Il mio San Vito 1-2-3 – La Madonna della Grotta

Un punto fisso della mia vita. Non certo per i meriti architettonici di quella Grotta: ci dovevo passare davanti un sacco di volte al giorno e la fifa che da quella buca uscisse l’amico Nanni Orcu della nonna era tanta. Fino a primi anni di vita costituì le mie colonne d’Ercole. Ci passavo solo accompagnato da parenti e mai mi azzardai a lasciare il mio campicello perchè la prima cosa che mi sarei trovato di fronte sarebbero state le porte spalancate nel buio. Se c’era un posto dove il Nanni Orcu poteva passare comodamente la giornata in attesa di fare visita di notte nelle case dei quastasuni, questa era proprio la cripta della Madonna della Grotta (1).

Ma l’unione fa la forza e mio cugino Giuseppe era una forza della natura. Spericolato di natura e affidato alla sola sorveglianza della nonna osava quello che per me era  inimmaginabile. Fu il primo a scenderci dentro da solo e il primo a salire in piedi in alto sul campanile. Giuseppe era capace di mettersi in piedi pure sulle sedie delle giostre per acchiappare il fiocco che da il giro gratis. Un giorno gli andò male, cadde dal lato più alto del campanile e fini in un cespuglio di spine che gli costò un pomeriggio di castigo steso su un materassino col culo nudo bagnato di olio.

Non c’era ombra di asfalto e di cemento su tutto San Vito. Era il regno della tufina bianca, della roccia, dell’erba e delle spine.  Per secoli quel banco di roccia si trovò in perfetto equilibrio e gli affreschi al suo interno si mantennero inalterati, fino al giorno in cui sui pensò bene di abbellirla con una pavimentazione che alle prime piogge comportò l’inevitabile allagamento della grotta. Toccò a mio padre realizzare un piccolo cordoletto in cemento dirottando l’acqua nel nostro fondo.

La stradina che gli correva intorno era molto stretta. Passati i due ingressi la strada diventava uno stretto passaggio pedonale. Proprio in quel punto, al di là del sentiero, c’era una colonia di alberi (2) di giuggiole (ciciule) che era possibile raccogliere dai rami che arrivavano fin sul tetto della cripta. Tufo bianco per terra, muri a secco con le pietre delle vecchie cave locali, due grandi alberi di fichi sfatti e la copertura della cripta fatta con terra fina ben compattata su cui nasceva un prato finissimo, morbido, il più bel tappeto su cui passare le giornate.

A difesa dell’ingresso del mio orticello c’era Full, un volpino bianco nato per fare compagnia a qualche signora e finito legato alla catena a un ficodindia (3) in campagna. Era imprevedibile e lo tenevano sempre legato. Un giorno azzanno mia nonna ad una mano mentre beveva in una piletta dove la nonna cercava di bagnarsi le mani. A volte scappava seminando il panico nei tanti ragazzini che quando era ben legato lo prendevano a pietre. Morì un giorno che mio padre per farlo scansare per porgerli la ciotola lo colpì appena appena con la mano. Credo sia campato oltre 15 anni.

Non ricordo celebrare messe in quella cripata, solo la continua devozione della signora Enrica, che provvedeva alla pulizia del pavimento, l’accensione di lumini e il cambio dei fiori sugli altari. Vestita di nero, in lutto vedovile da sempre, era temuta e rispettata e i suoi ordini a grandi e piccini erano eseguiti  con piacere. Ci potevamo muovere dentro e fuori come una colonia di scimmie instancabili ma guai a fare danni.

L’equilibrio si conservò fino ai primi anni ottanta quando all’orizzonte si affaccio Gino, al secolo Gino Esperimenti. Cominciò a sgomitare, a rinnovare arredi, imporre regole fino a mettersi a pittare sui muri. Finì che i due cancelli in ferro, mai fino ad allora serrati, videro una chiave.

Questa era la Madonna della Grotta: una facciata in tufo che emergeva dalla tufina bianca e che sembrava molto più alta per via dello stretto sentiero su cui si affacciava. Col severo campanile, sempre sbandato, che cadde due volte. Una volta il solo archetto delle campane, la seconda tutto. Col suo tetto in roccia e in terra battuta con l’erbetta d’inverno e i grilli d’estate, all’angolo dell’ampia landa desolata di San Vito che da lì in un solo sguardo si comprendeva quasi tutto.

 
Il mio San Vito

Il mio San Vito 1-2-3 – La Madonna della Grotta

Il mio San Vito 4-5-6-7 – Il Tabacco

Il mio San Vito – 8-9-10-11 – Le spine e i grilli.

Il mio San Vito – 12 – Le cicureddhre

Il mio San Vito – 13 – 14 – 15 – La Cappella

Il mio San Vito – 16 – 17 – La spianata

Il mio San Vito – 18 – 19 – 20 – 21 – Le casette

Il mio San Vito – 22 – 23 – 26 – il Campo di pallone

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