La Perseveranza

Concludiamo il trittico dedicato alla vite in questo angolo di Salento con questo articolo che avrà per tema la persistenza. Persistenza come permanenza fisica dei residui florali ma anche culturali benché relegati spesso nei confini stretti del ricordo e della nostalgia.

Chi ha letto gli altri due articoli sa ormai bene di cosa parliamo, di una economia, quella vinicola, che si troncò  agli inizi del secolo per note vicende fitopatologiche, molto affine alla crisi dell’ulivo di questo decennio.

Fu un danno importante per il benessere dell’intero  territorio adriatico salentino,  compensato solo in parte dalla coltivazione del tabacco, in quanto la presenza della vite avrebbe lasciato nei nostri limitati terreni fertili una filiera ancora oggi produttiva e un mancato abbandono dei campi.

140 Ruggeri con grappolo

La vite è una pianta molto selvatica. Contrariamente a quanto troverete in giro in molti manuali di viticoltura non ha bisogno di particolari cure. Quasi sempre si parla della vite da batteria, quella costretta ai fili, potata a regola geometrica, irrigata, concimata e schiava della aritmetica produttiva. Una logica produttiva che inculca solo concetti come fioritura, allegazione, invaiatura e maturazione. Quattro gemme, quattro rami (tralci) due grappoli a tralcio, otto grappoli, 2-3 chili d’uva perfettamente sana.

Nella realtà la vite se ne frega di fruttificare, ha elaborato altre strategie di sopravvivenza e non certo per via del seme (gamica). Le poche piante nate da seme caduto dall’intestino di qualche uccello su qualche muretto muoiono già piccole e in genere non conservano le caratteristiche della pianta madre.  L’uomo ricorre alla talea con l’aggiunta dell’innesto la vite invece ricorre alla propaggine radicale.

140 Ruggeri

La vite è una liana, non ha un vero e proprio tronco legnoso, soffre dei tagli, se trova il modo di salire in alto attaccandosi a qualunque cosa lo fa d’istinto. Nella Toscana etrusca la si lasciava avvolgere l’albero tutore al suo fianco (tutore vivo). Lo scotto è che solo i rami più lontani e più alti beneficiamo della linfa e lo sviluppo della pianta è via via sbilanciato verso i rami apicali (acrotonia). Se si tiene conto che solo i rami germogliati nell’anno portano grappoli la conseguenza è una fruttificazione sempre più alta e più scomoda. Per questo viene praticata da millenni la potatura della vite, una vera e propria cultura, che ci ha fatto vedere sempre la nostra pianta bella formata, ben pettinata, ordinata e piena nel basso di pochi splendidi grappoli maturi.

Fillossera su foglie di barbatella

Lasciata a se stessa, una ipotesi che nessun manuale di viticoltura osa nemmeno prendere in considerazione,  la vite riempie disordinatamente il suo tutore, in particolare nelle parti più alte, fiorisce poco e con pochi grappoli molto spargoli (con pochi acini sulla raspa) , ricaccia polloni alla base che riprendono la strada della pianta madre e da cui si rigenera in caso di incendi. Se il tutore viene meno per tante ragioni cresce per via orizzontale con lunghi tralci che già al secondo anno, diventati legnosi, al contatto col terreno sviluppano radici per una nuova o più nuove piante. In un ciclo infinito che può portare la vite a colonizzare strisciando o salendo e scendendo tutti quegli ambiti in genere non interessati da periodiche arature.

Pergola

A queste viti è dedicato questo articolo, a queste viti che figlie di un mondo vitivinicolo scomparso, perseverano nella presenza e nel ricorso.

Da quanto ho potuto osservare nell’areale salentina non sopravvivono vigneti pre-filossera o esemplari isolati a piede franco. I resoconti storici parlano di pochi impianti sopravvissuti in particolari quelli in terreni molto sabbiosi (in quanto la fillossera nello stadio pre-adulto non riesce a nuoversi senza danni) o protetti da anse  e isole fluviali. In rete potete trovare video di questi esemplari  nel nord Italia che ancora producono. 

Le più antiche presenze in zona sono le ricrescite dei portainnesti usati per riprendere le prime coraggiose coltivazioni. Se il portainnesto è sufficientemente alto rispetto al terreno o riesce spollonare da qualche gemma spuntata anche sulle radici, da ferite o altro la ricrescita del selvatico è possibile. In genere sopravvivono le ricrescite di selvatico che hanno la possibilità di portare un tralcio verso un muro, un roveto o un boschetto e qui sopravvivono riproducendosi su questi spazi incolti per propaggine.

Il selvatico più usato nell’Italia Meridionale è il famoso 140 Ruggeri (140 RU) che prende il nome dal suo selezionatore e dal fortunato lotto di semine  ottenuto incrociando (ibridazione) la vite Berlandieri  (portaseme) con la vite Rupestris (porta polline, molto probabilmente non un puro ma un ibrido della stessa Rupestris) .

L’impollinazione di uve selvatiche è cosa complessa, queste viti dette americane hanno spesso solo fiori femminili o maschili e non sempre generano semi fertili o con continuazione del patrimonio genetico derivato. La Rupestris però produce molto polline, ibrida facilmente altre varietà anche in natura e ha un apparato radicale molto esteso essendosi selezionata in ambienti con scarsa presenza di acqua. 

L’ibrido ottenuto da Ruggeri col lotto n.140  di semine presentava la migliore tolleranza al calcare e alla siccità con una ottima vigoria  e non a caso su selezionato in Sicilia. Rispetto alle altre talee di portainnesto radica meno e nell’attuale tendenza di piantare le barbatelle già innestate complica la vita ai vivaisti.

Lo trovate in ogni dove basta farci caso, specie nei mesi estivi quando lo sviluppo fogliare è più evidente e il colore verde chiaro si stacca dal colore dei rovi a cui si accompagna. Presenta un tralcio di sezione molto ridotta di colore rossiccio e la foglia intera. Dove lo troverete potrete stare certi che in quei fondi c’è o c’è stata una vigna.

Ha un certo interesse per l’hobbista o l’amatore in quanto una cura sul posto o una piccola coltivazione di 140 RU può regalare un po di talee per futuri innesti. Il fatto che la pianta madre sia sopravvissuta in quell’habitat  per tanti decenni è la prova di un adattamento a quel clima e a quel terreno indiscutibile.

In anni in cui una piantina già innestata su selvatico della varietà di uva desiderata costa soli pochi euro questi passaggi restano appunto un esercizio di cultura contadina per pochi appassionati.

Accanto alle radici restano altri testimoni: vecchi ceppi di vinifera, colonne di pergolati, vasche ancora azzurre di ramato, fili di ferro arrugginiti. Sono le pergole che sopravvivono come possono all’abbandono dei campi, delle vecchia casette rustiche, ai guai delle cisterne. Erano le regine dei campi e degli orti col privilegio di stare sopra l’uscio a dare fresco ma a ricevere sempre la dose di acqua quotidiana. Insieme il simbolo della fertilità dei campi e della bravura del proprietario, la prova provata della conoscenza dell’arte dell’innesto, della potatura e della cura della vite.

La varietà non è mai scelta a caso:  in genere la migliore uva da tavola ottenuta per innesto ottenuto dopo lunghe insistenze dall’amico o dal vicino. Uva rosa, che poi rosa non è, la vecchia baresana, e poi quell’uva buona ma sgraziata nel colore degli acini, uno rosso uno verde, e poi quelle con l’acino allungato o curvato in una varietà di nomi e omonimie che solo la moderna ricerca dei marcatore molecolare sta risolvendo.

La pianta più fortunata quella arrampicata al castelletto in pietra sopra la cisterna, vicina alla rose della moglie dell’ortolano, vezzeggiata e innaffiata a ogni occasione si metteva mano al secchio. 

Restano pure davanti ai casolari le colonne in pietra con la caratteristica rastrema tura poligonale del fusto, più o meno ornate, ormai spoglie dei pali orizzontali putrefatti dal marciume delle muffe e con qualche filo arrugginito.

La pergola, sia la pianta che il sostegno, vivevano in simbiosi, lo stesso solfato di rame che proteggeva dalle muffe la pianta evitava il marciume dei pali di sostegno. Dopo la morte della vite sfarinavano anche i legni.

Il ramato era una delle fatiche della vigna: chili di solfato di rame sciolti nelle vasche accanto alle cisterne azzurravano tutto l’intorno prima ancora delle foglie delle piante. L’aspersione dello zolfo in polvere contro l’oidio era la seconda.

Barbatella

Resta pure la nostalgia della vite che spinge a impiantare con o senza alcun criterio un vigneto.

Cosa altro può spingere a piantare poche are di vigneto su piede franco collezionando filari di ogni varietà di una da vino e da tavola ? O come in questo vigneto alle porte di Marittima rispettoso della omogeneità e del portamento del tradizionale alberello. A leggere i manuali, dicevamo, sembra che per impiantaere un vigneto serva un vomere da un metro, chilometri di filo, pali e paletti, un corso universitario di potatura e profilassi con quell’angoscia claustrofobica dei filari a Guyot o a cordone speronato che ti imprigionano dentro.

L’alberello ha solo bisogno di un piccolo tutore nei primi anni, una speronatura invernale a due gemme dei tre-quattro rami principali e dopo lo sviluppo dei tralci la legatura a fiocco in alto degli stessi.

Per secoli le viti greche o dalmate arrivate nell’Italia meridionale sono state cresciute in questo modo. Piante non irrigate con limitato vigore, con pochi grappoli ben maturi ma con un sesto di impianto così stretto da garantire sempre buone rese.

Vigneto ad alberello

Alla vigilia della sesta edizione del Castro Wine Fest, dove il vino in bottiglia delle cantine di tutta la Puglia sembrano un asettico prodotto industriale ravvivato dai paroloni delle etichette e degli enologi, non possiamo non ricordare un mondo arcaico nemmeno tanto lontano che nel perseverare dei segni ci appartiene ancora.

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Stat vinea pristina nomine, nomina nuda tenemus

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Testimoni: il Bibito

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