Quella proprio dei materiali, del fare, del costruire. In Italia credo che solo qualche migliaio di persone, se intervistate al volo per strada, risponderebbero esattamente alla domanda “Cos’è il cemento?”. Eppure il cemento, e l’edilizia in genere, è il primo motore dell’economia di ogni paese già sviluppato o in via di sviluppo. Se riflettete, si i risparmi e i sacrifici più importanti si fanno proprio per avere una casa di proprietà (o per pagarne l’affitto).

Nei tempi passati, all’attività costruttiva concorreva una quota ampissima della popolazione, spesso integrata in catene produttive che dialogavano strettamente tra loro. Era un’edilizia artigianale, dove la capacità del maestro e della sua squadra concorrevano in modo essenziale al livello del risultato finale. Dall’ultimo cavatore di pietra al primo scalpellino, tutti conoscevano le regole e i bisogni dell’intera catena. Fino al secolo scorso all’edilizia ci si avvicinava da piccoli, come pure in certi periodi dell’attività agricola, molti contadini si dedicavano alla costruzione della propria casa e pure col ricorso alla forza femminile.

Era un’edilizia concettualmente povera, spesso essenziale e pure quando era importante e ufficiale, ripeteva schemi e moduli che si tramandavano dai tempi dell’architettura romana. La differenza era sull’imponenza della struttura e sul suo livello di decoro.
L’arte della costruzione ha dato alla lingua italiana molti modi di dire e molte parole e tutto sembrava possibile che, dopo la scomparsa della cultura contadina, potesse sparire anche  la cultura del costruire.  Ma così non è stato e per tante ragioni.

Mentre ci si appassiona a riscoprire e salvaguardare le conoscenze della tradizione agricola e gastronomica del paese, in disuso dicevamo da molto più tempo, non ci si accorge che anche questa cultura materiale ha ormai completato il suo ciclo.

Tutto è cominciato il giorno che nel lessico dell’edilizia è arrivato il termine “prodotti”. I processi industrali, avanzando per numero e complessità, hanno moltiplicato per dieci-cento volte gli elementi in cantiere, da assemblarsi in altrettanti modi compositivi rompendo le regole secolari del costruire. Chi è nato negli anni venti-trenta, e ha vissuto di edilizia, ha attraversato direttamente tutta questa fase (d)evolutiva. Da eccelso manuale, stimato in patria e richiestissimo all’estero, ha terminato la sua carriera assemblando i nuovi prodotti in modo sempre più stanco e ripetitivo.

Negli anni cinquanta ci fu una ripresa d’ingegno con le scuole professionali per “apprendisti cementisti” che formò una generazione di carpentieri che molto ha dato all’estro di alcuni ornati che si risconoscono spesso nei fabbricati del tempo, per esempio in pilastri compositi, ardite pensiline, scale sospese, ecc..
Oggi l’edilizia si è complicata e non ha regole tranne i muri retti e a piombo. Alle diversità costruttive regionali si sono aggiunti migliaia di prodotti specie nella fase della finitura e dell’impiantistica. Se ancora oggi con soli tre materiali si può costruire una casa (calcestruzzo, ferro e mattoni) l’evoluzione delle finiture e dell’impiantistica è stata invece pirotecnica. Le isterie delle normative hanno poi concorso a spaginare certezze e consuetudini. Regole statiche e di durata, di risparmio e benessere termico, di isolamento dai rumori, di sicurezza sismica, ogni decennio ha avuto la sua croce. Se appena trent’anni fa un giovane con una cultura scolastica dell’obbligo poteva affrontare quasi da solo la costruzione della propria casa seguendo e dirigendo i tempi delle varie maestranze, oggi se non si è del settore non è più possibile. La cultura del costruire è finita.

Per questo mi sono un po commosso alla visione di questo video su Youtube. Chi è nato ad Ortelle e ha passato qualche giorno della sua giovinezza nella fabbrica dei travetti e blocchi per solaio della Ditta Panico Amleto o nella cava della Ditta Soframa a produrre mattoni di cemento, può capirlo.

Anni fa progettai, proprio per la Ditta Soframa, i moduli dei nuovi blocchi di mattoni, disegnando i profili degli stampi. E tutto mi torna in mente a vedere questa macchinetta, in un cantiere filippino, che fa a mano quello che da noi si comincio a fare già negli anni sessanta con i comodi stampi automatici in serie.

L’edilizia è sempre stato un rito collettivo, partecipativo, sociale. Con tante braccia si realizzava qualunque cosa. A  mano furono fatti tutti gli scavi dell’Acquedotto Pugliese, a mano tutta la breccia e le massicciate delle strade fino al dopoguerra, a mano tutti i blocchi calcarei dei marciapiedi di ogni città, e ogni avventura terminava in una festa.

Era  l’edilizia, pure, un esempio di società strutturata, col committente, l’esperto, il controllore, i fornitori, e i lavoratori da quelli più bravi a quelli meno bravi. Perchè l’edilizia è sempre stata democratica e ha dato una chance di vita e sostentamento veramente a tutti.

Oggi, se i numeri confermano che il prodotto dell’edilizia è ancora al primo posto in Italia, la sua base di impiego si è molto ridotta. Molta industrializzazione è andata a compensare il costo sempre maggiore della manodopera, molti stranieri, nessun ragazzo italiano ad affacciarsi in un cantiere.

Ogni anziano maestro che va in pensione è una croce che chiude tanti racconti e tante storie.

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