Il mio San Vito 4-5-6-7 – Il Tabacco

Siamo nella parte più privata di San Vito, nel recinto della mia infanzia. Un piccolo fondo di venti are diviso tra due sorelle di cui una  proprio mia madre. Comprato dal nonno materno da certi Donadeo proprietari in Ortelle di questi relitti di cave di tufi ormai ricondizionati all’attività agricola. Piccoli ortali creati con l’interramento delle vecchie cave di San Vito con terreni fertili, almeno superficialmente e su cui si coltivava un po di tutto. Erano terreni interposti tra l’abitato e i terreni demaniali dei Campi dati nell’ottocento in proprietà a tanti paesani per un minimo di sostentamento. Terreni  molto magri, poco profondi, buoni giusto per qualche legume stentato.

A volte capitava che si incontrassero sacche di terreni fertili molto profonde e ci campava pure qualche albero. Spesso era terra accuratamente raccolta e accumulata in qualche fossa prima di aprire una nuova cava e serbata per essere poi ridistesa dopo l’abbandono.  Il paesaggio che caratterizza il territorio tra i Comuni di Diso, Ortelle, Poggiardo, Surano e Spongano è quello di una immensa distesa brulla con continui affioramenti di roccia, piccoli depositi di terra e tanta fatica. Si chiamano Chiani e siccome sono in una blanda depressione era uso dire “me ne vado sutta i Chiani”. Da qualunque comune che contornano questa landa è possibile vedere tutti gli altri comuni, considerata l’assenza di alberi, muri o altro ostacolo importante.

Su questa roccia era praticata la pastorizia e la permanenza di greggi o il passaggio su di essa era oggetto di specifica tassa in favore del Duca di Poggiardo. Ancora oggi è gravata da una servitù di Uso Civico, servitù e uso civico di cui nessun cristiano è riuscito a capirne il significato.

Dunque, l’abitato di Ortelle si poneva sul termine tra i territori al suo levante  pieni di migliore terra e soprattutto di tanta argilla per terracotte e qualche pozzo freatico e quelli al suo ponente brulli, calcarenitici adatti solo all’origano e al timo.

Il primo spazio vicino al paese di questa immensa landa era il largo di San Vito. Nella roccia calcarea qualche monaco aveva scavato chiese rupestri generando una certa sacralità a quest’area che nei secoli successivi fu risparmiata dalla privatizzazione o dalle assegnazioni demaniali.

Probabilmente svolse qualche altra funzione che ne perseverò l’integrità, forse più di una funzione integrando quella di largo di una Fiera molto importante nella quarta domenica di ottobre, forse quella di mediazione e contrattazione dei conci da costruzione, sicuramente quella di Camposanto.

Nella seconda metà del Settecento si diede mani anche alla costruzione di una cappella extraurbana di un certo impegno economico.

Il Casciaro, nei primi anni del novecento,  la disegna con lo sfondo dei Chiani, Surano all’orizzonte e titola il pastello  “Chiesa abbandonata” tanto era il vuoto che si faceva intorno. Probabilmente il pittore la ritrae nel periodo in cui il nuovo cimitero ai Pulieri è già stato inaugurato e ancora non sorgono le casette della carne della Fiera.

Probabilmente non si estraggono più i tufi e tutta la terra intorno è già livellata, tranne due grandi vore naturali, e chi può ha sparso terra almeno per piantare fave e ceci.

I segni delle cave, però, nello spazio della mia infanzia, c’erano ancora tutti. Una casetta voltata a botte con un piccolo focolare forse ricovero per i cavatori, alcuni pezzi di campo ancora con la roccia affiorante  coi classici segni del piccone e appena alle spalle della mia casetta una pila di conci cavati rimasti per oltre un secolo impilati con cura in attesa di essere venduti o utilizzati e finiti miseramente sotto una motopala appena si sventrò tutto per farci passare sopra delle strade.

Non tutto era proprio a livello e ancora oggi qualcosa dei fronti di cava si intuisce ancora. Nei fondi dei Lanzilao per esempio, dove prima c’era un grande albero di gelso piantato profondo in una tagliata, coi suoi gelsi bianco-rosati, e con i tanti ingressi delle tane delle volpi a pochi passi. Nei conci ammassati e dimenticati aveva il nido un barbagianni e poco più in la un vecchio trullo ancora in piedi. Qui ci entravo quasi solo io, intorno uno spazio di poche decine di metri ma articolate e sofferte da sentirsi ogni volta un vero esploratore. Non c’era tanto da giocare: un vecchio fico su cui costruire una casetta sempre nuova, una casolare su cui salire e scendere anche senza scala e la condanna dei rituali della coltivazione del tabacco.

IL TABACCO

Grazie all’interessamento dell’onorevole Codacci-Pisanelli da Tricase, sempre ricordato nelle preghiere di almeno tre generazioni di contadini, la nostra zona ebbe la ventura di tornare a coltivare il tabacco. Il Codacci-Piasanelli da Tricase, dopo la malattia dell’ulivo (brusca) e quella della vite (fillospera) che stroncarono l’agricoltura meridionale agli inizi del novecento, e non solo di quella meridionale,  perorò l’introduzione della coltivazione del tabacco come già aveva fatto lo stato nelle campagne beneventane e persino in Lombardia.

L’introduzione fu alquanto complessa sia per la tecnica colturale che per ragioni di monopolio. Tutto il ciclo di produzione e commercializzazione era riservato allo stato che imponeva l’assoluto controllo nella produzione, commercializzazione all’ingrosso e nella vendita al dettaglio dei prodotti da fumo. Si erano sperimentate anche altre colture: mia nonna mi raccontava di piante di cotone ed anche di caffé che rinselvatichite ancora infestano alcuni terreni. Si ripropose pure la coltura del gelso e del baco da seta, peraltro già presente ed andata in crisi per le malattie del gelso.

Nei secoli precedenti nel Salento si era prodotto tabacco da polvere (fiuto) ma questo uso era andato scemando nelle mode e in pochi soltanto avevano avviato la coltura di varietà americane o levantine tra cui nel Capo di Leuca il solo Principe di Tricase. Le varietà levantine, meno esose di  irrigazione, erano state introdotte nel 1894 e nel 1902 si producevano ancora solo 1.070 quintali di tabacco in tutta la Provincia di Lecce che potevano essere consegnati unicamente nell’Agenzia di Lecce. La coltivazione era ancora concentrata nei comuni del Capo di Leuca. Sempre nel 1902, anno in cui l’on. Codacci-Pisanelli perora in Parlamento l’aumento delle piantine licenziate, i Comuni di Tiggiano, Corsano, Presicce e Castrignano del Capo fanno domanda di coltivazione e si decide l’avvio di due campi sperimentali in Alessano e Poggiardo, nonchè la costruzione del centro di raccolta di Alessano più noto come la Fabbrica di Lucugnano.

L’idea non era male, la coltura richiede tanta manodopera e tante fasi di lavorazioni che, per quanto sottoretribuite,  garantivano in qualche modo l’occupazione di quasi tutto il mondo femminile nelle campagne. Con l’arrivo dello stato sociale, coltivare un po di tabacco dava diritto alla famiglia che lo produceva dell’impiego nei mesi successivi di un familiare presso le manifatture per un periodo di impiego tale da assicurare il diritto all’assistenza sanitaria, i contributi post-parto, quelli di disoccupazione e quelli per la pensione di vecchiaia.

Nelle manifatture salentine del tabacco è nato forse l’unico movimento sindacale organizzato femminile nel Salento. Quando arrivavano a scioperare le tabacchine erano guai seri perchè gli scontri o le misure di restrizione fatte alle lavoranti, madri, mogli o sorelle, dalle forze dell’ordine portavano sempre ad armare i fucili di caccia.

Al piccolo contadino concessionario veniva assegnato un preciso numero di piantine e da questo numero era attesa la consegna di una precisa quantità di foglia essicata. Nei primi decenni erano stabiliti la distanza tra i filari e le piantine. Erano stabiliti delle ispezioni per il conteggio delle piantine adulte e l’espianto di quelle in eccesso rispetto alla concessione. Era persino stabilito che il fiore terminale fosse capitozzato per tempo per evitare la produzione di sementi in modo autonomo. Con gli anni fu eliminato il regime concessorio e data la possibilità di impiantare semensai propri e nessun limite alla produzione. Comunque nei tempi pioneristici e fino a tutto il dopoguerra, senza fertilizzanti, senza acqua di irrigazione e con la finanza a controllare il contrabando anche per le piccole pipate domestiche, i ringraziamenti all’on. Codacci-Pisanelli riprendevano forza ad ogni disavventura che le infinite cure del tabacco richiedeva.

La prima disgrazia fu la colonìa. Intere famiglie affittarono le terre dei tanti piccoli possidenti della zona  dividendo con loro a metà i proventi della vendita. Il padrone metteva la terra, l’aratura, le sementi,  i taraletti e le canne. I contadini tanta pazienza e tante bestemmie. Per gli spaghi, le acuceddre e gli essicatoi si trattava di volta in volta.

Tutto cominciava coi semensai. Una fascia di terreno ben fertilizzata con stallatico, con degli orli di terra intorno per trattenere le innaffiature (cipaliri). Sparsi i minuscoli semini si ricopriva con della terra fine e si compattava, un po come si fa con la semina dei prati o i semensai di cavoli, rape e cicore. Si cercava di metterle sotto vento per pararle dai venti freddi. Fino all’arrivo dei teli di polietilene l’unico sistema per parare le gelate era piantare sui semensai (ruddrhe) delle piante secche di fumuli, quelle buffe piante senza foglie dai rami fittissimi a forma di palla che il vento forte faceva rotolare per i campi.

La cura dei semensai richiedeva almeno un mesetto e ci si trovava pronti per i tempi del trapianto. Con l’arrivo dei teli protettivi di polietilene i tempi di impianto dei semensai fu di molto anticipato. Le malattie nei semensai erano frequenti e spesso si esagerava nella semina per consentire una sorta di mutua assistenza. Andavano innaffiati almeno una volta al giorno e se faceva troppo sole arieggiati.

I campi andavano arati prima della stagione secca e poi livellati. Le arature col cavallo me le ricordo benissimo. Dopo l’aratura il conducente legava al bilancino (valenzino) una tavola delle dimensioni di una porta. Ci saliva su e surfava velocemente  tutta l’aratura lisciando la terra per favore al meglio il trapianto delle piantine.

Quando arrivò il concime industriale si concimò. Le settimane prima di Pasqua si cominciava a piantare. Si tiravano le piantine più cresciute dai semensai (spinnatura) e si mettevano nelle cassette coperte dai sacchi bagnati.  La piantumazione era cosa da donne, come tante altre lavorazioni. La piantumazione in genere avveniva su campi più lontani dal paese e dai semensai, in genere piccoli appezzamenti di qualche decina di are.

Interrogati gli stregoni e gli spiriti degli antenati si decideva il senso dei filari. Si metteva mano alla traja, una croce in legno con dei paletti distanziati che tracciavano il piccolo solco nel quale si sarebbe trapiantata con un paletto in legno la giovane piantina. Ci voleva un minimo di arte per ogni cosa. Trajare, piantare, innaffiare. Prima dei tubi di gomma, delle motopompe e degli accessori in metallo la tecnica era quella di tradizione sumerica ortodossa. Secchio a mano (tragnu), cisterna, innaffiatoio (ndaqualora) e pisciatoio di canna. Non bisognava sprecare acqua lontano dal piede della piantina appena interrata. Per l’occasione ci si scalzava sulla terra morbida e calda per cui la sera oltre le vesciche alle mani c’erano inevitabili anche le spaccature sotto le dita dei piedi.

La piantina da sola avrebbe sfidato la forza di gravità confidando unicamente sulle fortunose precipitazione primaverili. Troppe davano le muffe, poche scarso sviluppo. Mai una volta che andasse di culo. Anni a pompare anticrittogamici e insetticidi ogni giorno e anni a spaccarsi la schiena a raccogliere minuscole foglie da minuscole piantine.

A un certo punto della crescita, il capofamiglia, stufo di zappettare ogni settimana i filari per togliere le erbe infestanti, decideva che si poteva finalmente cominciare a raccogliere. Per la raccolta era necessaria la matematica e il ricorso a una buona parte dei numeri naturali. La prima, la seconda, la terza, qualche anno pure la sesta e poi la spinnatura. In pratica le foglie andavano raccolte un po per volta secondo l’ordine di maturazione dal basso verso l’alto. Nei primi anni l’ordine era sacro e le foglie conservate ben distinte le une dalle altre. Non solo, ma anche selezionate secondo la lunghezza. Una pazienza infinita in cui l’onorevole Codacci ricorreva quotidianamente nella tradizione orale locale meno tramandata.

La raccolta era d’estate e per raccogliere la foglia verde ben stesa bisognava cominciare prestissimo al mattino. Nella scala dell’abbruttimento umano la raccolta della foglia del tabacco viene appena dopo la pulizia dei pozzi neri.  Sveglia alle quattro del mattino. Se il vicino faceva lo sborrone alzandosi prima, il mattino dopo bisognava dargli la giusta lezione e anticiparlo. Si arrivava nei campi che ancora la rugiada (muttura) scolava dalle foglie.  La pelle delle mani si raggrinziva, le donne che portavano i mazzi di foglie al petto si inzuppavano completamente. Io, da piccolo, trasportato come un piccolo profugo, venivo abbandonato nei sacchi vuoti a dormire tra i filari. La terra la notte è ancora calda.

Ai primi raggi di sole tutto seccava subito. Le foglie si asciugavano e riprendevano quell’untuosità caratteristica che si spalmava su tutto, sia sulle mani e sia sui vestiti. I vestiti non venivano lavati se non alla fine della stagione. Dopo un paio di giorni erano così unti e spalmati di grasso vegetale indurito che stavano in piedi da soli. I vestiti per la raccolta del tabacco non rispondevano ad alcuna regola ergonomica. Solo la casuale stratificazione di qualunque vestito vecchio disusato che potesse sovrapporsi a quello immediatamente più interno. Non esistono foto di raccoglitrici di tabacco nei campi sia perchè a quelle ore i fotografi dormono tutti e perchè sono state vietate da una Convenzione internazionale che ora non ricordo.

Dal freddo umido della notte si passava alle prime ondate di caldo insopporabile. Le cicale martellavano. La stratificazione a cipolla dei vestiti poteva portare un certo giovamento nonostante la rigidezza dei tessuti allo sfilamento. A un certo punto i sacchi di foglie erano pieni  o le foglie sulle piante ormai troppo ammosciate dal sole e qualcuno dava l’ordine della resa.

Le donne finalmente pisciavano nei filari accovacciate protette alla vista dalle piante, i maschi e la nonna pisciavano in piedi, mio padre in Germania.

Alle nove del mattino, dopo cinque ore di lavoro, a completo digiuno si tornava a casa coi sacchi delle foglie raccolte in mazzi quanto più ordinati possibili. Se ne raccoglievano in fondo quante se ne potevano lavorare per la giornata che veniva.

Riassumendo, nel mio campicello sul largo di San Vito avevamo i semensai, i locali per la lavorazione della foglia verde e dell’essicazione. Su altri campi più estesi le piantaggioni. Un po come tutti.

Ci furono anni recenti che il prezzo del tabacco arrivò alle stelle. Tra prezzo e integrazione sfiorò le 500.000 lire al quintale. Famiglie di borghesi, artigiani, operai che mai avevano pensato in vita loro di lavorare la terra si ingegnarono per coltivarlo. Erano ormai anni in cui non si badava tanto alla qualità del prodotto finale e il mio paese cominciò a riempirsi di telai (talaretti) di tabacco al sole per ogni strada. Non era raro vedere anche nei larghi pubblici il tabacco steso al sole. Furono gli anni che tutto il perimetro di San Vito si riempi di file di talaretti. Erano di gente che aveva un po di terre, un locale alla buona per lavorare la foglia verde e conservare quella essicata, ma non tanto spazio per stendere le foglie al sole in casa propria.

Noi facevamo tutto nel nostro campicello. Tornati dai campi coi sacchi pieni di foglie li spandevamo prima possibile per terra perchè la foglia nei sacchi cominciava ad ammorbidirsi troppo e perdeva la freschezza (scarfisciava) che era opportuno che conservasse. Spesso si ravvivava spruzzando anche dell’acqua per tenerla un po umida.  L’introduzione dell’ora legale scombinò la vita a molti  contadini costretti a dover tener conto della posizione effettiva del sole: alla domanda. “che ora è?” doveva sempre seguire alla risposta l’opportuna precisazione. Ogni orario della giornata prevedeva una precisa lavorazione che si complicava dopo le prime settimane quando oltre alla raccolta e alla lavorazione della foglia verde seguiva il trattamento delle prime essicazioni.

La giornata tipo, a regime, comunque prevedeva un primo controllo da parte del più mattiniero della famiglia sui luoghi di essicazione per controllare i danni del vento e della pioggia nella notte. Poteva anche ritornare con notizie tragiche e allarmanti che rovinavano l’umore di tutta la giornata; poi seguiva la partenza del grosso delle forze adulte o assimilabili nei campi delle piantaggioni ancora col buio della notte. Profughi ammassati su traìni tirati da cavalli, biciclette, qualche macchina sgangherata, poi col progresso i primi motocoltivatori col rimorchio. Dalle mie parti non è mai nata la tradizione o la cultura del motocarro che è comune nei paesi dove l’agricoltura è stata molto più sviluppata. Non c’è mai stata l’esigenza di dover correre a commercializzare un prodotto da mercato. I ritmi della vendita erano stagionali e non c’era tutto questo bisogno di correre in fretta a vendere poco per volta ad una mediazione. Sta di fatto che le api della Piaggio si contavano sulle dita di una mano. E sta di fatto che tranne che coltivare il tabacco non sapessimo fare null’altro, nemmeno piantare e far crescere un melone o una pianta di laccio. Monocoltura e monocultura.

Per coltivare il tabacco non serviva tanto cervello, bastave copiare quello che facevano gli altri, però grande o piccolo che fosse, il tabacco, il cervello, lo occupava tutto, anche di notte coi peggiori incubi.

La raccolta delle foglie andava secondo il clima. Non troppo presto se c’era troppa rugiada che scolava dalle foglie nè troppo tardi perchè la foglia sotto il sole appassiva e non ci stava a farsi raccogliere ben aperta. E poi non tanta raccolta che non si riuscisse a lavorarla nella giornata.

Il tabacco arrivava negli androni, per essere infilato, trasportato nei modi più inventivi possibili. Sui traìni con i poveri profughi  ancora più scomodi che all’andata, sui manubri delle biciclette, in mezzo ai telai dei motorini, sui motocoltivatori, sulle frese dei grossi trattori. Più il mezzo era piccolo più viaggi si facevano anche durante o alla fine della raccolta. In famiglia i sistemi li provammo tutti. Crescendo di statura e di responsabilità io cominciai a occuparmi solo del riempiemento dei sacchi, poi a trasportarli fuori dai filari fino alla strada. E poi con gli anni con un Garelli Eureka senza ammortizzatori posteriori facevo la spola tra i campi di raccolta e il paese. Credo che l’astuzia di mia madre e di mia nonna mi avessero convinto a fare cose utili a loro e apparentemente dilettevoli per me. Perché per far alzare un bambino in piena notte e e trasportarlo sui campi, fosse altro per non lasciarlo solo in casa, richiedeva una malizia giornaliera non comune per illudere il povero bambino  di andare verso una giornata di gioco spensierato. Per la verità il gioco c’era. Si esploravano le campagne, che dalle mie parti non sono noiose distese di terra. Qualche grotta, poi qualche salita sugli alberi, qualcosa da rompere si trovava sempre.

Il ritorno dai campi era pieno di pensieri. C’era da scoprire al sole le foglie sotto i teloni e prima possibile altrimenti rischiavano che, più di seccare, bruciassero. Specie coi nuovi teli di plastica. Oppure c’era da tirare fuori dai ricoveri i telai da mettere al sole. C’era da pensare a cosa cucinare per la prima colazione del mattino e per dopo mezzogiorno. C’era da pensare se farsi dare una mano da qualche parente o amica se il raccolto della giornata era stato troppo abbondante.

Ma prima di tuto c’era da spiare i vicini: contare i sacchi raccolti dal vicino di campo o da tutti quelli che si incontravano sulla strada del ritorno. Se la Susanna era molto alta sul traìno del marito vuol dire che sotto di lei c’erano tanti tanti sacchi, e non si è mai capito come facesse questa donna, quasi da sola, a raccogliere tanto tabacco. Giravano le leggende più improbabili. Comunque per noi finiva sempre col solito rimprovero su quanto lei da sola riuscisse a raccogliere e noi no. Un certo periodo cominciai ad odiare la Susanna. Comunque la conta dei sacchi altrui era un buon diversivo alla stanchezza e alla fame.

Il tabacco veniva sempre trasportato nei sacchi più o meno delle stessa capacità. Contare i sacchi voleva dire capire che forse le foglie del vicino erano più o meno grandi delle tue, oppure che quel giorno aveva avuto gente ad aiutare. La regola comunque contava in fondo poco perchè le dimensioni della  foglia variano secndo la posizione sullo stelo e un conto era raccogliere le foglie medio-basse della seconda, terza raccolta, un conto quelle in alto molto  più piccole. Comunque negli ultimi anni, con l’introduzione delle macchine elettriche che insertavano le foglie si cominciò a mettere le foglie in cassette di plastica in modo perfettamente ordinato. Si perdeva un po più di tempo nei campi a raccogliere e tenere in ordine le foglie, poi tanto a casa il tempo, con l’aiuto della macchina, si recuperara tutto finendo anche molto prima.

La coltivazione del tabacco, in senso generale, più che una coltura e una vera e propria cura. Non basta produrre il frutto, in questo caso la foglia di tabacco, ma la stessa va essiccata e conservata fino alla consegna presso i centri di raccolta o direttamente presso le manifatture. La foglia, infilata in alto allo stipite su uno spago, una dopo l’altra in ghirlande da uno a due metri era appesa al sole con vari sistemi. Altre regioni d’Italia che magari producevano foglie per pipe o da fiuto o da sigaro oppure un’altra varietà di tabacco di forma diversa usavano sistemi diversi. Negli ultimi anni la cura per la raccolta e l’essiccazione delle foglie si andò imbarbarendo. Si puntava solo alla quantità. Quintali di fertilizzanti, irrigatori aperti tutto il giorno e le foglie seccate direttamente nei forni o nelle stufe. Nei centri di raccolta prendevano tutto. Nei primi anni e fino agli anni settanta la selezione delle foglie era essenziale. Il momento più temuto dal contadino era la “perizia“, in pratica un voto finale alle capacità personali di produrre e curare la foglie di tabacco. Con la perizia si stabiliva la fascia di prodotto e il prezzo di conferimento. Per partito preso dai grossisti privati o dai Monopoli pare che la classe A non fosse concessa a nessuno. Il prezzo partiva solo dalla B e poi si accettava anche una classe C. Il resto aveva un nome infasto: fuoco. Perchè al fuoco erano mandate le foglie ritenute non lavorabili. Negli ultimi anni, con la storia che dal tabacco comunque ci avrebbero fatto anche i profumi, si tenevano tutto e forse nemmeno si periziava più. La decisione del perito, comunque, era vangelo.

Alla buon’ora c’era dunque nella prima mattina di dover spandere il tabacco sul pavimento, scoprire o portare fuori le foglie al sole, mangiare perchè ormai la testa girava. Prima di cominciare a infilare le foglie di tabacco sugli spaghi da stendere al sole c’era però da raccogliere le foglie essiccate completamente. La cosa era capricciosa e dipendeva dal tempo atmosferico. La foglia di tabacco essicata al sole col clima secco della tramontana tende a sbriciolarsi completamente. Non si poteva toccare per nessuna ragione. Bisognava aspettare la notte umida o le giornate di scirocco per poterla maneggiare. I filari già ben essiccati la notte prima si portavano all’interno dei depositi, che da noi prendono proprio il nome di siccatoi, termine con cui si chiamavano alla fine tutte le strutture che avevano a che fare col tabacco. La mattina, proprio perchè le foglie erano rimaste all’ombra nel ricovero, era possibile liberare i telai (talaretti) o le canne delle stajere per fare posto alle nuove file (‘nserte) di foglie fresche. La foglia umida per lo scirocco assumeva un aspetto più pendente del solito e si diceva calatu.

Chi cucinava, chi si lavava, chi andava a fare un po di spesa e chi ‘nchiuppava tabacco. Con una tecnica opportuna le file delle foglie essicate venivano raggruppate un un unica palla che prendeva il termine universalmente noto di chiuppu. E poi appeso in alto sulle volte dei locali e quando i soffitti erano pieni si cominciava a fare pennule sospese alle stajere interne. Da qui sarebbero stati rimossi solo per l’imballaggio finale della consegna. Gli imprevisti erano tantissimi, tra cui tornare nei campi di essicazione e non trovare foglie abbastanza secche o abbastanza morbide (calate) per poter liberare nuovi telai. Oppure una giornata di pioggia fin dal mattino che non permetteva di mettere al sole nemmeno le nuove foglie. Diciamo che non erano passate le nove del mattino e il Codacci-Piasanelli era stato ricordato dai contadini salentini almeno un paio di volte.

In questi intervalli, da piccolo ne approfitavo per qualche giretto sui larghi di San Vito, da grande per andarmene al mare. Per andare al mare non bisognava aver mangiato, per cui evitavo accuratamente di farlo. Le donne, dopo l’inchiuppatura e aver mangiato, quasi sempre una insaltona di patate lesse, pomodori e cocomeri, se non succedeva un qualunque altro accidente si sedevano a infilare le foglie del tabacco.

C’era da stare col culo per terra dalle nove del mattino fino alle cinque-sei del pomeriggio. Le donne col loro culone morbido ci riuscivano perfettamente, noi ragazzi dopo un quarto d’ora ci ammaccavamo le ossa e si cominciava una pantomina di sofferenze e contorsioni finchè non ci davano il permesso di alzarsi oppureordinavano di pensare a sistemare le file appena confezionate sui telai. E questa in fondo era la mia occupazione principale. Potevo fare quello che volevo, anche andarmene per qualche ora al mare, basta che ogni tanto liberassi gli spazi appendendo le file di foglie al sole.

Credo che l’operazione più caratteristica e nota della lavorazione del tabacco, appunto l’infilatura, abbia contribuito a slavare la tradizione orale e musicale del Salento più di ogni altra cosa. Ore di tempo immobili senza una particolare concentrazione mentale favorivano il racconto e il canto. Le nonne per tenere sveglie le nipoti raccontavano di tutto. E quando anche a loro veniva il sonno si mettevano a cantare loro stesse. “Vegnu de le muntagne caddhripuline” per tutta l’infanzia mi ha fatto pensare a Gallipoli come una pittoresca città di montagna.

La destra teneva il grosso spillone piatto (la cuceddrha), la sinistra prendeva lesta la foglia e la infilava nello stipite in alto,  ad una distanza costante rispetto al margine superiore. Le donne più brave, che lavoravano anche presso terzi a giornata,  infilavano a raffica, anche due o più foglie per volta (a mazzettu). La foglia doveva essere presa e infilata perfettamente aperta, sempre in un senso e questa operazione non si può fare se la foglia ha cominciato ad appassire o è stata raccolta troppo al caldo nei campi.  Le cuceddrhe erano perfettamente lucide per l’uso continuo. Non erano di un  acciaio particolare questi aghi, anzi erano poco inossidabili e da una stagione all’altra andavano conservati bagnate d’olio. Comunque non duravano molto, al massimo un paio di stagioni in mano a una professionista. La presenza di terra sulle foglie abradeva il metallo e se da una parte lo lisciava dall’altra lo consumava. Ad un certo punto diventavano così esili che si torcervano continuamente e si buttavano o si accorciavano per farle usare ai bambini. Erano lunghe sui 40 centimetri e si compravano nei mercati settimanali vendute quasi sempre da enormi zingare che portavano appesi sul loro corpo spilloni, ferri per calze, uncinetti, ferri per la pasta e appunto cuceddrhe. “le cuceddrhe pellu tabbaccu, le cuceddrhre pellu tabbaccu“, erano negli incroci del mercato dove passava più gente.

La cuceddrha riempita di foglie perfettamente allineate veniva svuotata sul retro su uno spago che passava per la cruna per formare la fila (nserta) da appendere. Tre-quattro svuotamenti e la ‘nserta era pronta. Se una foglia era troppo più grande delle altre veniva messa da parte e poi infilata in una fila a parte più omogenera altrimenti la foglia troppo lunga si sarebbe danneggiata se appesa con altre molto più corte. E poi al perito la disomogenità non piaceva per nulla.

Gli spaghi su cui infilare le foglie meriterebbero un intero capitolo. Lo stesso progresso che vide la sostituzione delle reti dei pescatori di fibra naturale con altre di fibre sintetiche emancipandoli dalla precarietà della resistenza e dai problemi della conservazione, beneficiò anche i contadini. Gli spaghi, nella colonìa era di spettanza del padrone tanto era difficile recuperarli di buona qualità. Io ricordo spaghi di cotone rompersi per un nonnulla e poi negli anni arrivare grossi palloni di spago già usato negli anni precedenti, recuperato dalle manifatture dei tabacchi, probabilmente di regioni più in avanti di noi. Bisognava sbrogliare queste matasse di fili di vario colore con tanta pazienza, annodarli per raggiungere la lunghezza opportuna. Non sempre tenevano e spesso i nodi rompevano lo stipite della foglia nell’atto dello sfilamento. Negli ultimi anni arrivò il filo prodotto proprio per il tabacco, dapprima in gomitoli e poi in artistici orditi di file parallele. Le macchine automatiche avevano un doppio filo e usavano un altro sistema di legatura. Le fila si rompevano spesso specie nei primi giorni prima che perdessero peso disidradandosi al sole.

Tornato dal mare, mi toccava appendere un sacco di file ai talari e poi metterli al sole. Da noi i sistemi originari erano due. Poi negli anni arrivarono le capannelle fisse specie di serre che ti risparmiavano tanta fatica. Il primo sistema era attaccare le file a un telaio di legno trasportabile, il mitico talarettu o taralettu, omaggiato anche di alcuni stornelli popolari. Erano due barre di legno parallele, con tre traversi e i piedi ripiegabili per facilitare l’accatastamento. Il traverso centrale divideva due aree per contenere ognuna otto file di foglie. Oltre i due traversi esterni c’era la possibilità di una fila aggiuntiva spesso non utilizzata perchè lì la fila nelle operazioni di essicazioni tendeva a rovinarsi. Sulle barre principali c’erano le file dei chiodi con la caratteristica testa piatta e larga per non far sfilare accidentalmente la fila. Il chiodo aveva il magico nome di siminzella e spesso aveva il difetto nei legni secchi e troppo vecchi di sfilarsi da sola.

I talaretti erano a carico del padrone e bisognava accettare qualunque relitto ti metteva a disposizione. Negli anni si comprarono di proprietà e ognuno aveva i suoi. Il telai erano perfettamente uguali e impilabili uno sull’altro. Questo consentiva alla sera, quando le foglie andavano coperte dalla pioggia e dall’umidità di utilizzare pochi teloni per molti telai. Diciamo che si potevano impilare fino a sei-sette telai uno sulll’altro. Se però la foglia era molto lunga o larga questa operazione non si poteva fare più e in questo caso si utilizzava il secondo sistema quello delle canne e delle stajere. La fila di foglie lunga il doppio di quella dei telai in legno veniva legata opportunamente al fusto di una canna comune lunga quasi un paio di metri e poggiata su due travi parallele in legno sollevate in qualche modo da terra.

Una famiglia con padre, madre e un paio di figli poteva produrre sui 6-7 quintali di foglia secca a stagione. Con i fertilizzanti e l’iirigazione si arrivò negli ultimi anni anche a quintuplicare la quantità. Comunque quei 50 talaretti e un paio di stajere da una trentina di metri l’una potevano bastare e ogni santa sera andavano riparati dalla pioggia e dall’umidità della notte. L’arrivo dei teli di polietilene fu una santa cosa. Se la foglia si bagnava già secca o veniva conservata troppo all’umido si correva il rischio di veder marcire la parte meno arieggiata della ‘nserta. Concardatu era la sentenza, focu diceva il perito. Il tabacco essiccato difatti veniva imballato solo nei giorni immediatamente stabiliti dai centri di consegna e mai prima per evitare che in condizioni di scarso arieggiamento potesse ammuffire.

Il lavoro di infilzatura e stendimento durava fino a pomeriggio inoltrato. Le mani delle lavoranti erano ricoperte da uno strato di grasso vegetale nerastro dal continuo contatto con la foglia. Comunque si pulivano le stanze, si raccoglievano i sacchi vuoti per il mattino dopo e si copriva il tabacco rimasto fuori all’aperto per la notte. Si cenava a casa e i grandi, ricordati per l’ultima volta i meriti del Codacci, andavano subito a letto. Per ricominciare all’alba dopo fino alla fine della stagione della raccolta quando finalmente  “se pijava Casciu“, vale a dire si era finito il lavoro e si poteva andare alle marine a fare il bagno. C’era ancora da imballare e consegnare il tabacco ai centri di raccolta, ma questa operazione si svolgeva quasi nell’autunno e occupava pochi giorni. Erano le giornate del profumo intenso del tabacco, con le donne occupate a stendere il tabacco calatu ordinatamente nelle casse o nelle ballette. Il tabacco si consegnava alle manifatture pubbliche o private e negli ultimi anni anche ad alcune cooperative. Bentivoglio, Constacotra, La Contadine, Lucugnano, Poggiardo erano i punti di conferimento storici, ma mai che andassero in concorrenza tra loro offrendo qualche mille lire in più, anzi, spesso il prezzo del tabacco era comunicato dopo qualche mese dalla consegna e l’assegno arrivava pure ancora dopo. Si sceglieva il punto di consegna più per comodità che per convenienza a volte perché assicurava l’assunzione per qualche mese nella fabbrica per la selezione e lavorazione della foglia. Il primo segnale era l’arrivo delle casse. Erano casse di tavole incrociate che pesavano sui 15-20 chili con la tara già stampata sopra, che si foderavano con fogli di carta di pesce o recuperati dai sacchi di cemento. Con l’arrivo della cultura anche di giornali. Venivano riempite ben pressate e trasportate coi camion della fabbrica secondo date ben definite, in cui si svolgeva la temuta perizia. Le casse di legno erano molto comode ma generavano enormi volumi di vuoti che per tutto l’anno occupavano inutilmente i depositi delle manifatture. Per questo, specie nei primi anni, era uso consegnare il tabacco imballettato stretto in una fascia di tela di sacco cucita a mano alle due estremità. Le foglie erano pressate a morte dentro una controcassa di legno e poi bloccate dalla tela di sacco cucita che ne impediva il rigonfiamento. Il vuoto in fabbrica era rappresentato dalla sola tela e dallo spago.

Alla fine si incassava l’assegno, si pagavano i debiti storici al consorzio e c’era da pensare alla nuova stagione coi nuovi semensai.

A me era risparmiato buona parte di questo rigore. Pur nella disciplina di un aiuto ben definito nella stagione estiva più impegnativa ero abbastanza libero, specie nei momenti che il lavoro era da seduti e se ne occupavano le donne. Comunque tornato dai campi di raccolta mi lavavo e partivo per la spiaggia senza mangiare, e spesso nemmeno al ritorno perchè girava voce che nel pomeriggio ci si sarebbe ritrovati di nuovo in spiaggia, e nemmeno la sera perchè all’ora che si cenava in casa mia le ragazzine già uscivano a passeggiare per strada.

A quei tempi, più da ragazzo, giocavo pure a calcio ed ero magrissimo. Il campo era lì a due passi, sempre su San Vito, una spianata di tufina perfettamente livellata dove il pomeriggio c’era tutto il paese a giocare e la malinconia del mattino era sparita.

Eppure tutto quel largo di San Vito rischiò di finire proprio inghiottito dal tabacco. Se guardate la cartina delle ferrovie del Sud-Est vi accorgerete che il percorso della linea Zollino-Maglie-Poggiardo-Tricase appena dopo Poggiardo, scendendo verso sud, piega decisamente su Spongano.

Il tragitto originale prevedeva il passaggio da Ortelle, poi da  Diso, Andrano e infine Tricase dove comunque arrivò da un altro tragitto nel 1911. Su quel largo di San Vito doveva finirci una stazione ferroviaria ma si opposero alcuni personaggi influenti ortellesi. La linea fu deviata su Spongano e Spongano ebbe oltre alla linea ferroviaria anche una nuova manifattura di tabacco. Nel bene e nel male San Vito sfuggì ad un destino di tabacco e il Casciaro potè intitolare il suo quadro “Chiesa abbandonata”.

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Il mio San Vito

Il mio San Vito 1-2-3 – La Madonna della Grotta

Il mio San Vito 4-5-6-7 – Il Tabacco

Il mio San Vito – 8-9-10-11 – Le spine e i grilli.

Il mio San Vito – 12 – Le cicureddhre

Il mio San Vito – 13 – 14 – 15 – La Cappella

Il mio San Vito – 16 – 17 – La spianata

Il mio San Vito – 18 – 19 – 20 – 21 – Le casette

Il mio San Vito – 22 – 23 – 26 – il Campo di pallone

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