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Il telaio salentino

Tessere, tramare, ordire, tirare le fila, ecc…, molti sono i modi di dire derivati nella lingua italiana dalla tessitura e sono sempre modi di dire che si riconducono a un’arte che pare già oscura, complessa, per nulla semplice, tale da suggerire un assoluto bisogno di ingegno sia che fosse la pacifica arte domestica che in quella più traslata dell’inganno.
Ogni famiglia, appena agiata, disponeva di un telaio per tessere. Spesso era consegnato in dote alla sposa o passato dalla madre alla figlia sposata per provvedere per tempo alla dote della nipote. Il telaio era costruito ex novo da un qualunque bravo falegname che ripeteva il modulo originario, localmente collaudato, aggiungendovi solo qualche funzione di comodo, qualche ornamento in più, un migliore legno di base.  Era anche un’attività per professioniste che si occupavano di curare tutte le fasi dell’orditura e della tessitura dopo aver ricevuto dalla committenza i filati di partenza.

Ordire e tessere era forse l’arte domestica più complessa che una donna di casa potesse affrontare e, specie, la fase di preparazione richiedeva l’aiuto materiale di almeno una seconda persona. Si tesseva generalmente cotone per lenzuola, stoffa per camicie, asciugamani, fasce per neonati.

E’ da tempo che non vedo un telaio per tessere montato in una casa benché per lavoro ne visiti molte. Complice la recente pubblicazione dell’Onlus ortellese ‘Na Manu e i pranzi familiari in occasione della Fiera di San Vito, i discorsi nella casa avita sono caduti sul vecchio telaio che mia madre ancora conserva smontato e rimessato. Appena sono venuti fuori i vecchi termini dialettali dei suoi componenti ho preso carta e penna e ho cominciato ad appuntare. Cresciuto con le sole donne materne, una madre, due sorelle e una madrina vicina di casa sarta, da piccolo ho subito ogni ignominia dei lavori femminili, e ricordo perfettamente buona parte delle fasi della tessitura casalinga e, tranne pochissime cose che andrò a ricordare, ho tanto da appuntare in quest’articolo. Gli studi di tessuto di mia sorella presso l’Istituto d’Arte di Poggiardo, addirittura, mi viddero, da più grandicello, complice di altre sperimentazioni sul telaio fuori dai soliti canoni tradizionali.
Appunto in quest’articolo quello che già conosco e ricordo, con l’intenzione di sviluppare un secondo articolo proprio sulla parte dell’ordito e della trama che un telaio salentino può realizzare.

Lo schema elementare


Arrivare a stendere i fili dell’ordito perfettamente allineati, movibili singolarmente, fino a infilare il filo di traverso (trama) è un’arte che ha impegnato direttamente l’uomo dalla preistoria (Neolitico) fino allo sviluppo della rivoluzione industriale. Per spiegare la tecnica cominceremo dal semplice schema geometrico della tessitura che viene adottato nel telaio locale, ma con poche differenze in tantissimi telai  italiani ed europei. Lo schema adottato nella tradizione è quello del “pettine leccio” e se vorrete cercare in rete un po di notizie è a questo modello che dovete fare riferimento.

Stesi una serie di fili da un primo rullo (A) a un secondo rullo (B), divaricati con un certo criterio tra loro queste file (pari, dispari, ecc..)  e infilato un filo di traverso per poi rimprigionarlo con una divaricazione contraria, per un’operazione ripeture alternativamente infinite volte, si realizzava il tessuto finale.

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Per arrivare alla operazione di tessitura vera e propria il processo era abbastanza lungo e la prima operazione fondamentale era creare la matassa di fili perfettamente ordinati (orditura) da avvolgere sul rullo posteriore (A). Il numero dei fili era in funzione della larghezza della stoffa da tessere che partiva dalle strette bende per fasciare i neonati (larghe una decina di centimetri da 20-30 fili) fino alla fascia più larga che formava circa il mezzo lenzuolo (il lenzuolo intero veniva realizzato per cucitura affiancata di due o più fasce). Il limite del numero dei fili dell’ordito aveva comunque un limite nel numero dei fori di passaggio dei componenti fondamentali del telaio di cui diremo dopo.

Un telaio armato in uso

Il cotone di base era comprato fino agli anni ’70 presso i Distante di Depressa (LE) in matassine formate da un unico filo lungo anche centinaia di metri. Il fatto che fosse fornito in matasse e non in rocchetti ha impedito l’adozione di altri sistemi, molti più comodi di orditura, adottati in altre regioni. Tuttavia, il passaggio dalla matassina al rocchetto era indispensabile per agevolare le operazioni successive. Sistemata la matassina su un grosso arcolaio (macinula) con l’uso di un grosso e pesante fuso in ferro (fusifierru)  la cui punta inferiore veniva fatta ruotare dentro il foro di un pezzo di legno durissimo (misula), si trasformava la matassa in un rocchetto molto particolare. Le più brave facevano girare il fuso così forte e così di continuo che nel buco bisognava sputarci per evitare la puzza di bruciato dovuta all’attrito. Il filo, svolto dalla matassa sull’arcolaio, non finiva direttamente sul fuso, bensì su un rocchetto fatto di canna (canneddru) incastro da sotto a forza sul fuso.  Era un cannello  abbastanza grosso, lungo circa 25 cm e col diametriodi circa 2,5 cm. Arrotolata la giusta quantità di filo sul cannello (anche più matassine di seguito), si sfilava il tubo completato e si rinfilava un nuovo cannello vuoto. Era una operazione da pomeriggio tardi o da giorni di pioggia e finiva quando si erano arrotolati tanti cannelli quanti erano i fili necessari all’ordito. Si concludeva così una prima fase semplicemente interlocutoria.

La lunghezza del filo era fatta a stima secondo la somma delle lunghezze delle varie stoffe che si intendeva realizzare, mentre il numero dei rocchetti da gestire nella successiva fase dell’orditura poteva essere diviso in due o più operazioni, specie quando il numero complessivo dei fili dell’ordito da stendere sul telaio era molto alto. Se, per esempio il numero dei fili d’ordito fosse sui 99 fili, si eseguivano tre operazioni di orditura da 33 rocchetti per volta, realizzando tre matasse da 33 fili ciascuna.

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La seconda fase consisteva nel tirare le fila e svolgere tutti i cannelli contemporaneamente per realizzare un’unica matassa generale composta da tutti i fili dell’ordito. Parliamo di un volume di fili che potevano riempire un sacco e che non bisognava assolutamente attorcigliare tra loro o far formare nodi. Anche se scomposta in più serie restava un’operazione abbastanza delicata e rappresenta in senso stretto proprio la fase di orditura.

L’operazione, nella tradizione locale, era svolta con metodo e con l’uso di alcuni accorgimenti. Il primo era quello di fissare su un muro liscio (spesso sempre il solito per tutto il quartiere) una griglia di grossi chiodi (cintruni) su cui avvolgere a serpentina la matassa che si formava dalla somma dei singoli fili provenienti dai singoli cannelli. Il secondo accorgimento era quello di fissare i cannelli liberi di ruotare  per svolgere il filo senza sforzo. Questa operazione era realizzata infilando all’interno del cannello uno stelo perfettamente diritto di una particolare erba (spineddhre) a sua volta fissato a ognuno dei due capi a due corde doppie (attorcigliate due a due) di modo che lo stelo interno risultasse fermo e il cannello libero di ruotare. Le due corde doppie, sollevate da terra e tenute a circa 50 cm di distanza,  erano lunghissime e tale da poter ospitare tutta la batteria dei cannelli da svolgere. Le due trecce di corde erano fissate a due sedie opportunamente zavorrate sulla seduta da un paio di conci di tufo.

L’orditura a parete


Era una fase di estrema prudenza e concentrazione e necessitava di una bella giornata senza vento perchè lo spazio era spesso all’esterno. Al primo capo di ogni filo veniva realizzata un’asola (cacchiula) per facilitare le operazioni successive. Svolti tutti i fili dei cannelli e ottenuto il matassone (avvolto sui chiodi) ci si premurava di rimuovere il tutto dalla parete e infilarlo con cura all’interno di un sacco con alcune legature che impedissero attorcigliamenti.

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La terza fase era l’infilaggio di ogni filo del matassone attraverso i licci (lizzi) e il pettine del futuro telaio. Licci e pettine sono due componenti fondamentali del telaio. Sono i due componenti che, sia pure manualmente, consentono una certa velocità nella tessitura.  I licci si occupano di gestire l’alzata e l’abbassata dei fili dell’ordito (apertura del passo) e ogni filo va fatto passare per un suo persorso indipendente.  Nella tradizione leccese il liccio è fatto da un intreccio di spaghi. Un liccio alza i fili dell’ordito che comanda e uno resta basso per poter infilare  nella divaricazione il filo di trama, e poi l’operazione si inverte per cui il liccio prima fermo ora alza e quello prima alzato torna normalmente teso per bloccare la trama e attendere un nuovo filo di trama. Per questa ragione serve almeno una coppia di licci  per  tessere la più semplice trama di tessuto (con la trama più semplice detta a tela) . Il telaio salentino ha generalmente quattro licci (due coppie). Il sistema di alzata e abbassata è realizzato con un astuto sistema di bilancini sospesi in alto. Per questa ragione pure la necessità del numero pari dei licci.

Il pettine


Passati i licci, l’ordito, filo per filo, viene fatto passare attraverso il pettine. Come dice il nome stesso il pettine era una serie di denti formati da sottili e dure scorze di canna (o altro materiale) esattamente intervallati al punto che davano l’esatta posizione dell’ordito  nel tessuto. Il pettine, chiuso sui due lati, veniva ospitato e bloccato su una barra oscillante sospesa in alto in quanto, oltre a distanziare millimetricamente l’ordito, si coccupava di battere il filo di trama verso l’interno dell’angolo di divaricazione. Per questo il profilo dei denti del pettine erano sottili, ma tuttavia resistenti nel senso della battuta. La struttura che blocca il pettine (cassa battente o portapettine) ha una comoda maniglia per spingere indietro il pettine prima di tramare e poi avanti per incastrare (battere) il filo di trama. Ci sono pettini differenti per ogni diametro dello spago di ordito e come è facile immaginare  se un nodo sulle corde dell’ordito arrivava al pettine erano guai. Nella illustrazione precedente è riportato nell’ordine una sezione del pettine sul dente (scorza di canna) e poi una sezione sullo spazio passante. I denti erano fissati alle due estremità da quattro semicilindri di legno avvolti con uno spago. Nel terzo disegno si vede il pettine nel suo portapettine basculante nelle due posizioni: la prima posizione di battuta sul filo di trama;  la seconda in posizione di attesa del passaggio della spoletta.

Licci e pettine, sono due componenti piuttosto complessi da realizzare e credo che non ci siano più artigiani in grado di costruirli. Per cui danneggiare questi due elementi comporta la perdita di funzionalità dell’attrezzo che resta buono solo per un museo dei giorni passati.

Per far passare licci e pettine, nell’ordine rigoroso richiesto per la gestione del singolo filo dell’ordito, le due donne si accomodavano fronteggiandosi e, posti in mezzo i licci e il pettine appesi alla buona alle spalliere di due sedie, si passavano pazientemente il capo di ogni filo dell’ordito attraverso le complicatissime asole dei licci e le strettoie del pettine con un uncino di ferro artigianale. Solo finita questa operazione, si poteva completare l’armamento dell’ordito sul telaio cominciando la tessitura. Si cominciava con legare i capicorda al rullo di avvolgimento , il subbio, usando una scanalatura longitudinale e un filetto di legno di trattenuta e poi l’avvolgimento completo dell’ordito sul rullo posteriore, con una paziente operazione di pareggiamento delle lunghezze per avere una omogenea tesatura dei fili.

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Tornando alla forma del telaio proviamo ora a capire con uno schema frontale il movimento necessario che deve svolgere una coppia di licci. Nel caso di più coppie, i fili dell’ordito gestiti dalla seconda coppia di licci, attraversano la prima coppia in posizione neutra (fuori dalle asole).

Vista frontale in corrispondenza di una coppia di licci.


L’alzata dell’ordito, eseguita dal liccio, è realizzata con la tirata in basso del liccio antagonista sul bilancino. L’azione è fatta col piede agendo su una pedaliera (pulariche).   Nel disegno si vede lo scambio tra due licci dove le asole gialle passano dal basso in alto tirando già il pedale antagonista delle asole azzurre. La seconda coppia di licci è comandata, allo stesso modo, dal terzo e quarto pedale. Come si intuisce, la soluzione a bilancino comporta dei limiti alla variabilità della trama del tessuto che si può ottenere.

Lo schema elementare, fin qui illustrato, per poter funzionare ha bisogno di essere bloccato su una struttura rigida che guarda caso , prende il nome della tela che si andrà a tessere, un telaio appunto (talaru).  Il telaio in realtà è costituito da due pesanti fiancate e pochi elementi di traverso mobili.

Lo schema e il telaio elementare necessario

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Se immaginiamo di fissare lo schema in modo che tutto resti solido e funzionale otterremo grosso modo questa sovrapposizione. Una struttura di fiancata sul lato destro e sul lato sinistro coi piedi abbastanza larghi per consentire a ogni telaio laterale di stare in piedi da solo, con elementi di collegamento non solidali per consentire lo smontaggio dell’attrezzo nei periodi di non uso. I soli oggetti solidali e non disaggregabili restavano i telai laterali generalmente realizzati in legno di ulivo incastrati a forza in falegnaria.

La forma di un telaio essenziale pertanto non poteva essere dissimile dall’idea che ci siamo fatti di un telaio.

Le fiancate del telaio


Non è raro trovare, anche tra i telai più economici, un certo gusto per l’ornato, mentre i telai più costosi o per professioniste erano vere e proprie opere d’arte.

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Armato il telaio, tesato l’ordito con un contrappeso posteriore e bloccato il rullo anteriore con un sistema elementare di paletti sfila-infila legati a una corda (o con meccanismi anche più complessi) si cominciava la tessitura. Generalmente, se la trama era più complessa della semplice armatura a tela (armatura è detta anche la trame del tessuto)  si cominciava con delle battute di tela o con filo di trama più sottile per realizzare una cimossa di partenza. Anche alla fine del lenzuolo si tesseva una cimossa per ottenere sui due lati un tratto di stoffa più sottile da poter risvoltare e cucire su se stessa per bloccare ogni possibilità di sfilaggio della trama sulle estremità. Spesso era solo un vezzo di gusto a determinarne la lunghezza. Negli asciugamani, tuttavia, il tratto di cimossa era abbastanza lungo per consentire l’applicazione di ulteriori disegni di ricamo, o addirittura la cimossa non era tramata affatto per realizzare delle frange libere da intrecciare successivamente a mano con la tecnica del tombolo.

Con l’avanzate della tessitura, per fare posto alla spoletta e avere spazio per la battuta del pettine, si tirava, con l’aiuto della leva offerto dal paletto di bloccaggio del rullo anteriore, tutto l’ordito  verso l’operatore. Erano spostamenti di pochi centimetri per volta che richiedevano lo sbloccaggio controllato (sempre in tesatura) dell’ordito e la nuova tesatura dopo il riposizionamento. Alcuni telai, per professioniste, avevano un secondo rullo di avvolgimento del tessuto dotato di ruota dentata con blocco di non ritorno o altro artificio per non perdere tempo.

L’azione della tessitura corrisponde a un alternato movimento dei licci eseguito dai pedali della pedaliera che nel dialetto locale ha il nome plurale di pulariche che mi piace pensare derivi dal termine dilaettale dell’alluce (pulicaru) e da un rimandare da destra a sinistra e da sinistra a destra la spoletta della trama. A ogni filo di trama si batteva il tessuto per costiparlo bene con una dosata forza a giudizio dell’operatrice.

Gli unici momenti di attenzione erano l’inizio e la fine del pezzo di tessuto (che restava avvolto sul rullo e tagliato solo dopo il termine di tessitura di tutto l’ordito) e la presenza di qualche nodo o rottura del filo. In caso di rottura la legatura del filo era fatta con un doppio nodo a cappio molto simile alla gassa d’amante dei marinai. Aveva il pregio di stringere a cappio senza potersi rompere e una volta tirato si riduceva di molto nelle dimensioni. L’operatrice aveva cura di ridurre con le forbici i capi dei due fili del nodo (spilazzi) e farli uscire solo sull’eventuale lato posteriore del tessuto, quello meno in vista o da non ricamare.

Della trama (più esattamente dell’armatura) che è possibile realizzare con un telaio pettine-leccio con quattro licci a bilancino parleremo nel secondo articolo, appena avrò disponibili un po di disegni esplicativi che meglio rendono l’idea più di tante parole. L’intento è quello di realizzare una guida completa che possa essere di ausilio ad armare un telaio salentino anche da parte di appassionati che non abbiano alcuna esperienza ma dispongano di un telaio completo perfettamente funzionante. Sono benvenuti aiuti e suggerimenti, specie sulle caratteristiche dei pettini (classificazioni) e sull’intreccio dei licci (varianti locali). Anche sulla qualità e calibro dei filati. In rete si trova pochissimo, in genere solo poche righe di pagine nostalgiche o di corsi di tessitura che non so se siano mai stati svolti effettivamente. Probabilmente il massimo grado di conservazione della conoscenza (e della chiarezza della divulgazione) sul telaio salentino, alberga ormai in qualche saggio di studenti di scuole d’arte con l’indirizzo del tessuto.

Quello che posso anticipare sulle varianti dei tessuti è che in fondo non sono poi tante. Gli esiti più clamorosi si ottengono quando, per esempio, il filo di trama non è più uno spago ma una fettuccia sottile di pezze variopinte e il tessuto ottenuto è la famosa zinzuliera, un tessuto usato in passato per svariati usi. Oppure con l’uso di fili diversamente colorati, sia sull’ordito che sulla trama.  O ancora usando l’ausilio di un ferro tondo nella trama per gonfiare il tessuto (spugna). Non parleremo di tecniche di inserimento di fili a mano nella trama in quanto sono proprie di altre pratiche meno domestiche ma più artistiche (realizzazione di ricami o di arazzi).

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Terminologia e componenti del telaio

Oltre i due telai laterali, riprendendo l’immagine iniziale si riconoscono i seguenti principali componenti:

Termini e componenti


(A) Subbio (Suju) – Rullo posteriore che avvolge l’ordito ancora da tessere.

(B) Subbio (Suju) – Rullo anteriore che avvolge il tessuto. A volte può assolvere solo la funzione di semplice rullo se presente un rullo apposito di raccolta. Veniva tesato e bloccato con un paletto a squadro (chiai) a sua volta boccato con una corda .

(C) Subbio (Suju) – Eventuale rullo di avvolgimento del tessuto. Se presente svolgeva direttamente la funzione di tesatura.

(1) Contrappeso (Pisara) – Peso di tesatura posteriore

(2) Stenditori (Spulicaturi) – Doppio rullo, generalmente con due canne mobili, per agevolare lo stendimento dell’ordito all’uscita del rullo posteriore.

(3) Ordito – File longitudinali.

(4) Licci (Lizzi) – Prima coppia di asole che gestiscono il movimento dell’ordito

(5) Licci (Lizzi) – Seconda coppia di asole che gestiscono il movimento dell’ordito

(6) Pedaliera (Pulariche) – Pedali di comando dei licci

(7) Pettine – Pettine di posizionamento dell’ordito e di battuta del filo di trama. Montato in un portapettine basculante.

(8) Spoletta (Sciuscitta) – Navicella in legno affusolata che porta un rocchetto (di canna) che svolge il filo di trama mentre attraversa in senso trasversale l’ordito opportunamente divaricato.

(9-10) Tessuto – Ordito e trama sono uniti e bloccati nei rispettiviintrecci a formare il tessuto finale.

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