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I legami matrimoniali nella famiglia di garanzia in Castro.

I legami matrimoniali nella famiglia di garanzia in Castro.

Capire gli usi e i costumi di una popolazione è lo scopo di molte scienze, tra queste la più pertinente l’antropologia. Per il passato, lo studio antropologico passa necessariamente dallo studio indiretto delle manifestazioni sociali o individuali in qualche modo conservate (regole sociali, giustizia, arte, letteratura, architettura, urbanistica, ecc..) e tra queste il momento del legame matrimoniale è il più importante. Con la nascita della nuova famiglia si strutturano una serie di condizioni vitali per la comunità come la nascita e la cura della prole e la gestione dei beni.

Col legame matrimoniale si stabiliscono alleanze interfamiliari più o meno allargate. Non è raro trovare nella storia casi di belligeranza risolti con l’intreccio di nubendi tra popolazioni immigrate e indigene, fazioni politiche o casate aristocratiche.

Se la serie dei legami matrimoniali successivi è fortemente endogena si andrà a instaurarsi una comunità (o nuclei al suo interno) fortemente coesa con legami di sangue così forti da rendere la comunità (o i suoi nuclei interni) aggressivi nei confronti delle altre comunità (o degli altri nuclei). Al termine del Medioevo, la Chiesa si accorse che la chiusura degli scambi parentali aveva generato clan familiari contrapposti in ogni comune, spesso insofferenti al potere costituito e allo stesso potere ecclesiastico. Si istituzionalizzò nel Seicento il divieto del matrimonio fino al grado dei cugini, che nel vecchio codice canonico era esteso fino al secondo grado nel caso di nonni comuni maschi tra loro fratelli. Vennero istituiti col Concilio di Trento i registri parrocchiali che tenessero conto della consanguinità degli sposi e le dispense per il grado di cugini a titolo oneroso.

Tuttavia le allenze tra famiglie mutarono di poco, allargando solo le maglie dei gradi di parentela e il coinvolgimento di più nuclei familiari alleati.

In “Sibling Relations & the Transormations of European Kinship 1300-1900” , il francesce Gerard Delille pubblica uno studio condotto sui legami matrimoniali nel seicento e nel settecento nella città di Manduria dove mette in evidenza alcuni schemi ripetitivi che consentono di superare i vincoli di consanguinità e di garantire quei vantaggi del legame familiare che definiamo di garanzia. Lo studio porta a individuare legami di garanzia per almeno il 60% dei matrimoni realizzati sia con scambi orizzontali tra fratelli e sorelle e con consanguinità verticale pur non osservando matrimoni diretti tra portatori dello stesso cognome.

Cosa permette in fondo il legame intrecciato tra parenti più o meno lontani? Permette di evitare due cose, entrambe tenute, tra loro antitetiche come l’esaurimento della discendenza e l’esagerata dispersione in linee collaterali. Nelle comunità (o strati sociali) dove vige il trasferimento della proprietà al figlio maggiore o addirittura il consenso solo a questo soggetto di ammogliarsi è molto probabile l’estinzione del ramo. Mentre dove la possibilità di ammogliarsi è estesa a tutti i soggetti la dispersione patrimoniale può arrivare a un limite tale da rendere insufficiente l’utilizzo delle risorse troppo frammentate. Il legame di garanzia consente una maggiore possibilità di matrimonio per tutti i soggetti, tranne pochi casi in cui al più giovane dei fratelli si rende necessario l’emigrazione o il celibato sacerdotale e alle sorelle lo stato di pizzoca.

Coi successivi legami generazionali le inevitabili mortalità degli sposi o della prole venivano compensate con la prole dei fratelli e l’accorpamento delle proprietà realizzato con il matrimonio tra parenti affiliati.

Se volessimo estremizzare il concetto, tra le espressioni più conosciute ed elementari del matrimonio di garanzia dovremmo includere anche la vecchia norma di dover chiedere la mano al padre della sposa. Un consenso durato fino ai giorni nostri che in passato esercitava un vero e proprio controllo sulle unioni, specialmente nell’aspetto economico che spesso non teneva conto dei sentimenti dei nubendi ma solo delle migliori prospettive possibili tra tutti i soggetti coinvolti nella divisione ereditaria e nell’uso delle risorse disponibili.

Nonostante i matrimoni nell’ambito parentale potessero consentire l’accesso al matrimonio e alla conservazione dell’integrità patrimoniale più di ogni altro sistema, potevano restare comunque caratteristiche di privileggio per le primogeniture oppure rispetto dell’età nell’ordine  dei matrimoni tra fratelli e sorelle, ecc…

Non bisogna pensare all’imparentamento nel solo ambito cittadino ma bisogna necessariamente allargare lo sguardo al di fuori dello studio dei cognomi e dei soli cittadini residenti all’interno della comunità. Se nel novecento i matrimoni endogeni della comunità castrense sono stranoti ed evidenti, passando al settecento e all’ottocento, i legami di garanzia diventano apparentemente invisibili perchè si spostano su famiglie ovunque residenti. Nel novecento la massa demografica era ormai per la città di Castro tale da garantire la possibilità di sufficienti matrimoni endogeni tra coetanei, probabilmente favorita da una economia sempre più particolare rispetto all’economia salentina, mentre indietro nel passato questa rete di garanzia si muove su famiglie in rapporto coi centri vicini come Vignacastrisi (Urso, Paiano, Bono, Antonazzo), Vitigliano (Ciullo, Calora), Ortelle (Maggio, Casciaro, Carrozzo, Strambaci, Gravante), Marittima (Minonne) Salve (Schifano, Russi), Nociglia (Lazzari, Puce) e tanti altri legami ancora.

L’aver condotto una ricerca sfruttando l’utilizzo di software che non discrimina le linee femminili (che portano diverso cognome) ed aver allargato la ricerca anche agli antenati e ai discendenti dei cittadini emigrati o immigrati per matrimonio,  ha consentito di cogliere, anche per questi matrimoni apparentemente non endogeni, un legame strutturato che presenta chiaramente lo scopo di creare una famiglia di garanzia. Non va dimenticato che è spesso proprio la linea parentale femminile a favorire la riunione delle risorse economiche per effetto della maggiore aspettativa di vita e per la scarsa propensione a nuovi matrimoni in caso di vedovanza, nonchè per il maggior numero di donne rimaste nubili.

Lo scambio parentale per formare una famiglia di garanzia sono di due tipi: quello orizzontale e quello verticale.

Il primo è evidente e può essere realizzato con il matrimonio tra due o più fratelli con due o più sorelle, oppure con lo scambio fratello-sorella con un’altra coppia sorella-fratello. Questi matrimoni, come tutti gli altri di tipo orizzontale possono essere sottesi a loro volta da ricongiungimenti di linee parentali (scambio verticale). I matrimoni di coppie o più fratelli risolvono tra l’altro ordine di matrimonio per cui non poteva sposarsi la sorella di minore età se non si sposava la più anziana, vincolo anche presente nei maschi ma meno cogente. Nell’ambito cittadino i matrimoni tra coppie di fratelli sono numerosissimi e sono riscontrati casi anche di tre coppie (matrimoni Lazzari-Ciriolo, Fersini-Carrozzo, ecc..)

I casi più estremi di scambio orizzontale è quello del matrimonio levirato o sororato. Pur non essendoci diritto o dovere come per molte religioni o popolazioni, col levirato (levir=cognato) la moglie vedova sposa un fratello del marito defunto (cognato). Nella religione ebraica vi era obbligo di matrimonio nel solo caso dal primo matrimonio non vi fosse prole e il primogenito della nuova coppia era considerato a tutti gli effetti figlio del primo marito con diritto di eredità privileggiato sugli altri fratelli. Nei matrimoni castrensi un matrimonio di tipo levirato è stato riscontrato almeno tre volte.

Il matrimonio sororato (soror=sorella) è quello che segue al vedovo che sposa la sorella della moglie defunta. Al momento ne riscontriamo uno soltanto, vale a dire la successione tra Rosaria e Gemma PANARO con Bernardo FERSINI.

La morte prematura di un genitore, specie della madre, portava quasi sempre comunque a un nuovo matrimonio, spesso entro l’anno stesso del lutto vedovile, tanto era pressante la necessità di curare la prole.  Il meccanismo della famiglia di garanzia pur potendo prevedere una maggiore solidarietà tra le linee parentali non sempre poteva offrire la cura particolare di una moglie e di una vera madre. E anche la presenza di una madre non sempre garantiva, per esempio, l’allattamento dei neonati, circostanza funesta e inimmaginabile alle nostre generazioni piene di ospedali, assistenti sociali e latte artificiale. Di queste condizioni di estrema poverta, insufficienza di mezzi e conoscenze mediche, che generarono lutti infiniti oltreché il fenomeno degli esposti ne parleremo in un altro post.

Non infrequente il matrimonio tra vedovi per esempio quello nel 1897 tra Antonio RIZZO, vedovo di Pasqualina TOMA (+1895) e Maria Domenica CIRIOLO (*1866) vedova di Benedetto FERSINI (*1855). Il primo vedovo, padre di ben 5 cinque nascite anche se con pochi sopravvissuti, e la seconda vedova madre di quattro figli tutti viventi. Al nuovo matrimonio seguirono sei nuovi figli.

Un più raffinato sistema di tipo orizzontale è quello che si verifica tra soggetti apparentemente estranei per cui lo sposo A sposa la sorella dello sposo B che a sua volta sposa la sorella del soggetto C che a sua volta di partenza, generando un doppio stato di cognato tra i sei soggetti coinvolti. Per via verticale i figli della prima coppia possono congiungersi con i figli della terza coppia o con uno dei fratelli più esterni del legame (Manduria – fig. 6.2) dove appare chiaro che i soggetti in esempio Geronimo Reggi (A) e Rebecca Gennara (D) non sono a tutti gli effetti dei parenti, ne tantomeno dei consanguinei, tuttavia dall’esame del grafico è evidente che l’alleanza nel gruppo che si è formata è tra le più potenti in assoluto.

Lo scambio verticale (o meglio l’instaurarsi di legami parentali per discendenza) è più semplice da intuire e si instaura col matrimonio tra cugini di qualunque grado anche non appartenenti alla stessa linea generazionale. Il legame diventa meno evidente all’aumentare del gradi di parentela perchè diminuiscono i matrimoni tra portatori dello stesso cognome.

Un caso di studio nella nostra ricerca lo estrapoliamo da una congiunzione tra alcune famiglie  Lazzari, Fersini e Ciriolo a partire dal Settecento a tutto l’Ottocento, dove è possibile osservare molti legami possibili tra famiglie di garanzia. Nel primo schema sono riportati in colori diversi le linee dei LAZZARI (rosso), dei FERSINI (blu) e dei CIRIOLO (verde) e già basta uno sguardo veloce per intuire dall’incrocio delle discendenze la sovrapposizione di più condizioni di parentela.

La prima osservazione da fare è sui soggetti esterno al blocco così come isolato, che nel diagramma possono apparire tra loro estranei ma non è detto che non lo siano per il tramite di terzi soggetti qui non rappresentati e quindi le linee parentele siano molte di più di quelle individuabili sul blocco estrapolato. La seconda osservazione è quella che pur partecipando all’alleanza un capostipite (Giacinto LAZZARI) proveniente da Nociglia, quindi esterno alla comunità, la probabile parentalità può venire su scala sovracomunale anche per la presenza nello schema di altri soggetti provenienti da Nociglia, che anche se con diverso cognome (PUCE).

Va detto inoltre, che nel Settecento le famiglie in Castro sono poco stabilizzate e si osserva una mobilità per emigrazione ed immigrazione analoga a quella di altri centri salentini, per cui all’espansione demografica devono partecipare per forza nuovi genitori. Questi soggetti possono essere rappresentati da figli o nipoti di emigrati, comunque ben accetti, da soggetti estranei che avviano una nuova allenza, o da individui con genitori ignoti. Nel caso di Castro alcuni nuovi soggetti si inseriscono per motivi professionali come per esempio la presenza di un nucleo doganale di finanzieri. Nel caso del gruppo estrapolato possiamo dire estranei alle dinaminche di garanzia solo i soggetti Pierina BOCCADAMO e Concetta MERICO.

Lo scarso sviluppo della economia del mare, che si avvia in termini numerici significativi solo alla fine dell’ottocento, rendono la comunità castrense economicamente molto simile a quella dei centri salentini, con prevalenza di bracciantato agricolo molto propenso a muoversi  secondo le necessità delle coltivazione o seguendo le dispersioni delle grosse proprietà baronali ma conservando comunque il ricordo parentale con le famiglie da cui si allontanano.

L’aver allargato la ricerca a tutti i soggetti in forma indifferenziata, senza puntare allo studio dei cognomi o a privileggiare le linee maschili, oltreché aver portato lo studio anche alle parentele pregresse dei nuovi soggetti ha permesso di evidenziare queste forme di famiglie di garanzia su base sovracomunale che altrimenti non sarebebro state colte ritenendo occasionale il ripetersi di alcune circostanze.

Nel caso di studio, dicevamo, che la provenienza nocigliese dei Lazzari diviene più interessante se la colleghiamo alla presenza di matrimoni di soggetti femminili in Castro col cognome PUCE, sia coevi che successivi. La più nota PUCE è Carmela, sorella di Don Gabriele CIULLO, nonché una capostipite dei CIULLO in Castro, che appunto proviene da Nociglia.

E considerati gli intrecci del settecento dei PUCE con i FERSINI e i CIULLO, anche le due Rose PUCE che sposano i due cugini FERSINI, Donato e Ippazio potrebbero appartenere allo stesso clan PUCE e considerata l’omonimia del nome di battesimo e la contemporaneità della linea generazione può esserci il sospetto di una vedovanza e un successivo matrimonio con un cugino del marito defunto. Purtroppo sui soggetti immigrati i registri sono avari di informazioni specie sulle ascendenze.

Altre relazioni, individuate con l’esplorazione a tappeto, mettono in relazione più famiglie di Castro persino con la comunità di Salve (LE) che vanno spiegate al di fuori di logiche di incontro o trasferimento occasionale non appena si riscontrano legami orizzontali e sopratutto verticali tra più generazioni. Questi legami, che emergono dall’avanzamento della ricerca, saranno commentati nei post dedicati alle singole famiglie.

Ritornando ai soli matrimoni endogeni proviamo a mettere in evidenza gli scambi orizzontali più evidenti e in particolare i matrimoni tra coppie di fratelli che possiamo facilmente osservare contornati nello schema seguente.

Un primo scambio è tra i fratelli Fede e Vito FERSINI con Isabella e Rosa CIRIOLO. Un secondo scambio è tra i fratelli Giovanni e Domenico LAZZARI e le sorelle Giuseppa e Donata FERSINI. Un terzo scambio è tra i fratelli Vincenzo e Giuseppe FERSINI con Carmela e Giuseppa PAIANO e infine uno scambio triplo tra i fratelli Carlo, Giovanni e Antonio LAZZARI e le sorelle Angelica, Carmela e Chiara CIRIOLO.  Ovviamente lo scambio orizzontale di questo tipo può operare tra diversi centri come il caso di LAZZARI Clorinda che va a sposarsi a Ortelle con Carmine MAGGIO, mentre la sorella di Carmine, Marta, viene a sposarsi a Castro con Quirino CIRIOLO.

Matrimoni che si muovono all’interno di una fitta rete di scambi verticali di cui ne evidenziamo solo alcuni. Un primo caso evidenziato sopra è un matrimonio tra cugini di secondo grado, Ippazio Antonio LAZZARI e Filomena FERSINI.

Nel secondo caso un matrimonio tra un cugino Giuseppe LAZZARI e la figlia di un suo cugino Isabella FERSINI.

Nel terzo e ultimo caso messo in evidenza, ancora un classico matrimonio tra cugini per cui correva l’obbligo della dispensa vescovile.

Da non trascurare che in questo ambito parentale, non indicato, sono presenti, oltre il già citato Don Gabriele CIULLO,  almeno altri tre canonici, due tra loro fratelli, Don Oronzo CIRIOLO (papa Ronzu) e Don Gabriele CIRIOLO di Giuseppe e Francesca LAZZARI, e Don Giacinto LAZZARI figlio di Domenico e Rosaria FERSINI, che, pur uscendo col celibato sacerdotale dalle logiche della famiglia di garanzia, nelle tante malignità popolari sono indicati, appunto in qualità di preti,  come i più bravi “aggiusta piatti” delle comunità.

Analizziamo ora un secondo blocco che presenta più imparentamenti esterni. Quasi la metà dei soggetti (evidenziati in rosso) proviene dai centri vicini: Marittima (Minonne), Ortelle (Maggio), Cerfignano (Cretì). Anche il ramo dei Coluccia è un ramo che ritorna a Castro da Vitigliano.

Notiamo subito una triangolazione tra:

- i MAGGIO di Ortelle con i CIRIOLO e i LAZZARI di Castro,  il fratello Carmine MAGGIO sposa a Ortelle Clorinda LAZZARI di Castro, mentre la sorella di Carmine, Marta MAGGIO sposa a Castro Quirino CIRIOLO.

- i MAGGIO di Ortelle con i CRETI’ di Cerfignano, la sorella di Carmine, Annunziata MAGGIO, sposa a Ortelle Domenico CRETI’ di Cerfignano

- i CRETI’ di Cerfignano con i CAPRARO di Castro, la sorella di Donato CRETI’, Maria Abbondanza,  sposa a Castro Pasquale CAPRARO.

Uno schema che poteva sembrare formato da estranei rileva invece scambi orizzontali notevoli che probabilmente, con l’avanzamento della ricerca, potranno mettere in chiaro l’imparentamento dei CURSANO di Cerfignano con le due spose CURSANO venute in spose ad altri CIRIOLO e/o LAZZARI di Castro.

Il blocco superiore, in effetti, non è stato estrapolato dal database per puro caso ma seguendo come ipotesi di lavoro  il propagarsi nell’ambito allargato ( centri vicini e Castro), di alcuni nomi di battesimo rari usati, senza abbandono, per tutti gli ultimi secoli ed in particolare il nome Tommaso e Tommasina, sperando che tale nome nella perseverazione nonno/nipote potesse evidenziare legami di tipo verticale interessanti cosa in effetti riscontrata.

Cosa mandò in crisi la logica delle famiglie di garanzie?  Sicuramente il mutare delle economie nel novecento, con l’avvento di scenari che non richiedevano più la conservazione dell’integrità patrimoniale come l’impiego salariale, l’emigrazione, lo sviluppo dei trasporti e delle comunicazioni. Se Stefano CAPRARO (1878) per sciogliere la società con i Patucci pensò bene di segare in due la barca, creando un aneddotto ancora oggi ricordato, è chiaro che non era possibile dividere in due un orticello, una piccola casetta, una barca o una mucca che a stento sosteneva una sola famiglia.

Lo sviluppo della medicina fece poi il resto su due fronti: quello della riduzione delle morti premature, sia per i bambini che per le puepere, e le nuove conoscenze sulla trasmissione delle malattie per via ereditaria che sconsigliò sempre più il matrimonio tra consanguinei e la cui eredità del passato si traduce in Castro, per esempio, in un’alta diffusione di portatori di anemia mediterranea.

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Tornano le campane

Tornano le campane

FULGURA FRANGO, MORTUOS PLANGO, VIVOS VOCO -  ( Spezzo i fulmini, piango i morti, chiamo i vivi).

Dopo più di un anno di assenza per restauri tornano alla Cattedrale di Castro le campane in bronzo del campanile. Quattro esemplari, di cui tre sicuramente fusi dalla fonderia Nicola Giustozzi e figlio di Trani, che operò dal 1936 alla metà del 1980.

Sono quattro campane di dimensioni diverse tutte piuttosto recenti:  la più piccola e più vecchia è quella del 1949 fusa con contributi del canonico Oreste Stincone e del popolo di Castro. Le altre due, quasi uguali per dimensione del 1969 e la più grande, e anche la più recente  delle quattro, del 1975.

Non è detto che campane così recenti siano la volontà di ricreare un arredo di campane perso o spogliato nel periodo bellico. A volte si provvedeva alla rifusione delle vecchie che si erano fessurate o rotte e lo si faceva con il vecchio bronzo tanto che nella storia campanaria si continua a chiamare con lo stesso nome la campana anche dopo la rifusione completa. Una campana rotta non può essere aggiustata, per cui nel caso delle campane dell’Annunziata parliamo di un intervento di pulizia (e di rifacimento di tutti i sistemi del campanile) e una doratura dei decori.

Le tre campane più grandi furono fuse a Trani in via Imbriani nella piccola fonderia di Nicola Giustozzi. Da Traniweb abbiamo ricavato una vecchia foto del cavalier Giustozzi al lavoro e anche una foto della sua officina, una vecchia palazzina buttata giù nel 2008 per farci delle palazzine nuove.

Delle campane di una chiesa si hanno in genere molte informazioni perchè il costo di una nuova campana non è indifferente per via dei metalli pregiati che la lega richiede. Quasi sempre si trova un contratto vero e proprio, e nel caso di rifusione l’indicazione esatta del peso della campana fornita. Ogni fonditore e ogni committente, poi, ci teneva a incidere il proprio nome e pure l’anno di fusione non mancava mai. Fino al settecento la fusione avveniva in loco, alla base della torre, per evitare i costi del trasporto. Fonditori itineranti provvedevano in loco a costruire la fornace di fusione e il calco di colata. Spesso il paese si spogliava di rame e stagno con raccolte collettive.

Compresa la piccola campana esterna sommitale rimasta al suo posto la dotazione di campane della cattedrale di Castro dovrebbe essere oggi di 5 campane. La regola vuole che un convento ne abbia almeno due mentre una chiesa almeno tre. Con più campane intonate su note diverse si possono suonare motivetti (in concerto). Nel corso degli anni, via via, ogni autorità civile e religiosa ha imposto delle regole sull’uso delle campane.

Martedì prossimo inizierà il rimontaggio nella sede del campanile e speriamo di avere un po più di tempo per raccogliere qualche informazione sulla storia delle campane e del loro restauro. Magari proviamo a registarne il suono e ad esplorarlo con un analizzatore di spettro per leggerne le note fondamentali e le armoniche. Una campana è in grado di reggere la nota per più di un minuto e se molto spessa (pesante) riesce a sostenerla anche oltre.

La nota fondamendale dipende principalmente dal diametro, per cui a diametri maggiori corrispondono note più basse nella scala delle frequenze, dal suono basso, cupo. Più sono piccole, invece, e più salgono di nota o cambiano di ottava, suonando acute e squillanti. La sonorità è frutto della presenza di stagno nella lega, un bronzo con  78 parti di rame rosso e 22 di stagno bianco,  che altrimenti se fusa completamente in rame il metallo sarebbe troppo sordo; un eccesso di stagno però la renderebbe fragile per cui la composizione varia di poco rispetto alle proporzioni 78-22.

Nella tradizione italiana, la campana nasce intonata già dalla fusione. Rispettando vecchie regole sulle dimensioni la campana viene fuori già intonata sulla nota fondamentale desiderata. Nel resto d’Europa si usa procedere con la successiva tornitura per correggerne la frequenza. Della campana, in realtà, noi non sentiamo solo la nota principale ma la somma di tutte le armoniche dovute alle vibrazioni che percorrono in tanti modi possibili il mantello. La vibrazione più importante corrispondente all’oscillazione dell’orlo del mantello in direzione della percussione, di maggiore potenza e di nota più bassa (fondamentale) e almeno cinque-sei vibrazioni secondarie di diversa energia (armoniche) che impastate insieme danno il timbro (bello o brutto) della campana. Ci sono armoniche di frequenza giusta che rendono il suono gradevole ed altre così e così. A Castro il suono delle campane non piaceva a tanti.

Attualmente le campane sono custodite all’interno della chiesa e chi vuole vederle da vicino e toccarle ha una occasione irripetibile.

Il restauro è stato eseguito presso la Fonderia Pellegrino Paolo in Squinzano che ha provveduto a tutta l’operazione di restauro anche dei meccanismi della torre campanaria. Sono stati, difatti, sostituiti  i sistemi di sospensione in legno delle campane che sono state bloccate definitivamente in posizione fissa. Di fatto, pur essendo alcune montate libere di basculare sui supporti in legno e con la classica leva di rimando per la suonata a corda, le campane o erano ormai da molti anni prive o di leva, o di corde o suonate soltanto col martelletto elettrico.

Dal sito della Fonderia Pellegrino abbiamo recuperato alcune foto sullo stato del campanile come si presentava un anno e mezzo fa, con ancora i supporti mobili e la leva di dondolamento in legno che ormai non erano utilizzati in quanto il tocco era dato azionando a mano il battacchio o col martelletto elettrico.

La dimensione delle forature del campanile, e forse anche lo stato di salute incerto della struttura muraria, avrà sconsigliato di conservare il dondolamento delle campane.

In questa vecchia foto del dopoguerra è ancora possibile vedere il campanile col doppio orologio con una postazione terminale per due piccole campane di cui una, si racconta e dalla foto pare vero, fosse un bossolo di cannone. La guerra è sempre stata la rovina delle campane, più che gli incendi e i crolli dei campanari. Bonaparte concesse una sola campana a parrocchia, il resto lo fuse per farci cannoni per campi di battaglia. La sola seconda guerra mondiale portò alla distruzione di almeno 13.000 campane quasi tutte confiscate per lo sforzo bellico. Le date riportate sulle quattro campane (1949-1969-1975) testimoniano la volontà di riempire la vecchia campanaria al termine della guerra.

Al contrario del campanile di Ortelle che non solo fu risparmiato dalla confisca dell’ultimo conflitto mondiale ma addirittura ottenne le due campane con la fusione di alcuni cannoni del castello di Castro, dapprima presi per armare Lecce dai ribelli antiborbonici e poi abbandonati per strada.

La scelta delle campane da requisire era affidata alle soprintendenze locali escludendo dalla confisca le campane fuse prima del 1550 e quelle di particolare pregio artistico o storico. I vescovi avevano l’obbligo di stilare l’elenco delle campane con la descrizione della geometria, dei decori e delle iscrizioni delle campane più recenti che a loro giudizio meritassero tutela. Probabilmente le vecchie campane di Piazza Vittoria non appartenevano ne alla categoria delle campane antiche ne a quella delle particolarmente artistiche. La confisca delle campane per approvvigionamento bellico avvene  con un certo ritardo in Puglia (1943) e molte campane scamparono a un triste destino.

Ancora una foto cronologicamente successiva, ancora col doppio orologio. Per il montaggio delle tre campane più recenti (due del 1969 e una del 1975), le più pesanti in assoluto, si rese necessaria l’incatenatura delle pareti della Torre Campanaria che presentava sul lato di tramontana una fenditura verticale per quasi tutta l’altezza della facciata.

FULGURA FRANGO, MORTUOS PLANGO, VIVOS VOCO – il motto in latino tradizionalmente riportato sulle campane medievali e anche dalla famosissima fonderia Giustozzi di Trani. Fulgura frango ( spezzo i fulmini )  per la credenza popolare che il suono delle campane fermasse la grandine, i temporali e i fulmini.

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i Fersini a Castro

i Fersini a Castro

Ippazio FERSINI (Fersino), nel 1749 ha 45 anni e quattro figli: Donato, Pietro, Vito e Vincenzo. Ha sposato Saveria MARTINA di Poggiardo e vive nel centro storico ancora chiuso dal portone della Porta Terra in una casa di proprietà di una sola stanza con una piccola cucina e uno scoperto attaccato alla casa che solo un fisco esoso e la ristrettezza di spazi della città classificano come ortale. Alla stessa data, tra i proprietari forestieri di Castro è presente anche tale Lucrezia FERSINI di Matino che non sappiamo dire in che rapporto è con la piccola famiglia di Ippazio. Forse una sorella sposata lontano da Castro che ha conservato un terreno o  forse la ragione per la quale Ippazio è venuto da Matino a Castro. Famiglie in continuo movimento quelle salentine, specie quelle di braccianti come Ippazio che seguono il lavoro o il marito o la moglie dove lo trovano.

Trent’anni dopo, nel 1779, è il figlio Donato (1734-1795) a tenere le sorti della famiglia, sostenendo la madre vedova Saveria e cinque figli avuti da Rosaria CORVAGLIA.

Dei fratelli Pietro, Vito e Vincenza non si hanno ancora notizie certe. La presenza di alcune donne col cognome FERSINI  non riconducibili alla discendenza di Donato  che si sposano in Castro fanno pensare a linee a queste riconducibili, ma estinte per la convenzione del trasferimento del cognome. Oppure a famiglie emigrate dalle quali, come spesso osservato, ritornano le figlie o le nipoti a sposarsi nel paese paterno.

Nello stato di famiglia di Donato sono da aggiungere la figlia Saveria che porta il nome della nonna ed almeno altri tre figli morti in minore età.

Grazia FERSINI va in sposa a Ippazio SCHIFANO, Saveria a Ippazio RIZZO, e da Vito, Onofrio e Vincenzo si distaccheranno le principali linee dei portatori del cognome. Il quarto fratello Fedele sposa Isabella CIRIOLO ma non avrà figli.

Allo stato attuale della ricerca, su un database di 5235 soggetti il cognome è (o è stato)  da 575 soggetti rendendolo quasi eslusivo della città di Castro in tutto l’ambito nazionale, dove poi presenta una classica inevitabile dispersione da emigrazione.

La prima linea formata da Vito e dalla moglie Rosa Ciriolo si persevera nel cognome solo col figlio maschio Ippazio, mentre due sorelle di Ippazio, Donata e Giuseppa sposano due capostipiti dei Lazzari di nome Giovanni e Domenico facendo intuire che anch’essi, coetanei, fossero tra loro fratelli. Il matrimonio tra coppie di fratelli non era pratica rara. Le tre nipoti di Ippazio, figlie di Giuseppe, (Maria, Rosa e Dorotea) andranno infatti spose a tre fratelli Carrozzo (Giovanni, Salvatore e Pietro).

Le discendenza sono osservabili nel grafico sopra riportato (zoommabile cliccandoci sopra)

La seconda linea formata da Onofrio e Angela CASCIARO si estingue col figlio Donato, che avrà solo  figlie femmine. Una figlia di Onofrio,  Anna Maria andata in moglie a Pietro SCHIFANO risulta genitrice di buona parte dei Schifano, Annunziata lo sarà per i Rizzo (Salvatore) e Filomena per i Lazzari (Ippazio Antonio).

La terza linea formata da Vincenzo (1783) e Pasqualina PAIANO è la più prolifica tra le portatrici di cognome.

Da Luigi (1826-) e Medica (alias Cosima) CARROZZO discenderanno nomi ancora noti come Albino (1859-1945), Primaldo (1853-),  Salvatore (1856-), Floriano (1865-);

Da Antonio (1812-1872), morto in mare, e Domenica RIZZO discenderanno Giuseppe “Pepperussu” (1846-), Gabriele “Punintinu”, Pasquale (1843-1905).

Gli intrecci parentali si cominciano a sviluppare già nell’ottocento per cui, sia per la complessità delle parentele che per il numero di soggetti, si rimanda all’esplorazione del diagramma che dispone di una comoda funzione zoom. Il database completo è on line.

Il grafico può presentare omissioni di soggetti, tuttavia come strutturazione delle linee e degli incroci parentali può dirsi quasi consolidato dai numerosi riscontri documentali.

Rosario Maria Martino FERSINI - 1899-1997

Considerata l’estensione del cognome e il ripetersi dei nomi di battesimo, il ricorso al soprannome è quasi obbligato. Tra questi ne ricordiamo alcuni, sia personali che di famiglia: Mascara, Punintinu, Pepperussu, Plata, Africanu Pacciu, Patata, Occhijancu, Scarpaleddra, Bruscapede, Maschio, Masciaru, Melafilu, Pappasciola, Pignola, Mazzola, Sethru,  ecc..

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i Rizzo a Castro

i Rizzo a Castro

Nel 1749 Ippazio RIZZO (Ipazio Riccio) ha 76 anni, in casa ancora il figlio Domenico di 45 anni e la moglie Grazia PANTALEO. Possiede terreni in Castro e vive dentro la città vicino la chiesa. Il figlio Domenico, sposato con Grazia RUSSO, morirà piuttosto presto lasciando la moglie Grazia per molti anni vedova a crescere Francesco, Donato e Ippazio.

Per molti anni la vita di Grazia RUSSO sarà rattristata dalla vedovanza, dalla scomparsa di Francesco e Donato e per alcuni anni la piccola famiglia,  formata dalla madre e dal piccolo Ippazio, scompare anche dai registri parrocchiali forse ospitata altrove fuori Castro.

La storia dei Rizzo a Castro si può dire però che nasce col piccolo Ippazio che nella casa materna, convivendo con la madre vedova,  sposa Apollonia CARROZZO da cui avrà solo la piccola Lucia. A lutti seguono ancora lutti: Apollonia muore e Ippazio, piuttosto maturo,  sposa in seconde nozze una donna forse ortellese, Giuditta STRAMBACI, il cui cognome è peculiare di Ortelle dove, benchè all’epoca piuttosto diffuso, si è ormai estinto. Da Giuditta Castro avrà l’intera discendenza del cognome Rizzo oltreché un nome di battesimo che si ripeterà per invisibili linee femminili essendo assolutamente indeclinabile al maschile.

Lucia, figlia di primo letto morirà anch’essa, e una delle figlie della seconda moglie di Ippazio verrà chiamata Lucia e sposerà il vignacastrense Rosario PAIANO. La seconda figlia Domenica, stesso nome dello sfortunato padre di Ippazio, si sposerà con Antonio FERSINI da cui discenderà un numeroso ramo di Fersini, ma che conoscerà, tra le prime Rizzo, il lutto della tragedia di mare avendo il marito Antonio naufrago davanti a Punta Mucurune nel 1872 assieme ad altri quattro pescatori.

Di altre cinque sorelle di Domenica,  Concetta, Donata, Annunziata, Grazia e Giuseppa, sappiamo poco. Non compaiono nei registri come sposate in Castro per cui o sono emigrate o morte secondo la spietata statistica delle morti infantili nel settecento.

La linea che porta il cognome RIZZO si riduce nuovamente dopo tre generazioni al solo figlio maschio di Ippazio e Giuditta a cui verrà dato il nome del santo protettore di Ortelle appunto Giorgio che rafforza le considerazioni sul paese natale di Giuditta.

Lo schema allegato è puntato in modo particolare sull’ottocento essendo numerosa la discendenza nel novecento e non raccoglibile in un semplice formato A4. Le linee numericamente importanti sono i due fratelli Salvatore e Ippazio, figli di Giorgio e di Saveria FERSINI.

Lo schema offre molti motivi di riflessione tra cui uno già accennato come quello del trasferimento del nome di battesimo. Per esempio la cadenza nonno/nipote per il nome Ippazio RIZZO che è tuttora conservata a partire dal capostipite Ippazio nato nel 1673 e conservato ancora come nome e cognome in un giovane concittadino.

Un altro esempio sono i nomi di battesimo assegnati ai figli in ricordo di fratelli morti giovani. Come Lucia, Assunta, Donata solo per citare le prime linee dello schema.

Anche il nome Giuditta segue uno schema di continuità che passa per linee femminili cambiando sempre il cognome a cui si lega sembrando un fatto accidentale ma invece ben riconoscibile disegnando le linee parentali.

Una complicazione nello schema dei RIZZO, ma anche nei coimparentati FERSINI, è il matrimonio tra i vedovi Antonio RIZZO e Maria Domenica CIRIOLO (1866), entrambi già sposati e con prole. La tracciatura delle linee parentali è complicata proprio dal primo matrimonio di Maria Domenica con Benedetto FERSINI (1855) che trasferirà, premorto, il nome al figlio Benedetto (1894-1918), che a sua volta avrà lo stesso destino del padre e anche il nipote riceverà lo stesso nome di battesimo, Benedetto (1919), detto Mesciu Tettu. La vedova di Benedetto (1894-1918), Giuseppa PANARO contrae un secondo matrimonio con prole.  Anche un nipote di Benedetto (1855-1918) con nome foneticamente simile (Bernardo) si risposa due volte con due sorelle PANARO (Gemma e Rosaria) con prole da tuttte e tue. Per questo è opportuno fissare su un diagramma il blocco di questi intrecci a beneficio dello sforzo nmemonico.

   

Come per tutti i cognomi (e ricordo sempre che il cognome è solo un comodo sistema per raggruppare soggetti e non tiene in giusto conto l’apporto genetico delle madri) il cognome RIZZO  deriva da un piccolo nucleo familiare, spesso instabile, per alcuni anni assente dalla città, che fa pensare a una comunità castrense per tutto il seicento fortemente instabile, con nuclei spesso migranti dai casali della Contea e viceversa il cui legame alla città può ricercarsi solo sulla proprietà di terreni nel suo intorno.

Nel Catasto Onciario dell metà del settecento, a differenza degli altri nuclei residenti di Spongano, Marittima, Vignacastrisi, ecc.., la presenza di forestieri possidenti è piuttosto elevata e non solo riferita a cittadini dei centri immediatamente contigui. La presenza di queste famiglie che compaiono e spesso scompaiono da registri parrocchiali che portano o alla estinsione tout court del cognome (Ettore, Pisino, Donadeo, Barone, ecc..) o all’affermazione di numerose discendenze (Fersini, Coluccia, Rizzo, De Santis, Ciriolo, Capraro, ecc..)  non fanno altro che confermare la sofferenza di un paese abbandonato  partire dalla fine del ’500 a tutto il ’600.

Una comunità che spesso si arrichisce di una nuova famiglia perchè questa si accomoda al trasferimento di un prelato che si insedia nelle numerosa corte vescovile o di braccianti che qui si trasferiscono per la cura dei terreni degli ancora potenti signori feudali.

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Storia e Strategia della Pirateria Barbaresca

Storia e Strategia della Pirateria Barbaresca

da Storia e Strategia della Pirateria Barbaresca di Vincenzo Scarpello

…. Nel 1537 la situazione geopolitica europea era mutata, con la lotta tra Francia e Spagna per la successione al Ducato di Milano. Francesco I di Francia adottò un espediente strategico molto rischioso, alleandosi con Solimano. Il primo avrebbe impegnato le armate imperiali nel Nord, il secondo nel Sud dell’Italia. Il fronte meridionale fu affidato da Solimano a Barbarossa, il quale dall’Epiro mosse verso la Puglia, sbarcando nel Salento nel Luglio ed occupando Castro (Otranto e Brindisi, ben fortificate dalla perizia di Ciro Ciri non erano più obiettivi facili da conquistare). Dal Porto roccioso avrebbe creato una testa di ponte per la conquista dell’Italia, così come era negli intenti di Maometto II e del suo ammiraglio Mohamed Gedik nel 1480.


Andrea Doria riuscì a radunare a Messina una flotta di 38 galere e 2 galeoni, con la quale, anch’egli memore dei successi del 1481 degli Aragonesi, colpì mortalmente la catena logistica del Barbarossa dall’Epiro, dove si era appostato, catturando 14 schirazzi provenienti da Alessandria e colmi di vettovagliamenti e rifornimenti diretti in Puglia. Ariadeno Barbarossa fu costretto così a togliere l’assedio da Castro e a tornare a mare per affrontare la flotta di Andrea Doria, forte di 42 unità, e porre l’assedio a Corfù per conquistarla ai Veneziani, ai quali Solimano nel frattempo aveva dichiarato guerra. Qui Doria riuscì, nello scontro di Paxso, a catturare 11 galere, 800 prigionieri e 60 cannoni. Nonostante Barbarossa dal mare e Solimano in persona da terra, avessero investito le 48 piazzaforti venete con tutta la loro potenza, i difensori, avuta manforte dal Papa, non solo opposero una resistenza efficace, ma passarono al contrattacco sottraendo ai turchi importanti punti strategici………….

 

da Storia e Strategia della Pirateria Barbaresca di Vincenzo Scarpello, un ebook di 77 pagine liberamente scaricale dedicato alla pirateria mussulmana

http://culturasalentina.files.wordpress.com/2011/03/corsari.pdf

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A.P.T. Lecce – Salento – Turismo aperto tutto l’anno – 2000

A.P.T. Lecce - Salento - Turismo aperto tutto l'anno - 2000

Una pregevole pubblicazione in italiano e inglese su quanto c’è da sapere in poche ore di lettura sul Salento. Edita dall’Azienda di Promozione Turistica di Lecce nel 2000. Scaricala o leggila on line. Oppure usala nel tuo sito se promuovi il turismo.

1) A.P.T. Lecce – Salento – Turismo aperto tutto l’anno – Anno 2000 – Pagine 56

Salento, turismo aperto tutto l’anno (PDF).

 

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