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Diso – Cocumola, la via degli uragani

Diso - Cocumola, la via degli uragani

Se a Diso si onora la Madonna dell’Uragano una ragione attinente di sicuro ci sarà, e infatti  il 10 settembre del 1832 un terribile ciclone butta giù la chiesetta di San Sisinnio quella vicino al Calvario e  un uomo, Filippo Borlizzi, ci resta sotto. Danneggiato gravemente anche il campanile della chiesa matrice che poi fu integralmente rifatto nel 1905.

A Diso, l’uragano  farà altre due vittime e  una trentina di feriti, poi, arrivato alle porte di Otranto ancora altre 29 vittime.  L’abate Marino Paglia, per la città otrantina, annota: “Lunedì 10 alle ore 15 circa avvenne quanto segue. All’improvviso surse dalla parte meridionale di questa città un turbine, o sia uragano così furioso… Sotto le rovine furon seppelliti molti degli abitanti, de’ quali 29 rimasero uccisi, e più di 50 feriti e vittime sarebbero state di più…”.

Il 31 maggio 1886 viene giù la parte in legno della cattedrale di Castro. Il Reverendo Gabriele Ciullo annota che lui medesimo vi è rimasto sotto, illeso.

Ancora, alle nove di sera del 3 settembre 1915 qualcosa sfiora la costa, butta giù il campanile con le due campane e il frontespizio del Santuario di Castromarina, tutto il parapetto dell’Ospizio delle Orfanelle, poi sale su a Castro alta e danneggia il centro storico, nuovamente la Cattedrale, e butta giù la casa di Coluccia Giovanni. Giovanni era fuori casa, la moglie e i figli li tirarono via da sotto le macerie sani e salvi. I registri parrocchiali, avari di carta, annotano poche cose di eccezionale della vita castrense, ma sempre di crolli e disgrazie per uragani.

Gli uragani storici nel Salento dal cinquecento ad oggi sono dodici, contando anche l’ultimo del 2006. Probabilmente molti, ma molti di più, contando quelli passati inosservati per il semplice fatto di non aver investito zone abitate o fatto vittime.

Le zone più colpite il basso Salento e il brindisino, ma non c’è comune salentino che non abbia un santo specializzato nella difesa eolica, come Caprarica, Guagnano, Martano, ecc… A Cocumula, ogni anno, la seconda domenica di settembre è dedicata alla celebrazione della festività della Madonna dell’Uragano.

La frequenza degli uragani storici e quelli passati sotto silenzio hanno fatto meritare al Salento il nome di terra degli uragani, con studi e convegni di livello universitario e numerosi siti internet.

Consiglio principalmente www.laterradegliuragani.unisalento.it, che ha raccolto con metodo storico-scientifico date, percorsi e immagini degli effetti del passaggio di un uragano.

Sul sito è presente un bel poster in formato .pdf pronto da stampare molto indicato per le scuole: scaricare qui il POSTER.pdf

Nel sito sono riportati i percorsi dei principali uragani storici, tra cui quello del 1832, che, a mia diretta memoria, mi pare sia  stato percorso ben più volte, come un vero e proprio binario ferroviario, anche dopo il 1832. Forse con minore intensità, forse con minori danni, ma di trombe d’aria arrivare da Andrano, battere Diso e Marittima e buttare già i campanili delle chiesette del Largo San Vito in Ortelle ne ricordo personalmente già tre.

Di comune hanno comunque questo andamento parallelo alla costa, forse proprio innescato dalla particolare costa alta dell’Adriatico e il muoversi da sud a nord battendo anche i centri dell’interno come Poggiardo e anche più all’interno come fu per Scorrano e Maglie nel 2000.

Trattandosi di fenomeni scientifici dovremmo essere più precisi e precisare che più che uragani, tifoni e cicloni ci troviamo davanti a veri e propri tornado o trombe d’aria col caratteristico mulinello. Le trombe d’aria non hanno l’ampiezza del fronte di un uragano, e pur avendo velocità interne superiori (oltre i 300 km/h) per questo fanno meno danno in senso assoluto sul territorio investito. Il fronte di un uragano può interessare una intera provincia ed è sempre prevedibile nel suo percoso con l’osservazione delle immagini satellitari. Un uragano comunque ha sempre un fronte di venti lineari (che non ruotano su se stessi) ed esaurisce la sua forza con l’arrivo sulla terra ferma in quanto non è più alimentato dalle correnti marine che lo hanno generato.

Le trombe d’aria (o i tornado) si innescano in quota e non sempre poi arrivano a lambire il suolo. In molte foto è possibile vederle nella fase iniziale di formazione col cono sospeso ancora in aria e dissolversi prima di arrivare a contatto col suolo. Questo non esclude che nella sua prossimità non stiano agendo venti al suolo fortissimi.

Negli spazi aperti, senza ostacoli, specie nelle ore più calde dell’estate, non è raro vederli arrivare all’improvviso, in formato ridotto,  e muoversi sollevando turbini di polvere, carte e  teli. Gli anziani li chiamavano scarcagnuli e non annunciavano affatto la pioggia visto che si formavano anche col cielo perfettamente sereno. Erano piccoli mulinelli (turbini di polvere) che si esaurivano con la stessa rapidità con cui si erano formati dando solo fastidio e grattacapi ai contadini. Nulla di paragonabile a un vero tornado.

Cosa può fare un evento del genere? Dipende da dove ti passa. Il fronte devastante può avere una larghezza di 200-300 metri, in questo intervallo, a partire dalle due estremità, può rompere rami fragili, rovesciare vasi, abbattere tutto quanto è mal fissato, come se fosse la stessa bufera di vento che accompagna la tromba. Al suo centro i venti assumuno un movimento vorticoso a mulinello accelerando la velocità fino a 150-300 chilometri orari. Questa fascia, di dimensione più ridotta di cento metri, può avere un effetto aspirante verso l’alto che come prima conseguenza comporta l’alleggerimento di tutte quelle opere che ricavano la loro stabilità dal loro stesso peso. Un muro che potrebbe resistere alla spinta del vento ribalta quasi da solo perchè ne viene ridotto il peso stabilizzante. I livellini dei parapetti possono essere strappati e lanciati a decine di metri. Gli alberi, anche quelli senza foglie, come un noce in inverno, vengono integralmente sdradicati. I pini domestici che hanno un apparato radicale superficiale vengono ribaltati, i pini d’Aleppo sfondati dei rami principali o abbattuti pure essi. Un bidone da 200 litri di acqua può essere ribaltato e il contenitore fatto risalire per centinaia di metri in aria. Ortaggi con radici poco ancorate, come i finocchi, possono essere strapati interamente.

Il vortice non segue fedelmente la direzione e la velocità del vento principale, può fermarsi e ripassare più volte sullo stesso punto. A parte la violenza dei venti, che i testimoni, raccontano sempre con terrore, l’uragano si distingue da una raffica di vento, ancorchè eccezionale, perchè si ritrovano oggetti sollevati dalla corrente in posizione sopravento rispetto alla loro posizione originale. La scia della devastazione, inoltre, è sempre riconoscibile e ben distinta dalle raffiche laterali.

  I danni negli abitati sono riconducibili a quelli derivanti dalla caduta degli alberi, la caduta di comignoli e muretti. A rischio pannelli solari e fotovoltaici. Nelle vecchie costruzioni a volte si può avere la caduta verso l’esterno dei parapetti solari e quindi del rinfianco retrostante. I pericoli più seri sono per le strutture con coperture leggere o fatte da elementi non connessi (lastre, onduline,  tegole, ecc..) o in caso di rottura o apertura accidentale dei serramenti. In questo caso, la corrente che si può instaurare all’interno dell’abitazione può avere effetti devastanti. L’evento non è raro in quanto anche gli oggetti minuti scagliati contro una tapparella o un vetro camera le rompono facilmente.

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Il mio San Vito – 22 – 23 – 26 – il Campo di pallone

Il mio San Vito - 22 - 23 - 26 - il Campo di pallone

Io lo ricordo ancora con le porte da scirocco a tramontana, senza muri, con i pali e le traverse in legno e senza reti, nè intorno al campo nè alle porte. Una spianata di tufo, però con tutte le misure apposto. Ci giocavano la San Giorgio e la Ortelle, con tanto di derby cittadino. Le tribune erano un piccolo rialzo della roccia non livellata grosso modo poco fuori il centro campo. Mia madre mi racconta che per farlo seppellirono una vora naturale più grande di quella gemella usata per buttarci la spazzatura un centinaio di metri più a sud.

Non ricordo di averci mai giocato. Forse non c’erano ancora gli economici palloni di plastica e forse ero troppo piccolo per dare un  calcio al pallone di cuoio dei grandi. Intorno sul lato di ponente (23) c’erano ancora le vecchie rocce col timo, piccole buche in cui bruciavamo vecchi scarponi e i soliti grilli.  Sul lato opposto (26) un angolo morto sempre pieno di roba di scarto.

Fatto sta che un giorno lo spettacolo fu vedere mio zio Lucio, un giovane esagerato nel fisico e nella bravate, di ruolo portiere, rompere con una mazza la base di cemento dei pali. Da lì a qualche mese arrivarono le ruspe e il campo cambiò direzione, ebbe una doppia recinzione in rete e in muratura, una biglietteria e gli spogliatoi. Le norme per giocare in terza categoria erano cambiate e ci si dovette adeguare, regole che non tenevano in alcun conto i rischi dei fuori campo nell’orto di un sempre più incazzato Bobby Solo.

Erano anni che la gente pagava per vedere la terza categoria, gli anni del boom demografico, con una squadra e riserve in ogni paesino.

Ci hanno giocato in tanti su quel campo, per anni anche i paesi vicini come le squadre del Vignacastrisi e del Castro.

Il tufo e la sansa con cui era fatto il fondo, piano piano, presero strade diverse. La sansa preferì seguire il vento di tramontana accumulandosi da un lato, il tufo volò in cielo lsciando sole le pietre del sottofondo. Comparve agli angoli anche una forma vegetale di inaspettate erbe infestanti.

Di fatti in campo e fuori ne potremmo raccontare tanti: il tifo, gli sfottò, i pittoreschi presidenti, i campioni e le schiappe, i finali di partita con qualcuno che insisteva a parlare a quattr’occhi con l’arbitro. Fu una fabbrica di soprannomi.

Gli amministratori, stranamente, insistevano per chiamarlo Impianto Sportivo. Forse, perchè sul lato nord ci avevano tracciato l’impronta di due campi, uno di pallavolo e uno di pallacanestro. Quello di pallavolo durò poco, poi qualcuno portò via la rete. Di quello di pallacanestro restarono i tralicci in ferro dei canestri, mai usati e arrugginiti, che qualche buontempone, anni dopo  notte tempo, trasportò in piazza davanti al Municipio per dargli una morte gloriosa dopo tutti quegli anni di inutilità.

 Su quel lato ci fecero pure una gradinata di muratura di pochi scalini che rimasero deserti per anni  a causa di un fantomatico collaudo che non arrivava mai.

Una nottata, il muro dietro gli Impianti Sportivi, sfottuto dalla tramontana, decise di arrendersi e si stese per terra. Lo rialzarono abbastanza subito: erano gli anni che le società sportive ricavavano qualcosa dai biglietti venduti agli spettatori e lo spazio indiscreto fu subito chiuso.

L’anno che costruirono un nuovo servizio igienico affianco agli spogliatoi e sopra ci realizzarono una vasca di riserva per l’acqua, ci andavamo ogni estate a farci il bagno in cinque-sei per volta.

Pomeriggi e domeniche sempre uguali hanno accompagnato la nostra giovinezza, tutto sembrava immutabile, tranne la fine della terza categoria, la competizione ufficiale della FIGC che cominciò a costare troppo per un paese che piano piano non amava più il calcio distratto dai nuovi giochi nei bar, i motorini e  le auto. Erano cominciati gli anni dei tornei cittadini e le amichevoli.

Un pomeriggio, durante una di queste partite, venne giù tutto. Come in un film al rallentatore. Coi giocatori col culo al vento e la faccia al riparo dalla terra ficcante tutti viddero il muro di levante cappottarsi dietro la porta e seppellire una coppia di fidanzati ferma in auto alle sue spalle. Iniziarono così gli anni 80, quelli del Drive In con la gente in macchina al caldo e al comodo a vedere le partite dove prima c’era un muro di troppo.

Poi, dopo un po,  come una malattia, venne giù il muro di scirocco e arrivò l’ordinanza del Sindaco che invitava ad andare a portarsi via tutti i conci crollati, e pure quelli in piedi.

Iniziarono gli anni 90, quelli della  Glasnost, la trasparenza. Si ritornò a vedere da ogni parte ogni cosa, come se San Vito avesse sputato quei muri inutili e mai amati.

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i Carrozzo a Castro

i Carrozzo a Castro

Carrozzo è un cognome chiaramente salentino, con una certa dispersione in Italia non solo concentrata nelle solite aree metropolitane di immigrazione (Torino, Milano, Roma, ecc…).

Per quanto riguarda lo studio genealogico in corso, la diffusione principale salentina, ci mette sull’avviso a prestare una certa attenzione sulla possibilità di una migrazione di più soggetti sia in immigrazione che in emigrazione nella  città di Castro, e non dare per scontato una continuità parentale tra i portatori di questo cognome.

E difatti il primo Carrozzo documentato in Castro è Francesco CARROZZO, nato a Vignacastrisi, che nel Catasto Onciario del 1749 ha già ben 59 anni (nato nel 1691) , di professione bracciante e sposato per la seconda volta. Ai fini dell’imposizione fiscale, per cui il Catasto Onciario viene istituito, Francesco non possiede beni in Castro ma paga solo il testatico sulle persone di famiglia che viene censita appunto composta dalla seconda moglie, Porzia Tempesta, di 45 anni e i figli di primo letto, Ippazio (anni 30), Medico (anni 25), Rosario (anni 26) e Filippo (anni 22). Probilmente un bracciante che in affitto dentro la cinta delle mura deciderà di allevare, con fortunatissima discendenza,  la sua prole definitivamente in Castro.

La prima moglie è Cassandra Donadeo, mentre dalla seconda moglie, Porzia, avrà altri tre figli: Genoa, Pasquale e Saveria.

Lo studio degli Stati delle Anime del settecento fanno ipotizzare un diagramma su cui restano pochi dubbi.

Restano da confermare, con l’esame dei singoli appunti annotati (battesimo, cresima, matrimonio e morte), la prima discendenza di Medico Carrozzo, se diretta dall’antenato Francesco o da uno dei suoi figli, anche se la prima ipotesi è più credibile per lo studio dell’età. E’ da osservare già la presenza in Castro di altri cognomi storici (Schifano, Coluccia, Fersini, Capraro, Ciriolo) e di altri cognomi ormai estinti (Donadeo).

Altra caratteristica diffusa su tutta la genealogia interessata la diffusione del nome Medico-Cosimo, sia al maschile che al femminile, presente anche collegato ad altri cognomi coevi, che ormai è completamente estinto. Rimarca probabilmente una diffusione o una ripresa della devozione settecentesca ai Santi Medici venerati nei centri vicini o per qualche ragione anche in Castro, forse legato alle ultime dolorose pestilenze. Non è un caso che nello stesso periodo, nella Cripta della Madonna della Grotta della vicina Ortelle, viene ridipinto un altare laterale con l’effige dei Santi Medici (Cosma e Damiano) in un elegante vestito da medico della moda corrente settecentesca. I nomi propri dei due santi come li indichiamo ora (Cosma e Damiano) però vengono usati pochissimo, Cosma più al femminile, Damiano addirittura in due casi. Il nome Medico(a) è tuttavia da leggersi come un alias di Cosimo (a) in quanto per alcuni soggetti in alcuni atti è usato il Cosimo(a) mentre nei restanti atti è usato il Medico(a). Ne Medico può essere inteso come il latino di Cosimo in quanto in questi casi è usato il Cosmus (o Cosma) e inoltre si spiega pure l’assenza del nome Cosimo che in passato doveva pure essere molto usato.

  Il trasferimento del cognome Carrozzo, dunque, sembra svilupparsi secondo la discendenza Francesco > Medico > Lazzaro col nipote Lazzaro che infine sposa Medica-Cosima Ciriolo. A sua volta il cognome è trasferito solo dal discendente Medico (pronipote) che contrae ben tre matrimoni, caratteristica questa quasi scontata in una società che privilegia il matrimonio a qualunque costo per la cura dei figli orfani e per nuova discendenza,  anche con matrimoni a pochi mesi dallo stato vedovile. Quasi banale, poi,  nella sua drammaticità la mortalità infantile di cui sono pieni i registri parrocchiali.

I Carrozzo nell’Ottocento.

Dunque Medico Carrozzo si sposa tre volte: dal primo matrimonio con Vita Monaco avrà un figlio Lazzaro (primo ramo evidenziato in fucsia) che avrà per figlio Donato (il nome Donato è un’altra caratteristica nella discendenza ottocentesca) che a sua volta avrà come figlia Concetta Carrozzo andata in sposa a Salvatore Motulo e Bernardino, padre di Giuseppe Fricula. Tre figli di Lazzaro (Antonio, Addolorata e Donata) contraggono un triplo matrimonio con tre fratelli Coluccia (Palma, Gaetano e Ippazio), fatto raro ma non unico. Dal secondo matrimonio con Medica Schifano nascerà il secondo ramo con Donato e Giuseppe (ramo colorato di rosso) che a sua volta si divide in dua ampie popolazioni con capofila principale Salvatore (1862) per la linea di Giuseppe e con capifila principali Gabriele (1838) e Salvatore per la linea di Donato. Da Gabriele (1838) si avrà la linea dei Terremoti con Donato (1883) e da Salvatore (1844) la lunga discendenza maschile di Donato (1879)  con ben 8 discendenti di sesso maschile.

Dal terzo matrimonio di Medico Carrozzo con Giuseppa Piccinno pare non venire discendenza.

Attualmente sotto queste discendenze possiamo riassumere tutti i Carrozzo presenti in Castro escludendo che altri rami più remoti abbiano trasferito il cognome.

Aiutatevi con i due diagrammi per venirci a capo, il primo è più puntato sul Settecento, il secondo attraversa tutto l’Ottocento.

Il mistero dei Motuli.

Avevo promesso di sciogliere il mistero dei Motuli in un altro post e dunque circa i Motuli  ormai non sussistono più dubbi. Il soprannome viene da un vero e proprio cognome Motole, cognome della seconda moglie di Giuseppe CARROZZO, morto non molto anziano per cui il cognome della vedova ha preso sopravvento sull’intera famiglia specie in presenza di molte omonimie tra cugini. Giuseppe si sposa dapprima con Anna Maria PREITE (1823-1853) di Diso che morirà a 30 anni dopo aver generato tre figli, Gabriele, Salvatore (1849-1849) e Fortunato, tutti deceduti. I nomi di battesimo di Gabriele e Salvatore verranno riproposti nella prole della seconda moglie. Da Giuseppe Carrozzo e Annunziata Motole, nascono tre figli, Gabriele, scapestrato, si racconta che dilapidò la sua parte di proprietà e che dovette emigrare nel Brindisino dove sposò Rosa MICELLO, di Orie ed ebbe almeno due figli che chiamò rispettosamente Giuseppe ed Annunziata come il padre e la madre. Per qualche tempo la famiglia di Gabriele è registrata in Castro ma poi emigra definitivamente nel brindisino. I discendenti vennero a fare visita ai cugini rimasti a Castro per un po di tempo. I racconti dei più anziani ricordano un Gabriele pronto a lasciare il paese natio affranto dal dolore che, con versi poetici, salutava il paesello natio senza pudori. La sorella Concetta Motula   tornerà a sposarsi un ortellese, Salvatore BASILE. Il terzo fratello, Salvatore, il vero Motulu, si sposerà con una omonima della sorella,  Concetta, del primo ramo Carrozzo, quello di Lazzaro figlio di primo letto di Medico Carrozzo. Di lui i più anziani ricordano facesse il pastore con l’ovile (curti) in fondo a via Barberini, dove i Carrozzo attuali, possiedono ancora pezzi di terreno e case. E ricordano le sue greggi passare sulle mura ancora integre che cingevano l’acropoli sul lato di Scirocco.

A guardare bene, anche nello Stato delle Anime già citato del 1749 è censito tale don Basiglio MOTOLE di Poggiardo tra i sacerdoti forestieri della Mensa Vescovile di Castro, ma senza apparenti legami con i Carrozzo se non la sola conferma dell’esistenza di un cognome Motole nella Contea.

Annunziata Motule nasce a Ortelle da Domenico Antonio MOTOLE e Giovanna CAPRARO. Probabilmente legata dalla madre Giovanna CAPRARO a Castro in qualche modo ritorna a sposarsi nel paese della madre. A Ortelle resta il fratello Giuseppe e Salvatore (che sarà padrino di battesimo del nipote omonimo). Dei Motole ortellesi si è persa traccia dopo un Giorgio MOTOLE scapolo che viveva presso la famiglia GATTO. Il ritorno in paese di una figlia nata da un cittadino emigrato dalla generazione precedente non è raro, anzi! Due sorelle Campa, nate a Sanarica, ma di madre castriota torneranno a Castro per sposare due fratelli Capraro e per imporre ai propri figli il nome caratteristico di molti Capraro, Gennaro, nome del rispettivo padre sanarichese Gennaro Campa.

Ma dei Capraro parleremo in un altro post.

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Addio Costa Serena

Addio Costa Serena

Non ti vedremo passare più. La canea dei giornalisti e del popolino ha già deciso. Sei troppo pericolosa. Hanno già deciso che un comandante di quel livello, con carte e  scandagli e  non è capace di avvicinarsi alla costa, fosse pure per entrare in un porto. Dopo due giorni hanno finalmente scoperto che la tua sorellina è morta per uno stupido gioco, per un inchino, una cosa di diletto che chiaramente in una vacanza, si vede, ci sta proprio male.

Ma dirlo, è come dire che un comandante e tanti validi ufficiali non sanno navigare, non sanno portarsi sottocosta per pararsi dai pericoli dei venti o sbarcare gente a terra in emergenza. Che non sanno avvicinarsi ad un porto, sia quello programmato che in un altro alternativo alla bisogna. Un paese isterico, che nel primo tempo batte le mani e poi nel secondo crocefigge, ha deciso che l’arte del navigare è un orpello inutile. Se ne stessero le navi al largo, pure quelle che devono fare una dozzina di entrate e uscite dai porti in una settimana. Di sbagliato in questa tragica storia c’è solo un errore di navigazione: potevano commetterlo in avvicinamento alla disabitata isola del Giglio o nel trafficato imbocco del porto di Genova. Lo hanno commesso in un punto dove nulla poteva essere scusato. Troppo noti quei fondali, troppo avanzata la tecnologia di bordo disponibile. Di questo solo hanno colpa il comandante e i suoi ufficiali fino al momento dell’abbordo. Aver sbagliato a navigare, che per un marinaio è un’accusa peggiore di quella di aver giocato con le tradizioni cameratesche delle navi crociera.

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Il Porto che non fu

Il Porto che non fu

Uno cerca in tutti i modi e nel modo più attendibile possibile,  le testimonianze del passato, quasi scoraggiandosi, poi alla fine quello che voleva conoscere gli arriva a sorpresa per posta sotto forma di una banale strenna natalizia.

Il progetto del Porto di Castro del 1905.

Avevamo già parlato degli interessamenti in Parlamento dell’On. Codacci-Pisanelli perchè anche a Castro, dopo Tricase, si appprontasse un porto sicuro di livello nazionale di quarta classe. L’interpellanza per conoscere il grado di sviluppo del progetto è chiaramente uno stimolo al Ministro di turno perchè accelerasse l’impegno dell’incaricato Genio Civile quanto più possibile. Il parlamentare salentino non aveva bisogno dell’intervento ministeriale per conoscere il grado di approntamento del progetto, disponeva di molti agganci e amicizie per avere notizie più rapide e precise. Probabilmente batteva a denari, per avere la garanzia del successivo finanziamento, giocandosi al meglio la carta di una recente sciagura accorsa in quei giorni.

Il sottoscritto chiede di interrogare l’onorevole ministro dei lavori pubblici sulla opportunità di far redigere al Genio civile un progetto per la sistemazione del porto di Castro di Diso” – Codacci-Pisanelli, Atti del Parlamento italiano [7263] del 4.5.1903, insisteva il parlamentare, ripresentando la stessa interrogazione insoluta del 28.4.1903 [7060].  Tornava il Codacci-Piasanelli nel 1906 a voler conoscere “il riparto della spesa per i piccoli porti” interessandosi, via via, sempre più del porto della sua Tricase.

Avevo anche annotato in quell’articolo che se il progetto fu curato dagli uffici provinciali del Genio civile, forse, qualcosa di quei documenti doveva ancora conservarsi da qualche parte. L’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Lecce ha raccolto un po di disegni proprio dagli archivi del Genio Civile provinciale  e ne ha fatto un originale, come sempre, calendario da tavolo.

Il progetto fu pronto un po prima del 1905 e la tavola della planimetria che è stata riprodotta nel calendario è probabilmente una variante, dove si nota, appunto, una sovrapposizione di due diverse soluzioni di allineamento dello sbarramento di mare.

Il progetto è datato 8 maggio 1905 ed è a firma dell’Ing. Domenico Minchilli. Un lavoro non da poco quello della progettazione dei porti, sia per la quantità dei lavori che vanno stimati nella massima precisione possibile, sia la misura dei fondali, che per tutte le opere di collegamento del porto alla viabilità esistente.

La planimetria è questa, cliccandoci sopra si ha la possibilità di ingrandirla e apprezzarne i dettagli. Ho corretto col fotoritocco solo segni dei pieghi dei fogli che ne disturbavano la comprensione.

Dopo un po di riflessioni su come sarebbe potuto essere oggi, dopo 100 anni, Castro con quel porto, con le barche ai Camerini e i bagnanti ancora alle Tagliate, la presenza di molti dettagli mi confortava che la planimetria doveva essere ben fedele nella rappresentazione dei luoghi e addirittura poteva datarmi molti elementi urbanistici di Castromarina.

Pulendo un po il colore con cui erano riportate le parti di progetto e le tracce del disegno, ho ricavato una planimetria su come quei luoghi furono rilevati e disegnati nello stato di fatto nel 1905 o poco giù di li. Il disegno presenta l’indicazione di numerose linee di sezione e probabilmente saranno stati disegnati anche i profili di tali sezioni, necessari alla stima esatta della spesa per gli scavi e i ricolmamenti, comunque l’infittimento è tale che mi ha sincerato di una certa precisione topografica frutto di accurate misurazioni.

Per aiutarvi a riconoscere i luoghi ho riportato il vecchio disegno (stato di fatto)  sulla sistemazione attuale della rada di Castro che comprende anche il nuovo Porto (1954-1984-2011).

Concentrandoci solo sull’area del vecchio disegno, sicuramente in originale più grande della dimensione riprodotta nella strenna natalizia, possiamo acquisire moltissime informazioni.

Tra le tante segnalo:

- la forma e la posizione del porto vecchio prima ancora dei lavori degli anni ’30;

- la forma originaria dello “scoglio di Enea”

- il nome geografico dello scoglio detto del Carducci (Punta Torretta);

- l’uso del nome di Punta Perchie

- il tracciato finale del Canalone ancora scoperto;

- la sistemazione di Piazza Dante;

- la posizione della scala di accesso al Porto

- l’assenza di un ponte tra la Piazza e il resto della marina, però l’esistenza del Ponte Stasi con l’attuale gradinata;

- la presenza solo di alcuni fabbricati, tra cui Villa Linuzza, Palazzo Stasi e Villa D’Ostuni. E’ riportato il palazzo interessato dal crollo del 2009 ma non il fabbricato adicente (ex Palazzina Sansò) che ospitava lo Speran Bar e la Tabaccheria, a  conferma che i due edifici nacquero ben distinti. Della successiva palazzina verso mare è addirittura possibile notare lo scavo di spianamento segno che la costruzione era imminente;

- un diverso percorso di Via Duca del Mare e ancora molti spazi liberi probabilmente occupati ancora dalle vecchia tagliate anche di epoca messapica che si vedono in alcune foto.

Lo sperone del traforo era probabilmente occupato da grotticelle e stanzette ma non sfondato, cosa che poi si fece probabilmente solo nel 1954.  Nei lavori del 1905 l’idea del traforo comunque già c’era. Curiso notare la forma dello scoglio isolato fuori dallo sbarramento in pietrame forse ricavato da un taglio per un canale fatto ad arte, oppure tagliato apposta per metterci quelle cabine a palafitta che si vedono ancora in piedi nelle foto dei lavori degli anni ’30. Si dice che ospitassero le religiose di Castro e Marittima che non facevano i bagni alla Grotta del Conte come tutti.

La storia poi prese un’altra piega. I lavori, benchè addirittura appaltati, non vennero avviati perchè ormai la grande guerra era alle porte. Negli anni ’30 si sistemò alla meglio il Porto vecchio, si costruì una nuova strada di accesso (Via Scalo delle Barche), una Piazza Dante più grande con un ponte nato per il passaggio della Litoranea salentina.

Negli anni ’50 si rimise mani al progetto di un nuovo porto e questa volta si decise di sbarrare le acque delle Tagliate e della Grotta del Conte e fu proprio un’altra storia.

Il disegno, oltre che bello graficamente, merita di essere acquisito al patrimonio storico della città di Castro e credo non sarà difficile averne una buona copia originale, magari completa dei disegni di prospetto e di sezione. Ma anche dei documenti contabili e illustrativi, in cui non è difficile scoprire fatti storici, nomi toponomastici, piccole considerazioni.

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La Festa dell’Annunziata dal 1886 – Tra processioni e spari di mortaretti

La Festa dell'Annunziata dal 1886 - Tra processioni e spari di mortaretti

Tra le tante particolarità degli archivi parrocchiali, si ritrovano appunti e annotazioni, fuori da qualsiasi logica di ordine, che cercano posto nella poca carta disponibile a quei tempi. Sono appunti di fatti spesso di molto posteriori alla pagine principali e che si sono  salvati proprio per essere legati a documenti parrocchiali importanti, spesso obbligati alla tenuta, che  più di altri sono stati custoditi e conservati.

Tra questi l’appunto a futura memoria di Don Gabriele Ciullo del 31 maggio 1886 per ricordare i festeggiamenti di quell’anno organizzati per ringranziamento al restauro della Cattedrale e l’impegno (fatto voto) del popolo di ricelebrare annualmente nel 31 maggio di  ogni anno una messa solenne, un TeDuem e l’esposizione solenne del Sacramento.

Lo scritto è ricavato nelle pagine bianche che anticipavano lo stato delle anime del 1885, in calligrafia e con linguaggio ormai quasi in italiano moderno.

Il Testo:

Per futura memoria

 Nel di 31 Maggio 1886 cadde in parte questa Chiesa Parrocchiale ex Cattedrale di Castro senza produrre alcuna disgrazia, quantunque si trovassero presenti varie persone, fra le quali l’Arciprete Gabriele Ciullo che fu quasi sepolto dalle macerie; ma mercé la generosa carità di Monsig. L. Rocco Cocchia Arcivescovo di Otranto e del suo fratello Domenico Cocchia Vescovo di Tebesta e amministartore apolostolico dell’Archidiocesi di Otranto, e di vari benefattori della Provincia, si è riedificato in parte e ristaurata in tutto, erogandosi la somma di lire settemila, raccolta dal detto Archiprete Ciullo affrontando perciò fatiche e sacrifici fino a cercar la limosina per la Diocesi e fuori e perciò nella vigilia del S. Natale dello stesso anno, compitisi i lavori si fece la solenne inaugurazione. Verso le ore due pomeridiane cominciarono a suonare a festa i sacri bronzi, ed espostasi la Statua di Maria S.ma Annunziata, Protettrice di questa Città, si cantorono dal Capitolo Collegiale i solenni Vespri. Verso le ore 5 p.m. i R.ndi Canonici accompaganti dalla Confraternita e dal popolo uscivano processionalmente dalla cappella della Congregazione portando Gesù Sacramentato, e dopo il giro della Città fra lo sparo dei mortaretti e lo squillo delle campane si giunse nella Chiesa Colleggiata. Allora si cantò l’Inno Ambrosiano in rendimento di grazie, e quindi del lodato Arciprete si tenne un discorso di corcostanza tra le lacrime del Popolo, e si compì la funzione con la Benedizione del S.mo Sacramento.

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In rendimento di grazia per tanti favori, il popolo ha fatto voto di cantarsi annualmente una messa nel di 31 Maggio, ed il TeDeoum nella sera, espostosi solenenmente il Sacramento.

In Fede Gabriele Can.co Arciprete Ciullo

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Un piccolo fatto annotato che ci dice tante cose, come la presenza attiva della Confraternita e la debolezza economica di un paese in bilico tra l’antico abbandono e la speranza di un futuro per quel movimento di villeggianti danarosi che fanno i primi bagni giù al porto. Castro in quel giorno conta poco più di 300 abitanti ed è tutta racchiusa nel suo centro storico, e ancora chiusa dalla Porta Terra. Qualche famiglia è scesa giù al porto a fare turismo quando il termine turismo non era stato ancora coniato. Ma le nuove strade provinciali dello stato unitario erano state già impostate, e Castro, anche se con un po di ritardo,  era stato finalmente collegato tramite Ortelle e Vignacastrisi alla provinciale Lecce-Maglie-Leuca e la sua bellezza, il suo mare, le sue grotte  non potevano non  suscitare l’interesse dei primi villeggianti e dei tanti turisti dopo.

Non è dato sapere se nell’anno seguente, nel maggio 1887, si sia ripetuta la promessa celebrazione e tantomeno se si sia ripetuto lo sparo dei mortaretti. O se tutto si confuse nella festa della Santa Protettrice che potrebbe aver cambiato data più volte, da maggio a marzo ed ora ad aprile.

Forse ci presero gusto coi fuochi d’artificio e spararono, sparano e, con la buona salute del Comitato di turno,  spareranno ancora.

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