Il mio San Vito – 13 – 14 – 15 – La Cappella

Come un totem, un meteorite piovuto dallo spazio, la Cappella (14) segna il baricentro di San Vito. Ne segna lo spazio e il nome fino a che l’orizzonte si perde. Nulla si raccordava a questa chiesetta extraurbana tranne un piccolo sentiero che si è andato ad allargare fino  a diventare strada. San Vito era libertà e anarchia, da ogni punto si poteva raggiungere ogni altro punto in linea retta. Nulla ne regolava l’uso e l’abuso. Cavalli in corsa, biciclette senza freni, mamme col foglio rosa, ognuno sceglieva la sua direzione e ci andava per il percorso più breve. San Vito non si percorreva,  si spaccava. L’unico ostacolo ai nostri giochi era solo lei, la Cappella, il monolite.

Su Spigolature Salentine troverete un bell’articolo completo di Massimo Negro su questa chiesetta dedicata a San Vito e a Santa Marina, santi sfortunatissimi, giacchè nessun viandante muore più di idrofobia per i morsi dei cani, né nessun bambino muore più di itterizia appena nato. Questi, ormai, sono gli anni dei santi specializzati in malattie incurabili. I vecchi santi sempliciotti che curavano l’ittero, la rabbia o i cavalli sono finiti nell’oblio. Vito resiste e si perpetua nei luoghi e nella fiera a cui ha  dato il nome, Marina è già ignota ai più, e pure Eligio che ebbe l’onore di un altare nella cripta della Madonna della Grotta, oggi è sparito insieme alla cultura contadina che del cavallo faceva un fondamento. La cappella nacque probabilmente già dedicata a San Vito, come tante chiesette fuori dai centri abitati e prima dei campi, sistemate a protezione delle colture che venivano affidate a San Vito, protettore dalla canicola e dalla siccità estiva, che col 15 giugno, data della sua morte appunto cominciava ad arroventare la terra.

San Vito, il santo ragazzino, che come la coinquilina Santa Marina venne martirizzato giovanissimo, (lui a 12 anni, lei 15) è spesso raffigurato, nella tradizione italiana, con i cani ai suoi piedi. Se a San Rocco i cani leccano le ferite o gli porgono il pane, la presenza di questo animale ai piedi di San Vito non è giustificata da nessun riferimento alla sua breve vita terrena. Alcuni dicono che sia il richiamo a tutte quelle credenze ancestrali, greche e latine, che si trasferirno dalle culture antiche alla tradizione cristiana. Partendo dalla cultura astronomica che lega Sirio alla figura di un cane, (e infatti Tolomeo la sistema nella  costellazione del Cane Maggiore), la stella più brillante del firmamento è spesso indicata come foriera di sciagure. Notissima e studiatissima dagli egizi che con suo risorgere mattutino aspettavano le inondazioni del Nilo,  temuta dai Greci che ritenevano il suo scintillio al suo sorgere eliaco potesse danneggiare i raccolti, portare forte siccità o persino causare e diffondere epidemie di rabbia; il suo nome di Sirio deriva dal greco antico Σείριος(pronuncia Séirios), che significa splendente, ma anche ardente, bruciante.I Romani erano invece soliti sacrificare un cane assieme ad una pecora e del vino, allo scopo di prevenire gli effetti nefasti di questa stella. I giorni in cui queste cerimonie venivano consumate, all’inizio dell’estate, erano detti Giorni del Cane, e la stella Sirio era detta Stella Canicula: fu così che il termine canicola diventò sinonimo di caldo torrido. Con la fine del mondo pagano, toccò al cristianissimo martire Vito occuparsi di tutta la faccenda, tenendo ai piedi delle sue statue il cane, ma ben legato con la catena.

La Cappella ha dei buffi porticati (15) sul lato sud. Minuscoli, quasi delle cucce. E delle cucce in effetti erano: ci passavano le notti gli zingari venuti con largo anticipo per la Fiera. Quelle quattro arcate sono quello che restano della vecchia cappella medievale abbattuta e ricostruta nello stato attuale dal 1776 al 1781. Quattro celle in cui si rannicchiavano tre-quattro famiglie di zingari di non so quale provenienza. Si portavano dietro alle carrozze aperte dei puledri da vendere, forse anche dei finimenti per cavalli, ma mai li ho visti vendere qualcos’altro. Il loro arrivo era un misto di curiosità, paura e gioia per la festa che si preannunciava. A mia madre impegnata nelle ultime operazioni di imballagio del tabacco la cosa non piaceva affatto. Girava voce che gli zingari rubassero tutto, a beneficio di mia madre anche i bambini e la mala voce a mia madre faceva gioco in quanto me ne sarei stato alla larga senza tante altre raccomandazioni. Appena arrivati,  a un certo punto della giornata, avveniva l’incontro tra noi indigeni e loro e sempre con l’occasione di una proposta di baratto tra paglia, foraggio da parte nostra e da parte loro di cose incomparabilmente più preziose. Ladri! diceva la nonna. Questi vengono a darci un puledro in cambio di una balla di paglia solo per poter spiare dentro i depositi e i cascinali! La prima notte, quella del loro arrivo a sorpresa, lo zio la passava di guardia alla proprietà, poi nei giorni seguenti ci si organizzava a nascondere tutto.

Arrivavano un paio di giorni prima, con le sciarrette che poi sistemavano davanti alle arcate con le stanghe alzate a sostenere un telo che proteggeva il cavallo. Le arcate le chiudevano con delle zinzuliere appese a dei chiodi che forse sono ancora murati in alto nei tufi. In quei giorni le donne si dividevano per i vari paesi vicini per vendere aghi e ferri per la pasta, la mattina della domenica tutta la parentela conveniva alla fiera del bestiame portando cavalli e puledri in quantità.

Anche gli zingari, come i contadini, i cavatori e i santi sempliciotti sono ormai spariti. Sarebbe bello trovare gli ultimi vecchi rom che qui ci sono venuti da piccoli e farsi raccontare da loro il nostro San Vito.

Come per l’interno della Madonna della Grotta, anche l’interno della Cappella era rispettato. Ma, come per la cripta, l’esterno della Cappela era anch’esso il regno delle scimmie. Un po per necessità, un po per spavalderia i più arditi ci salivano a mani nude come lucertole fin sopra le arcate del portici. Se il pallone finiva addirittura più in alto, fin sulle coperture principali della chiesa, solo un paio di noi osavano salire fino al tetto della cappella, agli altri serviva la scala. Il tetto della Cappella era il nostro cimitero dei palloni. Un anno, poi,  murarono un porticato per farci una sagrestia collegata all’interno della chiesa e con l’occasione smurarono anche una piccola edicola tra le arcate. Da quel momento, salire, sulla chiesa diventò molto più facile e ci riuscii anch’io. Fu un giorno importante per la mia autostima.

Il giorno che arrivò la prima motopala su San Vito, la cappella gli tese un’imboscata. Fu l’evento della giornata, anzi del mese. Passandole vicino, la motopala sprofondò quasi per intero. La volta della vecchia cripta sottostante (13), che in parte era al di fuori della cappella settecentesca, cedette e quello che sembrava una leggenda popolare si mostrò ai nostri occhi alla luce del sole e a colori. Andati via gli operai, il primo a infilarsi nel buco tra i cingoli della motopala  e poi nei vani della vecchia cripta fu Luigi, il ras di San Vito. Vi emerse con un teschio in mano con cui terrorizzò per giorni i più piccini e i più deboli di cuore. Il buco fu chiuso con calma e solo recentemente è stato riaperto con una seria campagna di scavi archeologici. Poi, come pare sia moda, il tutto è stato rinchiuso in un orrenda gabbia per galline e lasciato senza un minimo di spiegazione. Purtroppo, in questo campo di studi, ci si deve accontenatre o di stupidi articoli di giornale, magnificenti l’attività del sindaco di turno, scritti da giornalisti perfettamente ignoranti o da relazioni scientifiche fatte da veri studiosi che arrivano purtroppo al popolo solo dopo la morte dello studioso. Oggi è solo possibile osservare parti della vecchia cripta basiliana in particolare un vecchio ingresso girato a tramontana per nulla convincente.

Subito subito, invece, si chiusero i buchi nel pavimento della cappella quando si decise di ripavimentarla una prima volta. Dai gradini rotti che portavano all’altare si intravedeva un piccolo ambiente interrato, voltato a botte, in cui a mo’ di edicola funeraria, erano riposte su delle mensole di legno almeno tre bare di legno. Prima che montasse la curiosità popolare, il vecchio prete, profeta del quieto vivere, virtù alla quale aveva catechizzato per oltre cinquanta anni tutte le sue pecorelle, ne ordinò l’immediata chiusura. Abbandonato in quei posti da mattina a sera, a me non sfuggì la visione di quei pali infissi delle mura della cameratta sepolcrale a sostegno delle bare e ancora oggi me le ricordo e buffamente le associo sempre alle mensole delle tavole del pane nei forni paesani. Probabilmente erano sepolture della famiglia Rizzelli che nel 1835 ebbero il diritto esclusivo di sepoltura in cambio della cura della cappella, che esercitarono fino ai primi del 900, anno in cui si inaugurò il nuovo cimitero intercomunale ai Pulieri. Il tutto fu rimesso a vista anni dopo, nel 1987, con i lavori di ripavimentazione integrale della cappella condotti da Genio Civile.

Poi arrivò il Genio Civile e stonacò tutto l’interno, lasciando a vista delle orrende tracce di iniezioni di cemento nelle murature. Dalla stonacatura si salvarono, giusto giusto, le superfici degli affreschi dei santi. Fu tirata in dentro anche la vecchia muratura della sagrestia per far risaltare l’arcata dell’ultimo porticato.

La Cappella di San Vito è la discarica religiosa del paese. Se una statua, un altare, un’acquasantiera è di troppo o fuori moda nelle chiese del paese la si sposta qui per colmare quel vuoto assoluto che ha sempre caratterizzato la cappelletta. E se manca qualcosa, anche quello che c’è dentro di suo, lo si può riciclare con pochi tocchi di make-up e un semplice velo da donna.

Benchè la porta fosse spesso aperta per arieggiare, noi dentro non ci entravamo mai. Anche l’anarchia aveva le sue regole. Dentro ci entravano solo i sacrestani e i custodi di fatto. Se la Cripata della Madonna della Grotta era cosa della Rielina, la vecchia bidella delle scuole elementari, la Cappella era di Fernando della Teta Marra. A Fernando quella era la prima cosa che vedeva uscendo da casa e per anni ne ha curato la pulizia. In verità noi ci entravamo solo il giorno della ressa dei fedeli la quarta domenica di ottobre per vedere il sacco di patate a maglia da trenta chili riempito di banconote che il prete teneva ai suoi piedi seduto in fondo alla chiesa e che alla fine della giornata si sarebbe portato a casa. Giravano voci anche di periodici svuotamenti del sacco ma il conto in tasca al prete, per un noto principio  matematico, non è stato mai possibile farlo.

Un giorno qualcuno donò degli orribili vasi di cemento per il sagrato con delle palmine dentro. Dopo un paio d’anni, la stitichezza di quelle piantine ci condusse a tale pietà che invocata la legge dell’anarchia, zappa e pala, decidemmo di estrarle dai vasi e piantarle per terra a piacimento.

Usare la parola sagrato per lo spazio di ingresso è proprio una forzatura. Nessuna scalinata o sopralzo, anzi per entrare in chiesa bisogna ancora oggi scendere alcuni gradini e l’affacciarsi alla sua porta nei giorni della devozione da una strana visione dall’alto quasi cinematografica.

Però il sagrato è stato il primo spazio ben pavimentato di San Vito. Era perfettamente pianeggiate e ricoperto da mattoni di cemento del tipo sanpietrini e quindi espropriato dalla libertà giovanile a campo di pallavolo. Erano gli anni dei successi dell’Ugento Volley e la pratica della pallavolo esplose anche da noi. Si piazzò una bella rete di pallavolo sopravvissuta alla scempio dei vicini campi sportivi comunali e si dipinse sui muri del vicino campo di calcio un bel Chimera Volley in omaggio al vecchio circolo giovanile che ne curava l’uso e l’abuso. Ortelle è sempre stato un paese di circoli giovanili, era l’unico modo per salvarsi la vita dalla noia della provinciale giovinezza. E un giorno, una mano ignota scrisse sui muri del paese un sintetico Ortelle, chiese e cappelle, e pure un disperato E’ primavera, impolliniamoci!, ripreso dal vecchio periodico il Male in edicola in quegli anni.

Oggi a pochi giorni dall’annunciata ripresa delle pubblicazioni del vecchio Il Male e dalla ennesima Fiera di San Vito, ricordare la Cappella di San Vito in questa mia storia personale mi pare un dovere. Non sappiamo se la vecchia rivista avrà l’irriverenza dei tempi andati, certo la nostra Cappella lotta ancora giorno dopo giorno per restare libera e selvaggia. La gabbia affianco per tutelare non si sa poi cosa offende la tradizionale anarchia dei luoghi. Purtroppo anche la Cripta della Madonna della Grotta è stata rinchiusa in una inutile gabbia per galline. Certo, oggi arrivano i giorni che la chiesetta dovrà sopportare il peso dei fari della illuminazione dei piazzali della Fiera, ma speriamo che le sia risparmiato la zallaggine della luminaria e della cassa acustica legata al vecchio acciaccato campanile che abbiamo visti nel 2010.

Non sappiamo quale cifra sia stata offerta dalla pubblicità per inondare le orecchie dei visitatori della Fiera di stupidi slogans commerciali ripetuti all’infinito per intere giornate.

Se servono proprio quei quattro soldi di pubblicità per salvare il bilancio economico della Fiera facciano un fischio, se invece lo fanno perchè fa fico e global avere questa rottura di scatole nelle orecchie mentre uno tenta di divertirsi sappiano che è solo pura zallaggine. Purtroppo anche i miei nuovi paesani di Castro hanno usato salvare i bilanci della festa popolare con questi ameni slogans di agenzie funebri e aspirapolveri col risultato di non riuscire a scambiarsi in mezzo a una piazza una parola col parente o l’amico che non si vede da tempo.

Ed è più duro scoprire che un giovane assessore può essere più zallo di una vecchia famiglia di zingari o di un branco di giovani selvaggi.

 
Il mio San Vito

Il mio San Vito 1-2-3 – La Madonna della Grotta

Il mio San Vito 4-5-6-7 – Il Tabacco

Il mio San Vito – 8-9-10-11 – Le spine e i grilli.

Il mio San Vito – 12 – Le cicureddhre

Il mio San Vito – 13 – 14 – 15 – La Cappella

Il mio San Vito – 16 – 17 – La spianata

Il mio San Vito – 18 – 19 – 20 – 21 – Le casette

Il mio San Vito – 22 – 23 – 26 – il Campo di pallone
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