Il 1983 la comunità di Castro riconquista il suo Castello. Dopo una lista infinita di nobili e potenti, la democrazia popolare si afferma, benchè con l’aiuto della solita moneta. Il castello è acquistato dalla famiglia Catalano che lo possiede dal 28 aprile 1968. Anzi, a possederlo da tale data sono i due colleghi medici, Gino CATALANO, chirurgo in Bari e Claudio MALAGUZZI VALERI, direttore dell’Istituto di Patologia Medica pure di Bari.

I due comprano da GUGLIELMO Angelo, possidente di Vignacastrisi, il Castello e le mura. L’atto lo potete leggere in modo integrale nelle scansioni allegate.

La scrittura precisa che Gino Catalano è già proprietario del “Mulino“, vale a dire la torre di sud-ovest delle mura medievali, che oggi molti chiamano col suo cognome.

Il venditore è l’ormai vecchio Angelo GUGLIELMO, nato nel 1883 e quindi con 85 anni compiuti. La scrittura notarile è nel suo palazzo di Vignacastrisi, in Piazza Umberto I, quel palazzo di fronte alla chiesa madre di Vignacastrisi che tanto ha agitato in questi anni gli abitanti e gli amministratori di quel paese. I due acquirenti comprano in parti uguali ed indivise.

L’intestazione catastale è ballerina: non ancora intestata al Guglielmo bensì, per il vecchio Catasto Fabbricati alla vecchia proprietaria ROSSI Colomba fu Francesco vedova De Rosa, mentre nel Nuovo Catasto Urbano è riportato come bene del Comune di Diso. Il GUGLIELMO Angelo aveva acquistato il bene in vendita ai colleghi medici Catalano e Malaguzzi, dalla baronessa Colomba Rossi il 24 febbraio 1921, per l’occasione recandosi a Napoli dove avvenne il rogito.

Col titolo di Barone, Gennaro ROSSI, antenato della Colomba, aveva a sua volta comprato dal Real Fisco nel 1785 quanto restava dei beni feudatari della Contea. Il titolo passò nel 7.12.1804 per donazione al nipote Giovan Battista Rossi che sarà l’ultimo feudatario di Castro essendo sciolta la feudalità nel 1806 da Napoleone.

L’atto con cui l’ultimo erede nobiliare vende al semplice possidente di Vignacastrisi è a cura del Notaio Sanseverino del 24  febbraio 1921 registrato in Napoli il 4 marzo 1921  al n.7630 volume 285 e trascritto in Lecce il  2 aprile detto ai nn. 10796/180896, cui sarebbe interessante dare un’occhiata per capire quali fossero le parti di mura, torri e castello in vendita nei due passaggi di proprietà del 1921 e del 1968.

Probabilmente la vendita è di fatto già conclusa da almeno un anno perchè già prima del rogito il Guglielmo comincia a “minacciare” il Castello per fini poco nobili. Lo sappiamo da un esposto che l’Ing G. Bacile di Castiglione fa alla Soprintendenza ai Monumenti del 2 aprile 1920. La lettera di denuncia è manoscritta di pugno del Bacile, in qualità di ispettore onorario dei monumenti e scavi dei mandamenti di Poggiardo e Ruffano

Alla R. Soprintendenza dei Monumenti della Puglia e del Molise.

Bari

Da informazioni fornite al sottoscritto risulta che gli eredi della defunta Baronessa di Castro, Signora COLOMBA ROSSI vedova DE ROSA, abbiano venduto, insieme con tutta la proprietà da loro posseduta in questo mandamento di Poggiardo, anche il Castello di Castro e la cinta di mura turrita; e che, a loro volta, i nuovi proprietari del castello e delle torri ne stiano trattando la vendita a degli speculatori del luogo, i quali ne farebbero l’acquisto allo scopo di tutto demolire per ricavarne materiale da costruzione.

A codesta R. Soprintendenza è ben noto come il castello di Castro, sebbene in stato di estremo abbandono ed in parte di rovina, rappresenti nel suo insieme uno degli esemplari più importanti e caratteristici dell’architettura feudale che possegga la nostra Puglia.

Anche la sua importanza storica è notevole, soprattutto per la resistenza eroica opposta ai reiterati attacchi del Turco, che più volte ne fece scempio (Anni 1480 1536 1537 – 1573) e per essere appartenuta infeudo alla illustri e potenti famiglie dei Del Balzo, Gattinara, Ruis di Castro Conti di Lemos.

Passato poi il feudo di Castro al R. fìsco fu venduto, negli ultimi anni del secolo XVIII alla famiglia ROSSI con titolo baronale.

Inoltre castello e torrioni presentano disposizioni difensive e particolari decorativi meritevoli di studio e di conservazione.

Ma la maggiore importanza del vecchio castello è senza dubbio dovuta al suo armonizzarsi perfetto con il panorama magnifico del luogo, uno dei più pittoreschi e suggestivi di tutta la nostra costiera salentina.

Demolire il castello e le torri di Castro sarebbe distruggere una vera visione di bellezza, che ha sempre suscitato il più schietto entusiasmo in quanti artisti ed uomini di cultura hanno visitato questo luogo.

A scongiurare tanta jatttura il sottoscritto si onora riferire quanto sopra ha esposto per quei provvedimenti urgenti che codesta R. Soprintendenza crederà del caso.

Il sottoscritto scrive da Roma, dove egli dovrà trattenersi ancora circa un mese per ragioni di salute, prima di ritornare a Spongano (Lecce) ove risiede la sua famiglia.

Intanto ha scritto urgentemente per conoscere ì nomi e domicilio dei nuovi proprietari del Castello di Castro, e ne darà comunicazione a codesto ufficio.

Con osservanza.

L’Ispettore onorario dei monumenti e scavi dei mandamenti di Poggiardo e Rujfano.

Ing. G. Bacile di Castiglione

Roma 2 aprile 1920 Via Mercadante -8-

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Facendo un passo indietro nella soria degli ultimi feudatari, il castello insieme a tutto il feudo della Contea di Castro, ritorna al Regio Demanio nel 1777 con la morte dell’ultimo conte aragonese Joaquín López de Zúñiga y Castro (1715-1777), succeduto, nel titolo di Conte di Castro, nel 1772, a una serie di nobili spagnoli quasi sempre residenti a Madrid meglio noti come Conti di Lemos, che annoveravano nella loro parentela il miglior sangue d’Europa e il meglio titolato. Gioacchino Lopez, nonostante tre matrimoni di cui uno annullato, non riesce ad avere eredi, nemmeno  per linee parallele. E spesso in tanti passaggi ereditari a lui antecendenti è spesso il nipote o il genero a subentrare nel titolo per assenza di prole maschile diretta.

La Reale Corte, dunque, dichiara a se i beni feudali di Castro e per alcuni anni i sui cittadini, dal 1777 al 1781, restano liberi da gravosi balzelli comitali. Nel 1781, tuttavia, si comincia a farne la stima in funzione di una futura vendita. Le Università (i cittadini) dei casali della contea propongono diverse soluzioni e si parano dalla probabile avidità del nuovo feudatario presentando opposizioni e riserve sugli effettivi diritti impositivi ormai residui a tante emancipazioni che le comunità aveva ormai raggiunto.

Il primo apprezzo, in effetti, porta a una stima esorbitande del feudo e si teme che debba essere smembrato in più parti concedendo ogni casale a un diverso barone piuttosto che l’intero feudo a un solo conte. L’asta pubblica, fissata con una nuova base d’asta ridotta rispetto al primo aprrezzo, svolta con le modalità dell’accensione della candela (bisognava fare offerte pubbliche a rialzo prima che la candella si spegnesse consumandosi) vide vincitore con 96.000 ducati il ricco negoziante napoletano Giovanni Battista ROSSI, detto Giobatta.

In questa occasione Giobatta,  si assicurà per 96.100 ducati anche il feudo di Caprarica di Lecce. Per cui con rogito dello stesso notaio Antonio Marinelli del 11 ottobre 1785 il vecchio napoletano si intesta personalmente i beni del feudo di Caprarica (ma non ancora il titolo nobiliare essendo probabilmente vivo il vecchio conte che vende i beni per debiti ma non il titolo) e intesta al figlio Gennaro Rossi la proprietà e il titolo del feudo di Castro.

Giovanni Battista 'Giobatta' Rossi e consorte

Il MONTEFUSCO afferma ancora, che due terzi del feudo dei laghi Alimini (l’altra quota è di pertinenza della Mensa arcivescovile di Otranto) nel 1789, di proprietà  del barone di Pisignano Marcello SEVERINO, vengono ceduti a Gennaro ROSSI, figlio di Giovan Battista, barone di Caprarica, al quale succede il fratello Gaetano, contro il quale la Regia Camera della Summaria invierà una lettera di significatoria per il pagamento del relevio nel 1802.

Il feudo di Caprarica col titolo di Barone passerà al figlio Liborio Rossi che acquisterà poi anche il feudo di Seclì, mentre il titolo e la proprietà della Contea di Castro passerà con donazione tra vivi del 7 dicembre 1804 direttamente al nipote omonimo Giovan Battista ROSSI, figlio del fratello Gaetano.  In caso di morte senza eredi maschi, il Giobatta lascia disposto che il feudo dovesse passare ad un altro suo nipote tale Francesco.

Giovan Battista è ancora minore al momento della donazione e solo nel 1829 sposerà tale Mariolina di Quadri (1806-1846) figlia di Raffaele e Margherita Caracciolo.

La legge 2 agosto 1806 offrirà alle Università la possibilità di affrancarsi dai pesi feudali e per questo possiamo terminare il titolo di conte di Castro con Giovan Battista Rossi ancora minorenne.

Essendo citata nell’atto di Vendita del castello sopra pubblicato, la baronessa Colomba ROSSI con la paternità di Francesco, non sappiamo con certezza se tale Francesco sia il secondo nipote investito nel testamento del Giobatta (in caso venisse meno la discendenza maschile del primo Giovan Battista) o se tale Francesco sia un figlio di Giovan Battista.

Colomba ROSSI, figlia di Francesco, vivente in Napoli, sposatasi con Andrea de Rosa, alienerà tutti i i beni privati in Castro e in particolare i tratti di mura e il castello con le torri. Anche la quota (2/3) di proprietà dei Laghi Alimini fu venduta nel 1903 ai Tamborrino per estinguere un debito del genero Andrea, mentre la quota della Mensa arcivescovile era già stata introitata nel Demanio marittimo nel 1866 con la confisca dei beni ecclesiastici.

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