiesa diventò molto più facile e ci riuscii anch’io. Fu un giorno importante per la mia autostima.

Il giorno che arrivò la prima motopala su San Vito, la cappella gli tese un’imboscata. Fu l’evento della giornata, anzi del mese. Passandole vicino, la motopala sprofondò quasi per intero. La volta della vecchia cripta sottostante (13), che in parte era al di fuori della cappella settecentesca, cedette e quello che sembrava una leggenda popolare si mostrò ai nostri occhi alla luce del sole e a colori. Andati via gli operai, il primo a infilarsi nel buco tra i cingoli della motopala  e poi nei vani della vecchia cripta fu Luigi, il ras di San Vito. Vi emerse con un teschio in mano con cui terrorizzò per giorni i più piccini e i più deboli di cuore. Il buco fu chiuso con calma e solo recentemente è stato riaperto con una seria campagna di scavi archeologici. Poi, come pare sia moda, il tutto è stato rinchiuso in un orrenda gabbia per galline e lasciato senza un minimo di spiegazione. Purtroppo, in questo campo di studi, ci si deve accontenatre o di stupidi articoli di giornale, magnificenti l’attività del sindaco di turno, scritti da giornalisti perfettamente ignoranti o da relazioni scientifiche fatte da veri studiosi che arrivano purtroppo al popolo solo dopo la morte dello studioso. Oggi è solo possibile osservare parti della vecchia cripta basiliana in particolare un vecchio ingresso girato a tramontana per nulla convincente.

Subito subito, invece, si chiusero i buchi nel pavimento della cappella quando si decise di ripavimentarla una prima volta. Dai gradini rotti che portavano all’altare si intravedeva un piccolo ambiente interrato, voltato a botte, in cui a mo’ di edicola funeraria, erano riposte su delle mensole di legno almeno tre bare di legno. Prima che montasse la curiosità popolare, il vecchio prete, profeta del quieto vivere, virtù alla quale aveva catechizzato per oltre cinquanta anni tutte le sue pecorelle, ne ordinò l’immediata chiusura. Abbandonato in quei posti da mattina a sera, a me non sfuggì la visione di quei pali infissi delle mura della cameratta sepolcrale a sostegno delle bare e ancora oggi me le ricordo e buffamente le associo sempre alle mensole delle tavole del pane nei forni paesani. Probabilmente erano sepolture della famiglia Rizzelli che nel 1835 ebbero il diritto esclusivo di sepoltura in cambio della cura della cappella, che esercitarono fino ai primi del 900, anno in cui si inaugurò il nuovo cimitero intercomunale ai Pulieri. Il tutto fu rimesso a vista anni dopo, nel 1987, con i lavori di ripavimentazione integrale della cappella condotti da Genio Civile.

Poi arrivò il Genio Civile e stonacò tutto l’interno, lasciando a vista delle orrende tracce di iniezioni di cemento nelle murature. Dalla stonacatura si salvarono, giusto giusto, le superfici degli affreschi dei santi. Fu tirata in dentro anche la vecchia muratura della sagrestia per far risaltare l’arcata dell’ultimo porticato.

La Cappella di San Vito è la discarica religiosa del paese. Se una statua, un altare, un’acquasantiera è di troppo o fuori moda nelle chiese del paese la si sposta qui per colmare quel vuoto assoluto che ha sempre caratterizzato la cappelletta. E se manca qualcosa, anche quello che c’è dentro di suo, lo si può riciclare con pochi tocchi di make-up e un semplice velo da donna.

Benchè la porta fosse spesso aperta per arieggiare, noi dentro non ci entravamo mai. Anche l’anarchia aveva le sue regole. Dentro ci entravano solo i sacrestani e i custodi di fatto. Se la Cripata della Madonna della Grotta era cosa della Rielina, la vecchia bidella delle scuole elementari, la Cappella era di Fernando della Teta Marra. A Fernando quella era la prima cosa che vedeva uscendo da casa e per anni ne ha curato la pulizia. In verità noi ci entravamo solo il giorno della ressa dei fedeli la quarta domenica di ottobre per vedere il sacco di patate a maglia da trenta chili riempito di banconote che il prete teneva ai suoi piedi seduto in fondo alla chiesa e che alla fine della giornata si sarebbe portato a casa. Giravano voci anche di periodici svuotamenti del sacco ma il conto in tasca al prete, per un noto principio  matematico, non è stato mai possibile farlo.

Un giorno qualcuno donò degli orribili vasi di cemento per il sagrato con delle palmine dentro. Dopo un paio d’anni, la stitichezza di quelle piantine ci condusse a tale pietà che invocata la legge dell’anarchia, zappa e pala, decidemmo di estrarle dai vasi e piantarle per terra a piacimento.

Usare la parola sagrato per lo spazio di ingresso è proprio una forzatura. Nessuna scalinata o sopralzo, anzi per entrare in chiesa bisogna ancora oggi scendere alcuni gradini e l’affacciarsi alla sua porta nei giorni della devozione da una strana visione dall’alto quasi cinematografica.

Però il sagrato è stato il primo spazio ben pavimentato di San Vito. Era perfettamente pianeggiate e ricoperto da mattoni di cemento del tipo sanpietrini e quindi espropriato dalla libertà giovanile a campo di pallavolo. Erano gli anni dei successi dell’Ugento Volley e la pratica della pallavolo esplose anche da noi. Si piazzò una bella rete di pallavolo sopravvissuta alla scempio dei vicini campi sportivi comunali e si dipinse sui muri del vicino campo di calcio un bel Chimera Volley in omaggio al vecchio circolo giovanile che ne curava l’uso e l’abuso. Ortelle è sempre stato un paese di circoli giovanili, era l’unico modo per salvarsi la vita dalla noia della provinciale giovinezza. E un giorno, una mano ignota scrisse sui muri del paese un sintetico Ortelle, chiese e cappelle, e pure un disperato E’ primavera, impolliniamoci!, ripreso dal vecchio periodico il Male in edicola in quegli anni.

Oggi a pochi giorni dall’annunciata ripresa delle pubblicazioni del vecchio Il Male e dalla ennesima Fiera di San Vito, ricordare la Cappella di San Vito in questa mia storia personale mi pare un dovere. Non sappiamo se la vecchia rivista avrà l’irriverenza dei tempi andati, certo la nostra Cappella lotta ancora giorno dopo giorno per restare libera e selvaggia. La gabbia affianco per tutelare non si sa poi cosa offende la tradizionale anarchia dei luoghi. Purtroppo anche la Cripta della Madonna della Grotta è stata rinchiusa in una inutile gabbia per galline. Certo, oggi arrivano i giorni che la chiesetta dovrà sopportare il peso dei fari della illuminazione dei piazzali della Fiera, ma speriamo che le sia risparmiato la zallaggine della luminaria e della cassa acustica legata al vecchio acciaccato campanile che abbiamo visti nel 2010.

Non sappiamo quale cifra sia stata offerta dalla pubblicità per inondare le orecchie dei visitatori della Fiera di stupidi slogans commerciali ripetuti all’infinito per intere giornate.

Se servono proprio quei quattro soldi di pubblicità per salvare il bilancio economico della Fiera facciano un fischio, se invece lo fanno perchè fa fico e global avere questa rottura di scatole nelle orecchie mentre uno tenta di divertirsi sappiano che è solo pura zallaggine. Purtroppo anche i miei nuovi paesani di Castro hanno usato salvare i bilanci della festa popolare con questi ameni slogans di agenzie funebri e aspirapolveri col risultato di non riuscire a scambiarsi in mezzo a una piazza una parola col parente o l’amico che non si vede da tempo.

Ed è più duro scoprire che un giovane assessore può essere più zallo di una vecchia famiglia di zingari o di un branco di giovani selvaggi.

 

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Il mio San Vito

Il mio San Vito 1-2-3 – La Madonna della Grotta

Il mio San Vito 4-5-6-7 – Il Tabacco

Il mio San Vito 8-9-10-11 – Le spine e i grilli

Il mio San Vito – 12 – Le cicureddhre

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Luci a San Vito

Luci a San Vito

Un motivo in più, se ce ne fosse bisogno, per ritornare sui luoghi della Fiera di San Vito ad Ortelle. Antonio Chiarello vi aspetta giovedì 20 ottobre alle ore 17,00 sul sagrato della Cappella del Santo per farvi vedere l’omaggio personale che ha preparato in occasione della plurisecolare Fiera di San Vito. Nulla di commerciale, è solo un bisogno fortissimo dell’artista ortellese di testimoniare il proprio amore per l’infiniti spazi della Fiera, i campi San Vito, o come direbbe un ortellese, semplicemente San Vito. Luogo matrice di storia, cultura, vita, sudore e morte di una piccola comunità.

 

     A  “ santuvitu”    luogo  del  cuore……!

Largo SanVito o “della Fiera”, territorio di Ortelle.

Qui, dove abitano i venti, sono custoditi ricordi personali e collettivi di ogni ortellese. 

In origine uno slargo alla periferia del Borgo, dove immersi in un’atmosfera di immobile arcaicità si intravedono i resti di un villaggio rupestre.

Hanno sfidato i secoli e l’incuria umana l’antica cripta e la Cappella edificata su un’altra analoga non più visibile.

Storie di fatiche per estrarre conci di tufo da cave in seguito colmate e trasformate in piccoli orti.

Poi spazio dove scatenarsi nei giochi d’infanzia, imparare a condurre la bici, la moto, l’automobile.

Santuvitu”, metafora di libertà!

Qui si consuma da tempi immemorabili un rito più pagano che cristiano: “La Fera de SantuVitu”! Grande evento una volta legato al mondo contadino per scambi di sementi, attrezzi agricoli, animali…Oggi trasformato in una grande abbuffata  di carne suina.

  Appuntamento irrinunciabile per tutti i buongustai dell’intero Salento, che allegramente consumano tutto il meglio che allevatori indigeni dalla “filiera corta” propongono.

Fera de SantuVitu: sinonimo di spensierata confusione , momento catartico per esorcizzare umani pensieri!

Nell’ultimo scorcio del secolo scorso discutibili  ” miglioramenti” urbanistici hanno trasformato per riempirlo di vuoto, uno spazio ancestrale dove potevi rigenerarti con i regali di madre natura: le verdure selvatiche, la rucola gli odori del timo e dell’origano, e poi le preghiere delle donne nella “ Crutta della Madonna” , godere le fresche aurore, infuocati tramonti e l’incantesimo lunare di notti stellate, aspettando trepidanti la quarta domenica d’ottobre !

(A. Chiarello)


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