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Archivio per la categoria ‘Storia’

Storia e Strategia della Pirateria Barbaresca

Storia e Strategia della Pirateria Barbaresca

da Storia e Strategia della Pirateria Barbaresca di Vincenzo Scarpello

…. Nel 1537 la situazione geopolitica europea era mutata, con la lotta tra Francia e Spagna per la successione al Ducato di Milano. Francesco I di Francia adottò un espediente strategico molto rischioso, alleandosi con Solimano. Il primo avrebbe impegnato le armate imperiali nel Nord, il secondo nel Sud dell’Italia. Il fronte meridionale fu affidato da Solimano a Barbarossa, il quale dall’Epiro mosse verso la Puglia, sbarcando nel Salento nel Luglio ed occupando Castro (Otranto e Brindisi, ben fortificate dalla perizia di Ciro Ciri non erano più obiettivi facili da conquistare). Dal Porto roccioso avrebbe creato una testa di ponte per la conquista dell’Italia, così come era negli intenti di Maometto II e del suo ammiraglio Mohamed Gedik nel 1480.


Andrea Doria riuscì a radunare a Messina una flotta di 38 galere e 2 galeoni, con la quale, anch’egli memore dei successi del 1481 degli Aragonesi, colpì mortalmente la catena logistica del Barbarossa dall’Epiro, dove si era appostato, catturando 14 schirazzi provenienti da Alessandria e colmi di vettovagliamenti e rifornimenti diretti in Puglia. Ariadeno Barbarossa fu costretto così a togliere l’assedio da Castro e a tornare a mare per affrontare la flotta di Andrea Doria, forte di 42 unità, e porre l’assedio a Corfù per conquistarla ai Veneziani, ai quali Solimano nel frattempo aveva dichiarato guerra. Qui Doria riuscì, nello scontro di Paxso, a catturare 11 galere, 800 prigionieri e 60 cannoni. Nonostante Barbarossa dal mare e Solimano in persona da terra, avessero investito le 48 piazzaforti venete con tutta la loro potenza, i difensori, avuta manforte dal Papa, non solo opposero una resistenza efficace, ma passarono al contrattacco sottraendo ai turchi importanti punti strategici………….

 

da Storia e Strategia della Pirateria Barbaresca di Vincenzo Scarpello, un ebook di 77 pagine liberamente scaricale dedicato alla pirateria mussulmana

http://culturasalentina.files.wordpress.com/2011/03/corsari.pdf

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Alla ricerca delle origini

Alla ricerca delle origini

Riprendono in località Capanne gli scavi archeologici. Si sono trovate risorse per un mese circa di scavi spezzettati in più settimane per dare modo al Prof. Francesco D’Andria di essere presente visti i suoi tradizionali impegni estivi all’estero. L’area di scavo è la parte sud-est dell’Acropoli di Castro che un tempo chiamavamo Chiavica per tante note ragioni, ma da un po di tempo ha preso il nome di Capanne in ricordo delle vecchie capanne ottocentesche che vi erano costruite sopra. Si cercano le origini dei primi insediamenti urbanisticamente strutturati di Castro. Mentre sono noti gli insediamenti preistorici dell’età del Bronzo (dal 3.500 al 1.200 a.C. ) per il rinvenimento di alcune asce votive nella Grotta Zinzulusa e poi in località Palombara con la scoperta di resti di capanne e vasellame, meno chiara è sempre  stata l’origine di Castro dalla fine dell’età del Bronzo alla dominazione romana. Fino al 2001 erano state rinvenute sporadiche presenze di murature ellenistiche (messapiche), ma dal 2001, dopo l’occasionale scoperta di un tratto di mura occultate, ma completamente fuori terra, le campagne di scavo condotte sotto la direzione dell’Università di Lecce hanno retrodatato l’origine dell’acropoli dapprima al VI secolo a.C. e poi ancora al IX secolo a.C. in periodi della storia che rendono ancora più credibile la vecchia legenda che vuole Castro fondata dal re cretese Idomeneo. Gli ultimi scavi, infatti, hanno portato alla luce vasellame di epoca japigia la cui presenza porta a spingere di molto indietro la fondazione della città, se non a confermare una vera e propria continuità abitativa fin dall’età del Bronzo.

Gli scavi sono visitabili senza grossi problemi anche dall’esterno della recinzione senza arrecare alcun disturbo. Il responsabile di campo è il Dott. Amedeo Galati, buon comunicatore e abbastanza paziente.

A chi è stato tanto pigro finora da non aver mai visitato i resti delle fortificazioni mesapiche più alte conservate in tutta la Puglia consiglio la visione del video che rende una buona idea dello stato dei luoghi, un vero e proprio concentrato di storia che parte dalle mura medievali aragonesi, ai resti del tempio a Minerva di epoca repubblicana, le vecchie fortificazioni del periodo ellenistico e il tuffo negli anni sconosciuti in cui si sono immersi da oggi i nostri archeologi.

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Omonimie e naufragi

Omonimie e naufragi

Non è una bella cosa in una ricerca genealogica trovare il nome del padre uguale a quello di un figlio. I casi sono due, o hai sbagliato tutto di una generazione oppure stai scrivendo il nome di uno sfortunato nato già orfano. E questa è proprio la storia di De Santis Giacomo padre e figlio, ma anche del fratello e zio De Santis Angelo, di un Panaro dal nome ignoto e di un quarto castriota morti in mare il 15 gennaio del 1932. La più grande tragedia in mare che si ricordi, e dopo quell’avvenimento si trovarono i soldi per dare mano alla costruzione di una decenza di porto, quello che ora è noto come Porto Vecchio.

I ricordi parlano di una giornata di pesca al largo dei laghi Alimini con la tramontana in rinforzo. Il battello si rovesciò buttando a mare tutti e quattro. Giacomo, quattro figli piccoli e uno in arrivo, il più forte di tutti e riuscì a legarsi un remo sotto la pancia e a nuotare fino all’imboccatura del porto di Otranto.  L’equipaggio della motonave che uscì dal porto appena lo avvistò lo tirò su nel momento in cui spirava. Non ci fu modo di portarlo a Castro, non si trovò un carretto, un camion o una carriola. Fu sepolto a Otranto per più di dieci anni, poi la moglie Annnuziata Rizzo, che lo pianse fino all’ultimo giorno della sua vita, si portò le sue ossa al paese. Degli altri tre non si trovò mai il corpo.

Angelo lasciò quattro bambine orfane, la moglie di Giacomo, Annunziata, incinta, chiamò il nuovo nato Giacomo come il padre.

Se qualcuno mi aiuta ad identificare gli altri due mi farà un grosso favore.

 

 

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Calibro 55mm

Due ricordi di guerra ritrovati nell’intorno del Castello di Castro. Sulla destra un proiettile interamente in pietra perfettamente sferico. Mentre sulla sinistra uno più sofisticato in piombo-acciaio.

Presentano apparentemente il medesimo calibro (diametro di 55 mm) e forma sferica. Probabilmente sparati da cannoncini leggeri montate su cavalletti mobili per il puntamento di precisione. La presenza di molte rosate sui prospetti del Castello fanno pensare anche a uno sparo a mitraglia da un cannone di grosso calibro.

Il proiettile sulla destra è più sofisticato e la presenza di una camicia esterna in piombo facilmente adattabile a forza alla canna da sparo fa pensare a un’arma a proiettile unico di diametro esattamente uguale al proietto sparato. All’interno del rivestimento di piombo è presente un nucleo rigido di ferro ancora ben conservato dall’ossidazione.

La manifattura mista permetteva da una parte (uso del piombo nella camicia esterna) di sfruttare tutta l’energia dei gas di scoppio in quanto trattenuti perfettamente dalla adattabilità del metallo deformabile sulla parete della canna, e dall’altra (nucleo di ferro) di avere una massa di impatto sufficientemente rigida per perforare il bersaglio.

Sono sicuramente di epoca medievale ma non so dirvi il periodo esatto.

Un’arma che poteva usare questo calibro era il Falconetto, il più piccolo cannoncino delle artiglierie antiche (i modelli più piccoli scendevano fino ai 5 centimetri di diametro). Nella foto i resti di un pezzo d’artiglieria di identico calibro ritrovato di fronte al mare di Tricase alcune decine di anni fa. E’ dotato di due supporti per il montaggio a forcella e di un manico posteriore ben distanziato. La culatta è chiusa. Montato su un supporto, appunto, a forcella permetteva un ottimo campo di brandeggio e la possibilità di essere caricato davanti ruotandolo in ogni posizione.

 

I calibri antichi da http://www.earmi.it/balistica/cannoni.htm

Il calibro delle artiglierie antiche

Riporto alcuni dati ricavati da vari testi, senza alcuna pretesa di esaurire l’argomento! Si tenga presente che le unità di misura variavano da paese a paese poiché la libbra italiana era di 301 gr, quella francese di 490 gr, quella inglese di 454 gr, quella tedesca di 560 gr., il che complica ogni classificazione.
Già all’inizio del Cinquecento si era tentata una classificazione delle artiglierie in base al calibro (Jakob Preuss, 1526):

Artiglieria da assedio
Scharfmetzen 23 cm
Basilischi 21 cm
Kartaunen 14-18 cm

Artiglieria da campo
Notschlangen 12,6 cm
Schlangen 10 cm
Falconi 7-8 cm
Falconetti 5,5 cm

Mortai
Pesanti 35 cm
Medi 28 cm
Leggeri 15,2 cm

All’epoca di Carlo V (1540) si ha il seguente schema:

Nome Calibro / cm Lunghezza / m Peso /libbre
Doppia Kartaune Scharfmetze 70-50
Kartaune 18 3,5 40
Kartaune media 15 3,4 24
Schlange 12 3,9 12
Mezza Schlange 9,1 3,5 6
Corta Schlange 12 3,2 12
Falcone 10 2,9 6,5
Falconetto 7 2,8 3
Mortaio 35,5 1,5 100

Ma vi erano altri tipi di artiglieria (Veit Wolf 1570)

Nome Calibro / cm Peso / libbre
Scharfmetze 34,5 94
Basilisco 20,1 66
Singerin (Cantante) 18,4 50
Nachtigall (Usignolo) 17,9 46
Kartaune 15,7 32
Notschlange 13,6 20
Schlange (Colubrina) 11,4 12
Falcone 10,4 9
Viertelschlange 8,5 5
Falconetto 7,2 3
Serpentine 5 1
Mortai 47-15

In Francia nel 1550 si usavano le seguenti denominazioni:

Nome Calibro / cm Peso palla / libbre
Cannoni (Kartaunen) 16,2 33
Grosse colubrine (Schlangen) 12,4 15
Colubrine medie 9,7 7
Colubrine piccole 7 2
Falconi 5,6 1+1/16
Falconetti 4,97 7/8

Ma in Italia N. Tartaglia (1538) elenca 26 tipi di artiglieria tra cui la Colubrina (21 cm) , il Cannone (16-20 cm) il Falcone (7,5 cm), il Falconetto (5,3 cm), il Mortaio (30-75 cm.).

Un quadro più preciso si ha in per i cannoni francesi del 1600:

Nome Peso della palla
in libbre
Peso dell’arma
in palle
Peso dell’arma
in libbre
Gittata
in passi
Colpi
al giorno
Cannone 33,3 153 5.000 500 100
Colubrina 15,25 234 3.550 700 100
Colubrina bastarda 7,25 344 2.500 400 140
Colubrina media 2,5 600 1500 400 160
Falcone 1,5 536 800 300 240
Falconetto 0,75 - - 200 200
Archibugio 0,10 - 45 100 300

Per le artiglierie da marina è stata tentata questa comparazione:

Calibro in cm. orientativo Denominazione tedesca Denominazione italiana Denominazione francese Denominazione Inglese In libbre Francia In libbre Inghilterra
21 60 64
19 Ganze Kartaune Canon double 48 56
17 1/4 Kartaune Cannone da 60 Canon de 36 livres Canon 36 42
16 1/2 Kartaune Canon de France 1/2 Canon 30 32
15 Corsiere da 35 Demi canon d’Espagne Canon of 24 24 24
13,5 Notschlange Colubrina da 25 Grande Coulevrine Culverin 18 18
12 Ganze Schlange Colub. da 18 Coulevrine de 12 livres Canon of 12 12 12
10,5 - - Coulevrine bastard 1/2 Culverin 8 8
9 Halbe Schlange Sagro, Aspic Sacre Saker 6 6
8(7,5) - Moiana Moyenne Minion 4 4
6 Viertelschlange Falcone Faucon Falcon 3 3
5 Falkonet Falconetto Fauconneau Falconet - -
4(4,7) Scharpentine Petriero Serpentine Serpentine - -
2,5 Basse Petriero Babinet Robinet, Swiffel - -

Note: Olanda, Danimarca e Spagna usano denominazioni analoghe a quelle tedesche.
La libbra italiana era di 301 gr, quella francese di 490 gr, quella inglese di 454 gr, quella tedesca di 560 gr.
Orientativamente si può dire che la Kartaune aveva palle da 50-60 libbre, la Notschlange da 20 a 30, la Feldschlange da 9 a 24, il Falkone da 4 a 6, il Falconetto da 2 a 3 e la Sepentina da 0,5 a 1.
In Russia fino al 1877 il cannone da 12 libbre aveva il diametro di 116,3 mm, quello da 18 di 133,1 mm e quello da 24 di 145,5 mm.

Per carronades si trovano in letteratura i seguenti valori:

Peso in libbre Peso della palla in libbre Calibro in pollici
42 22 6,84
32 4 6,25
24 13 5,68
18 10 5,16
12 6 4,52

Per le Bombarde i seguenti valori:

Prussia Danimarca Francia Inghilterra
50 lib/28,4 cm 168 lib/28,8 cm 150 lib/27,4 cm 130 lib/25,4 cm
25 lib/22,7 cm 84 lib/23 cm 80 lib/22 cm
68 lib/20,3 cm 60 lib/ 20,1cm 68 lib/20,3 cm

Mortai
Sono denominati in base al peso della palla di pietra o del reale proiettile:

Calibro orientativo Pietra libbre Proiettile libbre
36 cm 100 200
33 cm 75 150
28 cm 50 100
21 cm 18 36

 

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Settari e carbonari nel Comune di Ortelle

Passato lo sconvolgimento rivoluzionario napoleonico e avviata la Restaurazione (1815) si preparano i 45 anni che avviano le condizioni per l’Unità d’Italia.  Il Salento non è escluso dalle tensioni e dalle aspirazioni liberali.  Ogni piccolo paese deve sopportare la pressione e il controllo esercitato dai Borboni sui ceti più influenzati dalle idee costituzionali o democratiche. La corona borbonica, in perenne crisi, deve guardarsi sia dai veri e propri democratici che dai monarchici che ormai dichiarano le proprie simpatie per un cambio in favore di Vittorio Emanuele.

In questa prima parte del saggio di Salvatore Coppola la storia dei processi ai Carbonari di Diso, Ortelle, Andrano, Castiglione e altri Comuni del Salento meridionale appena dopo la restaurazione.

DAL NONIMESTRE RIVOLUZIONARIO (1820-21)

ALLA CRISI DELLA CARBONERIA:

SETTARI E CARBONARI NEL COMUNE DI ORTELLE

da Il Filo della Memoria – Salvatore Coppola pagg. 283-301

Il re Ferdinando IV, restaurato sul trono di Napoli dopo il Congresso di Vienna (assunse il titolo di Ferdinando I re delle Due Sicilie), non concesse la Costituzione che aveva promesso e questo fu uno dei motivi per cui si registrarono diversi episodi di rivolta in molte province del regno, dove la lotta per la concessione della Costituzione divenne uno degli obiettivi principali delle organiz­zazioni settarie, tra le quali la più importante era la Carboneria, che fece proseliti soprattutto tra gli esponenti di quella classe borghe­se che, nel periodo in cui aveva regnato Gioacchino Murat, si era affermata come classe dirigente contro la vecchia aristocrazia feu­dale.

Oltre alla Carboneria, era diffusa anche la società segreta dei Filadelfi (capeggiata dal pisano Filippo Buonarroti) che si batteva, oltre che per la Costituzione, anche per l’instaurazione della Re­pubblica e rivendicava, in ambito socioeconomico, la riforma agraria con l’abolizione della proprietà privata delle terre e la loro distribuzione ai contadini. Molti professionisti, artigiani, commer­cianti, ufficiali dell’esercito, rappresentanti del basso clero, e an­che piccoli proprietari terrieri, scontenti della politica fiscale adot­tata dal primo ministro Luigi Dei Medici, si organizzarono all’in­terno delle società segrete per costringere il sovrano a garantire maggiori spazi di libertà e di autonomia amministrativa attraverso la concessione della Costituzione.

Dopo il fallimento di alcuni ten­tativi insurrezionali nel 1817-1818, la Carboneria riprese l’inizia­tiva a seguito dello scoppio della rivoluzione spagnola del 1820; un gruppo di ufficiali, sottufficiali e soldati semplici di stanza a Nola, capeggiati dai sottotenenti Michele Morelli e Giuseppe Silvati, ai quali si affiancarono il sacerdote don Luigi Menichini e al­tri ufficiali di Napoli, tra i quali la figura più rappresentativa era quella del generale Guglielmo Pepe, costrinsero il re Ferdinando I a concedere la Costituzione (luglio 1820), a nominare un nuovo governo e a fissare la data per l’elezione dei deputati al Parlamen­to. Le speranze suscitate da tali avvenimenti favorirono in molte province l’adesione al progetto carbonaro anche delle masse contadine, che si attendevano che il nuovo governo attuasse radicali riforme come la distribuzione delle terre e la riduzione delle tasse (soprattutto quella sul sale).

La Carboneria, presente in Terra d’Otranto con alcune sezioni (vendite) fin dal periodo murattiano, nel 1820 era presente in molti centri anche piccoli del basso Salento; nel distretto di Gallipoli erano attive le vendite di Corigliano (dove il rappresentante di maggiore prestigio era il sacerdote don Gaspare Vergine), di Galatina, Otranto, Nardò, Calimera, Torrepaduli, Ruffano, Supersano, Specchia, Taurisano, Nociglia, Scorra­no, Presicce, Patù; le vendite o sezioni locali erano guidate da un numero ristretto di capi tra i quali figuravano il presidente e il se­gretario, il primo e secondo sorvegliante, il cassiere e l’esperto[1].

Dopo la concessione della Costituzione, alcuni patrioti salentini presero l’iniziativa di costituire a Lecce un comitato provincia­le per l’organizzazione delle elezioni presieduto da Vincenzo Bal­samo e del quale facevano parte Benedetto Mancarella, il vescovo di Lecce don Nicola Caputo e il sacerdote don Oronzo Guarini; Balsamo lanciò un appello agli intellettuali affinchè propagassero le idee di libertà tra le popolazioni dei comuni della provincia. A partire dal 1° agosto 1820 i sindaci predisposero le liste dei citta­dini maggiorenni (“idonei”) i quali avrebbero eletto i deputati al Parlamento e la nuova deputazione provinciale; per i distretti di Lecce e di Gallipoli furono eletti Michele Tafuri di Nardò e Ippazio Carlino di Lecce, i quali parteciparono a Napoli alla riunione solenne del 1° ottobre 1820 nel corso della quale il re Ferdinando giurò fedeltà alla Costituzione. L’attività del Parlamento fu para­lizzata dai contrasti tra il gruppo dei democratici carbonari e quel­lo dei moderati murattiani; di lì a poco, inoltre, il re Ferdinando, venendo meno al giuramento di fedeltà alla Costituzione da lui stesso concessa, chiese e ottenne l’intervento dell’esercito austria­co affinchè ripristinasse l’ordine e ponesse fine all’esperienza co­stituzionale; il governo carbonaro affidò al generale Guglielmo Pepe l’incarico di affrontare le truppe che marciavano su Napoli. In molte province si organizzarono, per iniziativa dei commissari inviati dal governo centrale, gruppi di volontari che avrebbero dovuto unirsi all’esercito di Guglielmo Pepe; per la provincia di Ter­ra d’Otranto l’incarico fu affidato a Liborio Romano di Patù (pro­fessore di diritto commerciale presso l’Università di Napoli), il quale, in collaborazione con i leccesi Nicola Paladini, Giuseppe Parisi e Guglielmo Paladini, riuscì ad organizzare una compagnia di cavalleria (gli Ussari salentini) che mosse alla volta di Napoli senza però riuscire a congiungersi con l’esercito di Guglielmo Pe­pe che, nel marzo del 1821, fu sconfitto a Rieti dagli Austriaci; po­co dopo, il sovrano pose fine all’esperienza costituzionale [2].

Iniziò, dopo la conclusione dell’esperienza liberale, un periodo di persecuzioni nei confronti di quanti avevano partecipato al nonimestre rivoluzionario“; gran maestri, dirigenti e semplici affilia­ti (o solo sospettati di avere fatto parte delle società segrete) furo­no condannati a morte, al carcere duro o costretti ad andare in esi­lio; in ogni provincia le corti marziali indissero pesanti condanne anche a persone che non avevano avuto alcuna responsabilità nel­le vicende rivoluzionarie e arrestate sulla base di compiacenti e in­teressate delazioni; nei circondari di Maglie e di Poggiardo si di­stinsero per il loro feroce zelo antiliberale Giacinto Toma, regio giudice a Maglie, e Nicola Retino, regio giudice a Poggiardo, i quali, utilizzando spesso denunce anonime, riempirono le prigioni di presunti colpevoli, assecondando così lo spirito vendicativo del­l’Intendente provinciale duca Guarini che aveva disseminato la provincia di spie e intriganti delatori e chiesto a tutti i sindaci di ri­ferire su quanto era accaduto nei rispettivi comuni nel periodo co­stituzionale, obbligandoli a denunciare coloro che avevano aderi­to alle società segrete o avevano manifestato una qualche forma di adesione alla causa liberale. L’azione repressiva del governo si ac­centuò quando, nel 1823, venne nominato Intendente di Terra d’Otranto Ferdinando Cito (“…vendette private, interessi personali, il desiderio di occupare le cariche delle loro vittime, l’abitudi­ne all’intrigo e la premura di trar vantaggi dai disordini, erano i sentimenti che animavano molti intriganti e delatori”, così viene descritto il clima di quegli anni)[3] .

Dopo la morte di Ferdinando I (gennaio 1825), i liberali si at­tendevano che il nuovo sovrano Francesco I (il quale, avendo con­cesso un’amnistia estesa anche ai reati politici meno gravi, aveva suscitato molte speranze), attuasse una politica più liberale o me­no repressiva; così non fu, in tutte le province del regno, infatti, i liberali continuarono ad essere perseguitati ed anche in provincia di Terra d’Otranto Ferdinando Cito perseverò nella sua feroce azione repressiva. Venne data la caccia a tutti coloro che si sospet­tava fossero membri della società segreta degli Ellenisti (o Edennisti), una setta che, come si dimostrò successivamente in sede processuale, non esisteva affatto; si trattava di un’invenzione di Cito e dei suoi più stretti collaboratori che potevano, in tal modo, perseguitare tutti i liberali inseriti nelle liste degli “attendibili” (coloro cioè che erano sospettati di essere liberali) sulla base di ve­lenose e calunniose segnalazioni il più delle volte anonime.

Molti di loro furono tratti in arresto e rinchiusi nel famigerato carcere po­litico di Santa Maria Apparente a Napoli: tra gli arrestati più noti ricordiamo Vito Domenico Fazzi, Salvatore Patitari, Paolino Quin­tana, Agostino e Domenico Pirtoli, Gaetano Giannetta, Cirino Ciullo, Gaspare Vergine, Vincenzo Balsamo, Eugenio Romano, Ercole Stasi e i fratelli Gaetano, Giuseppe e Liborio Romano. Il processo al quale furono sottoposti si concluse con alcune condan­ne sostanzialmente lievi perché gli stessi inquirenti di Napoli, ai quali era stata affidata la gestione del processo, non trovarono ele­menti sufficienti per dimostrare l’esistenza della setta degli Elleni­sti; si trattò, più che altro, di misure simboliche che dovevano in qualche modo non sconfessare l’operato di Cito; e cosi, solo per citare i nomi di alcuni noti liberali del basso Salento, ricorderemo che Liborio Romano di Patù fu sottoposto a regime di stretta sor­veglianza, il notaio Gaetano Giannetta di Specchia Gallone fu allontanato dal suo paese, Paolino Quintana di Cocumola fu affida­to alle autorità di polizia perché fosse tenuto sotto “severa sorve­glianza”, don Gaspare Vergine, sacerdote di Corigliano (“uomo scellerato, irreligioso, irreconciliabile”, secondo l’accusa) fu con­dannato al confino “in una provincia la più lontana da Terra d’Otranto”; la stessa condanna fu chiesta per il parroco di Vitigliano don Cirino Ciullo; Vito Fazzi (originario di Calimera ma resi­dente a Lecce), fu tenuto in regime di “severa sorveglianza”; Er­cole Stasi di Presicce e Gaetano Romano di Patù furono obbligati “a non allontanarsi da Lecce, senza il permesso dell’Intendente”; per Narciso Trunco, ricevitore del registro e bollo in Tricase, fu proposto l’allontanamento dalla provincia e così per Francesco Campi di Sanarica, mentre per i suoi concittadini arcidiacono Giu­seppe Pasquale Pascarito, Pantaleo Pascarito e Antonio Pasca, per Agostino Pirtoli e don Domenico Pirtoli di Giuggianello, per Gio­vanni ed Angelo Romano di Patù, per Eugenio Romano di Salve, per Pasquale Sauli di Tiggiano, domiciliato a Tricase, fu proposto il regime di “sorveglianza”; Giuseppe Nigro, decurione e cancel­liere di Giuggianello, fu costretto a lasciare entrambe le cariche [4]

L’azione repressiva di Cito continuò anche dopo la conclusio­ne del processo; la partenza dal regno di Napoli del contingente militare austriaco (luglio 1827) e le notizie che giungevano dalla vicina Grecia, che in lottava per l’indipendenza dall’impero Tur­co, suscitarono nei liberali nuove speranze per una possibile ripre­sa della lotta per la Costituzione, ed è per questo che Ferdinando Cito inasprì la vigilanza e promosse una nuova ondata di arresti. In un rapporto di polizia dell’aprile 1828 sulla presunta attività settaria di Carlo Venturi di Minervino e di don Cirino Ciullo di Vitigliano (del quale si ricordava che era rientrato in patria dopo un perio­do di esilio solo grazie ad un atto di clemenza reale) venivano in­dicati come settari non pentiti e “nemici del trono”, oltre agli stes­si Venturi e Ciullo, Giuseppe Fersini di Castiglione, Andrea Tronci e Gian Pietro Pede di Ortelle, Giovanni Mauro di Vaste e Giu­seppe Domenico Perchia di Poggiardo, tutti segnalati per le loro frequenti riunioni a Vitigliano presso la casa di don Cirino Ciullo; il capo della polizia chiedeva pertanto all’Intendente provinciale l’autorizzazione a sottoporre alla più rigorosa vigilanza tutti i sun­nominati e soprattutto don Cirino Ciullo di Vitigliano e Giuseppe Fersini di Castiglione allo scopo di impedire che i settari “ingran­dissero di giorno in giorno il loro partito”.

La Direzione di polizia del ministero dell’Interno sollecitò le Intendenze provinciali ad ac­centuare la vigilanza “sopra coloro che nel nonimestre si distinse­ro per compromessione e per effervescenza” e che avrebbero po­tuto riprendere la loro attività sull’onda delle notizie che giunge­vano dalla Grecia: la polizia avrebbe dovuto esercitare una “conti­nua persecuzione” per impedire “comunicazioni e contatti tra i di­versi assortimenti di gente facinorosa” (“non vi è pre veggenza che basti, onde seguirli d’appresso nei loro andamenti, contatti, ester­nazioni, e finanche nelle partite di passatempo, che possono esse­re sovente il pretesto di nocivi confabulamenti…”). L’ondata re­pressiva del 1827-1828 colpì anche alcuni cittadini dei comuni di Diso e Ortelle, sospettati di essere affiliati alla Carboneria. Tra i sorvegliati speciali c’erano Paolino Maglietta di Marittima, suo fratello Giambattista (anch’egli di Marittima ma domiciliato a Di­so), i fratelli Ippazio e Salvatore Russi di Marittima, il Guardiano del convento dei Cappuccini di Diso Padre Giuseppe Lanzara, il parroco di Diso don Michele Guglielmo, un altro sacerdote di Di­so, don Saverio Guglielmo, ed inoltre Raffaele Mastrangelo, Giampietro Pede, Domenico Maria Tronci e suo figlio Andrea di Ortelle. Il giudice di Poggiardo Giacinto Toma, d’accordo con l’Intendente provinciale, aveva affidato al funzionario di polizia Nicola Retinò, in quegli anni utilizzato come capo urbano a Vignacastrisi, il compito di sorvegliare le mosse dei sospetti e di inviare periodicamente delle note informative sulla loro attività; sulla ba­se delle relazioni segrete e riservate del solerte Retinò risultava che il luogo delle riunioni dei presunti carbonari era il convento dei Cappuccini, dove confluivano i settari di Andrano e Castiglione (Evangelista Cioffi, don Gaspare Urso e Giuseppe Ferini), di Ortelle (Andrea Tronci e Raffaele Mastrangelo) e di Vignacastrisi. Il giudice circondariale Giacinto Toma, dopo ulteriori indagini, comunicò all’Intendente provinciale che Padre Giuseppe Lanzara, il presunto capo dei carbonari della zona, (“segnalato in tutti i tempi per la sua criminosa attività pessima settaria e vigorosamente sor­vegliato dalle Autorità della Provincia’1) si chiudeva spesso nella sua cella “in conferenza con delle persone, non dico ambigue, ma notorie come fìglie del disordine”, con gli “effervescenti settari dei paesi limitrofi, graduati nelle rispettive vendite [5]


Con rapporto del 10 maggio 1828, il giudice Toma informò le autorità provinciali che i settari Alessandro e Raffaele Mastrange­lo, Giampietro Pede, Tritone Rizzelli Domenico Maria e Andrea Tronci, tutti di Ortelle, si riunivano, nella casa dei Tronci, insieme con i settari di Diso e Marittima Giambattista Maglietta, Ippazio e Salvatore Russi, apparentemente per “giocare a carte o a palla”, in realtà, secondo informazioni in suo possesso, per motivi politi­ci (le riunioni erano di per sé illegali sia per il numero che per le qualità delle persone).”La qualità dei soggetti è tale”, scriveva il giudice Toma nel suo rapporto, “da indurre il più fondato sospet­to contro la loro unione nel numero vietato dalle leggi in vigore, e nelle caratteristica delle persone medesime…”. Nella notte tra il 2 e il 3 giugno, le case dei “noti, notissimi individui per la loro pessima condotta” vennero circondate da un ingente numero di gendarmi che procedettero all’arresto di Domenico Tronci, dei fratelli Mastrangelo, di Giambattista Maglietta e dei fratelli Russi, mentre Andrea Tronci e Giampietro Pede riuscirono a mettersi in salvo fuggendo dai rispettivi giardini retrostanti la propria abitazione, anche se poi si costituirono qualche giorno dopo; gli otto rimasero nelle carceri di Lecce per molti mesi senza che venisse loro contestato il reato per il quale si stava procedendo; non ser­virono a nulla suppliche e proteste di innocenza, indicazione di te­stimoni a discarico, richiesta di acquisizione di prove, istanze di scarcerazione presentate dall’avvocato Donato Maria Stasi di Spongano: l’arbitrio e l’illegalità regnavano sovrani nella provincia di Terra d’Otranto governata dall’Intendente Cito.

“Eccellenza”, scrivevano i due latitanti prima di costituirsi, Andrea Tronci e Giovan Pietro Pede di Ortelle rassegnano divotamente all’Eccellenza Sua, che nella notte seguente al giorno due del corrente mese fu dato l’assalto nelle loro case dalla Gendar­meria, cercando il di loro arresto. Non saputo gli esponenti che ciò era per effetto di disposizioni emesse dalla prelodata Eccellen­za Sua. l medesimi perciò conoscendosi immuni da qualunque rea­to ardiscono priegarla acciò si compiaccia riceverli sotto un mo­do di custodia, da lei meglio visto, e l’avranno come a special gra­zia”;

L’ordine dell’Intendente fu quello di intensificare le ricerche per il loro immediato arresto. Qualche giorno dopo, Tronci e Pede scrissero ancora una volta all’Intendente professando la loro inno­cenza e l’ignoranza del reato per cui venivano ricercati: “Eccellen­za, Andrea Tronci e Giovan Pietro Pede di Ortelle colla divisa di delinquenti, ma con animo lo più tranquillo, ed immune di qualun­que reato, ricorrono al paterno cuore dell’Eccellenza sua. Se la calunnia gli opprime, la loro coscienza li assolve, e perciò si affi­dano con la più grande fiducia alla di lei Giustizia, che protegge l’innocenza oppressa egualmente che punisce la reità. Non cono­scono gli esponenti qual sia l’imputazione addossatagli, ma son certi che qualunque si fosse non può mai essere al certo vera. E come no se i rassegnanti esaminando con la più stretta scrupolo­sità le loro azioni nulla rinvengono di reprensibile? Faccia intanto la di lei Giustizia quanto crederà convenevole delle loro perso­ne che alla medesima intieramente si rimettono; e se non com­piacerà agevolarli sotto un modo di custodia gl’imponga dove debbono conferirsi e ciecamente ubbidiranno. La di lei perspica­cia verifìcherà di certo la loro innocenza ed il di lei sensibilissimo cuore sentirà in allora un dispiacere del bersaglio di essi ingiusta­mente sofferto; del che saranno paghi abbastanza. Si compiacerà però commettere informazioni a più persone di conosciuta mora­le, ed attaccate al bon ordine e al Governo, e non ad una sola che potrebbe bene agire nel suo particolare interesse, il quale potreb­be anche essere la causa motrice della campeggiante calunnia. Farà bene”.

I due decisero pertanto di costituirsi e vennero anche loro tradotti nelle carceri di Lecce.

Gli otto arrestati chiedevano con le loro suppliche all’Intenden­te che venisse almeno reso noto il reato per il quale si procedeva nei loro confronti e di essere ascoltati allo scopo di dimostrare la propria innocenza e approntare la propria difesa;

“Eccellenza”, si legge in una supplica, Domenico Maria Tronci ed Andrea suo fi­glio, Giovan Pietro Pede, ed i fratelli Raffaele ed Alessandro Mastrangelo di Ortelle, Giovan Battista Maglietta di Diso, ed i fratel­li Ippazio e Salvatore Russi di Marittima, rassegnano devotamen­te all’Eccellenza sua che i medesimi nonostante certi di essere im­muni, pure con di loro stupore e del pubblico intero si son visti tra­durre in queste prigioni centrali di Lecce. Gli esponenti conosco­no ampiamente l’imparzialità della giustizia di lei, ma conoscono egualmente la di loro innocenza, e da ciò sono necessitati con­chiudere che la loro sciagura debba essere figlia di qualche rap­porto fondato sopra false assertive dei nemici detti esponenti, non meno che dell’ordine pubblico e del Governo che tanto li calun­niatori aborrisce. Conoscendo gli esponenti medesimi la loro mo­rale e la loro condotta politica osano con franchezza assicurare che non vi possa essere persona proba la quale abbia potuto in lo­ro svantaggio opinare e deporre… Eccellenza, ciascuno dei sup­plicanti si crede incapace di criminose azioni; ma non è poi falso che la maggior parte dei medesimi si radunava di tanto in tanto nella casa del Tronci, che soleva trattenersi nel gioco cosiddetto del ciuccio; mai però è intervenuto Giovanni Battista Maglietta, mai Ippazio Russi. Il primo di questi erano tre anni dacché non vi era stato in Ortelle, ed il secondo diciannove mesi. Il Maglietta però fu due volte in Ortelle poco prima del suo arresto, e per una Ippazio Russi, quello per sistemare taluni suoi interessi, stante che pos­siede proprietà stabili in quel territorio, questo per andare a Vaste in un podere di ciliegie unico in tutti quei contorni e insieme an­dava con suo fratello Salvatore genero di Domenico Tronci. Né Ippazio Russi né il Maglietta hanno formata conversazione cogli al­tri delli supplicanti nella casa del Tronci, né altrove. Gli altri poi solevano radunarsi di tanto in tanto, ma ciò era sempre di giorno, sempre a porte aperte, la camera di riunione era alla pubblica prospettiva di chiunque entrava ed usciva per la casa del Tronci. Nella famiglia di questi v’erano donne e ragazzi, e nella conver­sazione interveniva pure don Giuseppe Rizzelli, e Nicola Fede, persone di fiducia del Governo. Se l’Eccellenza sua crede perti­nente all’imputazione il di sopra esposto, si compiaccia commetterne la verifica a più e diverse persone di tutta la di lei fiducia, e di conosciuta imparzialità. Così la giustizia farà applauso all’in­nocenza. Lo spirito calunniatore, vedendo l’inutilità dei suoi sfor­zi, saprà reprimersi. Intanto il paterno cuore dell’Eccellenza sua sì compiaccia sentirli, e se li rinverrà innocenti, come son certi, disponga quanto crederà convenevole alla giustizia”.

Nella stessa supplica gli otto indicavano i nomi di coloro che, per motivi di ran­core o per spirito di vendetta, avevano macchinato contro di loro; indicavano, nel contempo, i nomi di altri cittadini di Ortelle, Diso e Marittima che avrebbero potuto essere sentiti come testimoni a discarico; il giudice Toma continuava a interrogare i “nemici” o presunti tali degli otto, mentre nessuno dei testi a discarico veniva invitato a deporre.

“Eccellenza”, imploravano dal carcere gli otto, “li supplicanti le rassegnano devotamente aver preinteso con som­mo stupore che le persone indicate all’E. S. con altra loro suppli­ca, siano andate più volte al Giudice di Poggiardo, da cui siano state intese come testimoni a loro carico. Eccellenza, per quanto ha in abominazione i calunniatori, ed ama li innocenti, quantun­que ingiustamente oppressi, altrettanto la di lei saviezza saprà prevenire le fatali conseguenze delle calunnie e degli intrichi di­sponendo nell’interesse dei rassegnanti altre istruzioni, e che fos­sero intesi, fra gli altri ch’Ella crederà i testimoni indicatigli con l’altra supplica. Diversamente si vedrà con orrore primeggiare l’intrico, e gli esponenti necessaria vittima dei loro nemici. La fiducia che ripongono nel paterno cuore dell’E. S. gli fa tanto spe­rare e l’avranno come a special grazia”.

Nonostante tali richieste, il 10 luglio 1828 gli otto indirizzaro­no una nuova supplica: “Eccellenza, i qui annotati individui, tutti umiliati alla vostra presenza, con fervide lacrime del cuore l’espongono come da più lungo tempo infelicemente soffrono a languire detenuti ed oppressi in queste prigioni centrali di Lecce senza aver minima ombra di peccato né di delitto alcuno, ma tut­to per effetto di qualche nera e falsissima calunniosa imputazione addossatagli da persone loro nemiche i quali per vendicarsi an cercato il mezzo onde ordire simile trama per così avere la soddi­sfazione di farli perire dentro una carcere come l’anno ottenuta ta­le loro desiderata brama. Eccellenza i sventurati non cesseranno giammai di reclamare al magno, generoso e sensibile cuore del giusto e clemente Intendente Cito, che tutto agisce e governa, ed amministra ad imitazione delle sovrane Idee, tanto giuste e reli­giose, che Dio volle con particolarità dotarlo con quella virtù del­la prudenza, e del consiglio, che forma il merito del suo spirito, non che gli diede quel fondo di pietà e di umanità che è il merito del cuore. E l’istessa sorte gode la Provincia di Lecce di aver acquistato un Intendente dotato di quei medesimi doni che Dio volle fondare nel cuore e nell’animo del nostro Augusto Sovrano. Per­ciò i sventurati supplicanti che falsamente imputati di delitti che neppur per idea sei sognano, ora vedonsi giacere nell’oppressio­ne di una carcere innocentemente. E se essi soffrono l’attuale op­pressione, la soffrono non per delitti, ma forse per peccati che nep­pure conoscono e tutti se l’abbracciano per amor di Dio. E final­mente non gli anima altro a sperare che l’E.V. in questa circostan­za avesse la pena di usare quella medesima scrupolosità di rifles­sione e sempre basare che tale imputazione caricatagli ai suppli­canti è stata creata ed inventata da effetto di vendetta privata, ed infine il tutto le rimettono alla considerazione della nota e giusta Coscienza del delizioso e giustissimo saggiatore della bilancia d’Astrea quale l’Intendente Cito. Onde così solamente poter spe­rare la loro libertà che tanto bramano per la giustizia, e per non distruggersi vieppiù le loro afflitte famiglie, come lo avranno an­che da Dio.’”

Appellarsi al senso di giustizia, pietà e umanità del­l’Intendente Cito appariva del tutto inutile, considerato che il si­stema di incoraggiamento della pratica delle calunnie e delle de­lazioni anonime veniva alimentato proprio da lui. Il 18 luglio Andrea Tronci e Giampietro Pede inviarono un’altra supplica: “Ec­cellenza, Andrea Tronci e Giovanni Pietro Pede di Ortelle devota­mente l’espongono che conoscendo di essere ricercati dalla di lei giustizia, in segno di ubbidienza e di rispetto si esibirono sponta­neamente alla medesima; d’altronde senza alcuna reità si vedo­no confinati in un carcere da un mese e mezzo circa. Animati dal­la loro innocenza osano ricorrere all’Eccellenza Sua pregandola compiacersi disporre che i medesimi fossero agevolati sotto man­dato per questa Città, onde così alleviare in qualche modo i tristi effetti della calunnia addossatagli, e farà bene”; anche la richie­sta di misure alternative al carcere non venne presa in considera­zione.

Il 23 agosto la Suprema Commissione per i reati di Stato, do­po avere sentito alcuni testimoni, dispose la scarcerazione degli arrestati per insufficienza di prove; l’Intendente però decise di non dare corso al provvedimento adducendo non meglio precisa­ti motivi di sicurezza e decidendo di applicare l’istituto giuridico dell’empara, un’odiosa misura di pubblica sicurezza che preve­deva che gli imputati di reati politici, pur in presenza di un prov­vedimento giurisdizionale di proscioglimento, potevano essere tenuti in carcere a disposizione della polizia, e l’Intendente Cito nel corso del suo mandato, ricorse molte volte all’applicazione di tali norme; lo fece anche con gli arrestati di Diso, Marittima e Ortelle.

“Signore”, scriveva Domenico Maria Tronci il 22 settembre, “il detenuto per misure di polizia Domenico M. Tronci oltre quanto ha umiliato all’E. S. con altre di lui suppliche, domanda che sull’intrico della manifesta calunnia ordita sifusse benignata la Eccel­lenza Sua trarre innanzi ai suoi occhi quanto è per esporti. Primo, che da soggetto imparziale sifusse oculatamente osservata la po­sizione di sua abitazione, che ben chiara si troverà aperta da qua­lunque angolo. Che quando dopo le ore di mezzogiorno, nei gior­ni festivi per lo più, sì divertivano i suoi figli al gioco del così det­to ciuccio, i più frequenti ed assidui erano a giocare i signori Giuseppe Rizzelli, Nicola Pede ed Antonio De Luca, e mai i signori Russi e Maglietta, e dalla calunnia si vedon tolti ì primi e posti i secondi. Fatto questo che lo potrà deporre i detti Rizzelli, Pede e De Luca. Che il supplicante sia stato sempre uomo di santissima morale, ubbidiente alle Leggi, ed attaccato all’ordine pubblico lo potrà far deporre dall’intera popolazione di Ortelle e comuni limi­trofe. Potrà l’Eccellenza Sua dal 1773 in qua far percorrere tutti li uffici delle Corti locali, dei Regi giudicati e Tribunali, non solo della Provincia, ma dell’interio Regno e vedrà chiaramente a sol di meriggio che egli non troverà neo di delitto alcuno, che ezian­dio non si troverà in tempo di sua vita aver fatta testimonianza ve­runa, né in linea civile né criminale. Richiami presso di sé l’Eccel­lenza Sua li stessi ricorrenti e testimoni che han figurato da ca­lunniatori a dire, a deporre se le loro mire sono state mai contro dell’oratore. Potrà o Signore interrogargli un per uno, che uomo sia stato ed è il supplicante, se immorale, se usurpator del sangue altrui. Se li stessi calunniatori siano stati beneficati, e soccorsi in tutto ciò che li è abbisognato dall’esponente, e vedrà che nella presenza dell’eccellenza Sua non inorpelleranno la verità, e mal­grado volessero farlo, che è impossibilissimo, vi è l’intera Comu­ne che lo conosce bastantemente. Sinceratasi l’Eccellenza Sua e le Autorità tutte di tali verità, la scongiura di sprigionarlo, e vieppiù la supplica concederli per la giustizia una tal grazia, attesa la sua mal salute di continui acciacchi. Tanto spera ottenere dall’Eccel­lenza Sua e l’avrà a specialissima grazia”.

Nessuna supplica, però, avrebbe potuto incrinare la logica fero­cemente persecutoria di Ferdinando Cito, il quale aveva tutto l’in­teresse a non mettere in dubbio, con un eventuale atto di clemen­za, il castello accusatorio che egli, con la solerte collaborazione del capo urbano di Vignacastrisi Retinò, del regio giudice di Poggiardo Toma e del sindaco di quel paese Tommaso Sala, aveva co­struito; il sindaco Sala il 19 luglio gli aveva scritto che, dopo gli arresti effettuati a Ortelle, Diso e Marittima, “lo spirito efferve­scente degli altri demagoghi di questo Circondario si è moderato … e nei mercati di questo Comune non si osservano più quelle unioni ambulatorie tra essi loro, e dei contatti personali”.

Dopo qualche tempo, gli arrestati si rivolsero all’Intendente implorando misure restrittive meno dure di quelle a cui erano sottoposti, ma anche questa volta la loro richiesta venne disattesa. “Eccellenza,” scrivevano il 26 settembre, “i fratelli Salvatore ed Ippazio Russi di Marittima, e Giovan Battista Maglietta di Diso, non che i fratelli Raffaele ed Alessandro Mastrangelo, Domenico ed Andrea Tronci e Giovan Pietro Pede di Ortelle, detenuti in queste prigioni cen­trali di Lecce, rassegnano devotamente all’E.S. che trovansi ri­stretti a segno che non gli è stato mai permesso di usufruire altra aria che la poca della camera, ove son chiusi. Ricorrono con ogni umiliazione al paterno cuore dell’E.S., ed implorano compiacer­si permettere al custode delle suddette prigioni onde li faccia sta­re all’aria qualche ora del giorno. Tanto sperano, e l’avranno per singolarissima grazia”.

La richiesta venne respinta perché, dagli accertamenti fatti eseguire, risultò che non era vero che la corsia dove erano rinchiusi fosse “mancante di aria” in quanto c’era quella che entrava dalle finestre!

Cinque giorni dopo, Domenico Maria Tronci scrisse ancora una volta all’Intendente: “Signore, non avendo l’esponente vista alcuna provvidenza alle tante suppli­che umiliategli, nato ciò forse che l’incartamento di sua calunnia se lo troverà spedito in Napoli a quelle supreme Autorità, ricorre perciò all’Eccellenza Sua onde permesso li avesse poter scrivere nella Capitale a qualche persona, acciò agito avesse presso le suddette Autorità, per così poter far risplendere la di lui manifesta innocenza, e quindi pel castigo dei calunniatori. Tanto spera per la giustizia ottenere, e l’avrà a singolar grazia”.

Venuti a conoscenza che uno dei loro accusatori si era presen­tato spontaneamente al regio giudice Toma per ritrattare quanto aveva dichiarato in precedenza e per meglio chiarire il senso della sua deposizione, il 23 ottobre 1828 gli otto scrissero all’Intenden­te Cito: “li sottoscritti detenuti nelle prigioni centrali per misura di polizia con devote rassegnazioni umiliano a V. E. il che segue. Ina­spettatamente e con loro meraviglia videro entrare nelle prigioni il giorno ventidue del corrente ottobre Donato di Domenico Carluccio di Ortelle, il di costoro denunziante, e l’autore di tutte le sventure di otto individui, che da cinque mesi languiscono nelle suddette prigioni. Giunto che fu nel cancello, quasi piangente cer­cava individualmente perdono, poiché asserì egli essere stato in­gannato, e tutto falso lo era di essere il denunziante, ma sì bene un testimone, che asserì la sua dichiarazione fatta innanzi a quel Re­gio Giudice il dì primo di giugno del corrente anno, né mai altra volta era stato interrogato dal prelodato Signor Giudice. E’ vero, diss’egli fui chiamato dal Giudice, ove rinvenni Eugenio Galati, ed in presenza di costoro fu scritta la mia dichiarazione in questi termini. Esser vero che li signori Raffaele ed Alessandro Mastrangelo e Giovan Pietro Pede di Ortelle si portavano in casa del si­gnor Domenico Tronci di detto Comune ad oggetto di giocare, e di quando in quando andava ancora Don Salvatore Russi genero del Signor Tronci ad oggetto di visitare la suocera per la di lei lunga malattia. Che il signor Ippazio Russi solo due anni addietro lo vi­de sortire dalla parte del giardino col signor Andrea Tranci ad og­getto di andare in caccia, il primo col fucile ed il secondo coi ca­ni. Né mai vide andare in casa di detto signor Tronci il signor Gio­van Battista Maglietta, solo lo vide in Ortelle nel maggio del cor­rente anno per rinvenire persone a tagliare le sue biade. Questa fu la deposizione nella qualità di testimone, e non mai da denunzian­te, e se altro si rinviene è tutto l’effetto dell’intrico e della calun­nia. Asserì ancora il Carluccio, che pronto era a farne qualunque dichiarazione innanzi alle Autorità. Disse altresì il Carluccio che appena inteso che egli era stato per denunziante e la rovina di tan­te famiglie, era deciso di venire nelle surriferite prigioni, ma le continue minacce del Galati e degli altri persecutori dei suppli­canti lo avevano impedito. Non è la prima volta Eccellenza che il Carluccio confessa questo intrico, poiché nella Fiera di Minervino lo disse al Signor Giuseppe Oronzo Giubba di Giuggianello, e domandava dal medesimo come poteva fare, onde far conoscere la verità. Né tampoco può ritrattarsi il Carluccio dai suoi detti, per­ché espressi innanzi individui probi, come sono Notar Nicola Provenzano di Carmiano, Beniamino Grasso di Lecce, Nicola e Fran­cesco Zara di Maglie e Donato De Luca di Ortelle con cui anda­va detto Carluccio unito. Eccellenza i supplicanti si han fatto un dovere rassegnarle quanto di sopra onde compiaciuta si fosse (credendolo giusto) chiamar innanzi la sua presenza il surriferito Carluccio per potersi così accertare quanto le è stato umiliato per indi dar quelle provvide disposizioni che l’innata di lei giustizia li detterà, e l’avranno a specialissima grazia”.

Chiamato a deporre, Donato Carluccio, un contadino di cinquantanni, confermò quan­to aveva già detto il 22 ottobre, ma la sua testimonianza non pro­dusse nell’immediato alcun effetto.

Avrebbe potuto l’Intendente Cito fare decidere la scarcerazio­ne degli imputati? Per meglio comprendere il significato politico e giudiziario dell’intera vicenda, così come il clima di terrore nel quale erano costretti a vivere i sudditi del regno borbonico, e an­che il diffuso sistema di corruzione che alimentava, spesso, alcune delle vicende giudiziarie del tempo, dobbiamo brevemente accen­nare ad un episodio che si colloca a margine dei fatti di cui stiamo parlando ma che finisce con l’esserne parte integrante. L’avvocato Donato Maria Stasi, difensore di alcuni degli arrestati, fece cono­scere in forma riservata all’Intendente Cito alcuni risvolti inquie­tanti della vicenda; aveva saputo, e potè dimostrarlo indicando al­cuni testimoni che confermarono l’accusa, che l’operazione imba­stita dal regio giudice di Poggiardo Giacinto Toma, oltre ad essere una plateale ed illegale montatura (come le prove raccolte e le te­stimonianze stavano a dimostrarlo), veniva sfruttata dallo stesso per trame illeciti profitti; il giudice Toma, infatti, con il suo rap­porto giudiziario, aveva promosso l’emissione dei mandati di cat­tura perché intendeva trarne profitto; pretese, infatti, che Paolino Maglietta, dietro promessa di un intervento a favore del fratello Giovanni Battista, gli versasse la somma di 30 ducati (Paolino dis­se all’avvocato Stasi che “si era indotto a ciò dacché conosceva che il detto signor Toma prendeva occasione di fare denaro da coloro contro i quali a bella posta aveva fabricato dei carichi”; do­po il versamento della somma il giudice gli aveva consegnato una copia di tutto l’incartamento che Paolino Maglietta passò all’avvo­cato); anche Domenico Antonio Russi, zio degli altri due arrestati Ippazio e Salvatore, aveva versato 24 ducati al cancelliere perché li consegnasse al giudice; e Andrea Tronci, quando decise di con­segnarsi alla gendarmeria per essere trasferito in carcere, dichiarò che il suo “nemico e accusatore” Eugenio Galati aveva versato al giudice 50 ducati perché procedesse contro la famiglia Tronci. L’Intendente Cito condusse indagini riservate da cui emerse che corrispondeva a verità quanto sostenuto dall’avvocato Stasi; il giu­dice Toma venne destituito e trasferito in altra, ma gli arrestati non beneficiarono del provvedimento di scarcerazione, che era stato ri­chiesto persino dalla Suprema Commissione per i reati di Stato.

Passarono altri mesi senza che nulla venisse deciso; non solo agli arrestati non beneficiarono del provvedimento di scarcerazio­ne, ma non vennero mai interrogati perché potessero, in qualche modo, difendersi;

Il 5 febbraio 1829 indirizzarono al capo della Provincia un’altra istanza di scarcerazione: ”Signore, i qui sotto­scritti detenuti vengono con questo umile foglio ad implorare la sua somma giustizia, non meno che la sua conosciuta umanità. Sono nove mesi che strappati dal seno delle loro famiglie, e dal­le rispettive Comuni per ordine della polizia gemono ristretti nel­le prigioni nell’ignoranza totale del reato di cui sono stati impu­tati tralasciano essi esporle i patimenti che soffrono, la deso­lazione delle loro famiglie, e gli danni incalcolabili che soffrono nei loro interessi … i supplicanti sono tanti padri di famiglia che giammai han traviato dai dettami dell’onore, del giusto e dell’onesto, e ch’essi si sono sempre pregiati di essere subordinati alle Leggi, e buoni cittadini a fronte delle nebbie che la calunnia coi suoi aliti pestiferi ha tentato di spargere sulla di loro illibata condotta”.

Gli otto vennero rimessi in libertà l’8 febbraio per ordine del nuovo Intendente provinciale che, dalla fine di gennaio, aveva so­stituito Ferdinando Cito trasferito a Salerno; nei loro confronti fu disposta la misura della “più rigida sorveglianza” con l’obbligo per i funzionari di polizia di redigere un rapporto quindicinale sul­la loro condotta; il nuovo regio giudice di Poggiardo Francesco Morelli in un rapporto indirizzato all’Intendente così scriveva il 21 aprile 1829: “ciascuno attende alli propri affari, frequentando la Chiesa mattina e sera con ogni rispetto, come pure ubbidienti al­le Leggi”; e Retinò, il 25 novembre, riferiva all’Intendente che, dopo gli arresti effettuati l’anno prima, le riunioni dei settari nel convento dei Cappuccini di Diso si erano “dissipate” e che era, pertanto, possibile “allentare la vigilanza”.

Non cessava, però, il clima di persecuzione nei confronti soprattutto di Ippazio Russi (che nel biennio 1820/21 aveva fatto parte della Carboneria), di Paolino e Giambattista Maglietta (i due erano zii di Liborio Ro­mano di Patù, uno dei dirigenti del movimento carbonaro nel 1820/21), e di Domenico Tronci, tanto che quest’ultimo, al quale si contestava la sua appartenenza alla Carboneria, sentì la neces­sità di scrivere all’Intendente provinciale il 2 febbraio 1830: “Ec­cellenza, sono ormai anni che impunemente si vede continuamen­te calunniato da un pugno di facinorosi, coverti di ogni iniquità, tra loro collegati, resi più arditi dalle protezioni, e dalle impuni­tà … la calunnia è sulle loro labbra, e son pronti a contestare qualunque reato che si volesse altrui imputare. La loro base è quella di essere stato un Carbonaro. Ciò non si è negato, e non si nega, che per le circostanze imponenti dei trasandati critici tem­pi dovei soccombere ad esserlo al pari di migliaia e migliaia di persone, malgrado ciò fui sempre l’uomo attaccato al suo Re ed alle sue sacrosante Leggi… l’esponente fin questo punto non co­nosce reità alcuna di delitti comuni e ciò potrà l’Eccellenza Sua francamente verificarlo. imprenda il paterno cuore dell’E. S. a metter fine a tanti suoi mali [6]

La vigilanza sui settari si accentuò dopo la rivoluzione parigi­na degli ultimi giorni di luglio 1830, quando la Direzione generale di polizia di Napoli tornò a chiedere agli Intendenti (e questi a | loro volta ai regi giudici circondariali e ai capi urbani comunali) di riferire sull’attività dei presunti carbonari; l’Intendente, da parte sua, nelle relazioni riservale inviate al ministero manifestava il ti­more che nel capo di Leuca vi potessero essere dei “malintenzionati” i quali, “inebriati per virtù d’implausibili contatti con l’este­ro” si agitavano e spargevano le solite voci allarmanti su possibili sollevazioni in Abruzzo e su “altre somiglianti dicerie” che avreb­bero potuto fare presa perfino sulle masse rurali che in quel perio­do erano state colpite da una grave crisi economica (“si è afferma­to che la classe dei bracciali del promontorio salentino”, si legge in una nota dell’Intendente, “va mancante di viveri, attesa la scar­sezza dei lavori di campagna”).

È in tale contesto di speranze e di illusioni alimentate dai nuovi avvenimenti di Francia che si ebbe in molte regioni d’Italia, e anche nel regno di Napoli (dove Ferdinando II era salito al trono nel 1830), una timida ripresa dell’atti­vità Carbonara.

A partire dagli inizi degli anni Trenta però la Car­boneria, colpita duramente dalla politica repressiva del governo, entrò in profonda ed irreversibile crisi, anche perché non aveva sa­puto elaborare un efficace programma politico che potesse, attra­verso proposte di riforme sociali, coinvolgere le masse popolari; nei piccoli paesi del basso Salento i pochi e sporadici tentativi di organizzare gruppi clandestini che si impegnassero per la conqui­sta di maggiori spazi di libertà non coinvolgevano gli strati popo­lari; anche nel comune di Ortelle solo uno sparuto gruppo di pro­fessionisti e alcuni artigiani si dimostravano in grado di compren­dere le ragioni politiche della lotta contro l’autoritarismo e la re­pressione; in tutto il Regno di Napoli era mancata ogni forma di convergenza tra le istanze liberali della piccola e media borghesia e le richieste sociali dei bracciali e contadini poveri [7].


[1] Asl., Intendenza, atti di polizia, busta 9, f. 376.

[2] Sulla diffusione della Carboneria nel Salento: V. Zara: “La Carboneria in Terra d’Otranto (1820-1830)”, Torino, fratelli Bocca ed., 1913.

[3] * Ivi, pp. 120-121.

[4]‘ La vicenda del processo è stata ricostruita da Littorio Romano in suo libretto pubblicato a Napoli nel 1848: “Ferdinando Cito in Terra d’Otranto”, un atto d’ac­cusa contro quel funzionario bollato come “feroce e divoto a tirannide”; un altro li­bro di memorie è stato pubblicato a cura di Giuseppe Romano: “Memorie di Libo-rio Romano e scritti di Giuseppe Romano”, Napoli. Tipografia Giannini e figli, 1894; il libro è dedicato alla madre Giulia Maglietta “che con animo gagliardo vi­de per lunghi anni perseguitati dalla tirannide il marito, i figli, i congiunti”. Sui li­berali di Giuggianello: V. Ruggeri: “Giuggianello e Risorgimento”, Corigliano. Ti-poffset Colazzo, 1990.

[5] Asi., Intendenza, polizia, b. 15, f. 468. Il ministro degli Interni sollecitava (in cambio di lauti riconoscimenti), i sindaci, i capi urbani e i giudici circondariali a fornire informazioni sui sospetti; i nomi di coloro che davano un valido contributo all’azione di controllo (le “braccia fedeli”) venivano segnalati dall’Intendente pro­vinciale al Ministero “onde sottoporli al Re N.S. per la di lui sovrana soddisfazio­ne, e per delle proporzionale distinzioni in dei riscontri”; tra le “braccia fedeli” che più si distinsero nella denuncia dei liberali c’erano il funzionario Nicola Retinò (in­caricato della vigilanza su Diso, Vignacastrisi, Vitigliano, Andrano e Castiglione) e il giudice Toma di Poggiardo. Asl, Intendenza, polizia, b. 3, ff. 85-86.

[6] Per tutta la vicenda relativa agli arresti effettuati a Ortelle, Diso e Marittima: Asl, Intendenza, atti di polizia, b. 16, f. 480; nel fascicolo sono contenute le lettere che abbiamo riportato nel testo.

[7] Asl. Intendenza, polizia, b. 61, f. 1559; b. 18, f. 506. b. 64, f. 1649.

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I feudi disabitati di Cellino e Capriglia

I feudi disabitati di Cellino e Capriglia

Un contributo storico di Filippo Giacomo Cerfeda su L’Eco del Santuario, periodico del Santuario Madonna del Rosario di Pompei di Castromarina. L’analisi di alcuni documenti tardo medioevali che suggeriscono l’esistenza contestuale degli abitati di Cellino (disabitato) e Andrano, condizione che smentisce la storiografia ottocentesca che vuole Andrano lo sviluppo del feudo di Cellino. Alcuni passi sul feudo di Vignacastrisi e poi sul feudo disabitato di Capriglia. da L’Eco del Santuario anno XVI n.1/2011.

Riporto il testo integrale, ad eccezione dell’immagine del documento del 1715 citato.

NELLA CONTEA DI CASTRO
I FEUDI DISABITATI
DI CELLINO E CAPRIGLIA

di Filippo Giacomo Cerfeda

Cellino, Capriglia, Murtole, Fascece, “Santatìca“: piccole entità rurali a carattere prevalentemente agricolo, abitate nel passato da pastori e agricoltori a servizio dei feudatari della Contea di Castro o dei principati e marchesati limitrofi.
Nella memoria collettiva degli abitanti di Andrano è ancora vivo ed attuale il riferimento all’antica Cellino, ritenuta il primitivo nucleo abitativo dell’odierna municipalità. In realtà non è proprio così. Del feudo di Celiino attualmente conosciamo una modestissima documentazione. Tra le fonti più antiche possiamo certamente contemplare una dichiarazione del 2 aprile 1653, nella quale il notaio apostolico Tommaso Caffarino di Poggiardo “perquisito libro ordinatorum a quondam Reverendissimus Dominus Don Placidi Fabii, et D. Antonij Borni Episcopis Castrensis qui conservatur in Archivio Episcopalis Palatij Terrae Boardi, Inveni in folio 46 infrascripta declarationem videlicet. A di 15 di Decembre 1623 furono pagati à Monsignor Reverendissimo Antonio Bornio Vescovo di Castro ducati venticinque pervenuti, et essatti dalla Composizione delle Regaglie del quondam Andrea Baldassarro di Lecce, come Signore e Barone del feudo, e Casale disshabitato di Cellino nella Diocesi di Castro cossi convenuto, et accordato con detto Reverendissimo Monsignore da Giovanni Antonio Bianco di Tricase Zio dell’erede di detto quondam Andrea Baldassarro, quali ducati venticinque furno sborsati, e pagati à detto Reverendissimo per mano di Don Leone Strabaci Arciprete di Spongano in nome di detto Bianco per detti heredi Baldassarri, e per esser questa la verità Io clerico Regolo Caffarini ordinario attuario della Vescoval Corte di Castro ho scritto la presente a perpetua di tal fatto memoria. Data nel Palazzo Vescovile del Poggiardo il dì come di sopra (2 aprile 1653)”.

Atto notarile del 5 settembre 1714

Il documento quindi ci aiuta a scoprire un certo Andrea Baldassarro di Lecce, come “Signore e Barone del feudo, e Casale disshabitato di Cellino” nella Diocesi di Castro, alla cui morte i parenti pagarono al vescovo di Castro 25 ducati nel 1623. Un successivo documento (anche questo inedito) ci informa sul feudo disabitato di Cellino. Si tratta di un processo di appello celebrato in prima istanza nella diocesi di Gallipoli ed in seconda istanza nella Corte arcivescovile di Otranto.
Tra i beni patrimoniali di Francesco Gregorio Longo di Gallipoli, assegnati dai coniugi Domenico Antonio Longo di Andrano (notaio) e Camilla Pesiri di Gallipoli, con atto di assegnazione rogato dal notaio Carlo Antonio Alemanno di Gallipoli, rogato il 5 settembre 1714, si elencano i seguenti beni: “una possessione consistente in macinature sette in circa di olive in fronde, con due tumolate, e meza di Terra seminatoria, parietata à torno con parieti di pietre à sino con forno dentro sita e posta nel feudo inhabitato di Cellino nominata Cellino appresso li beni dell’heredi Giovanni Celio Lillo per levante, publiche vie per tramontana, e ponente et altri confini franca. E più uno Giardino con alberi comuni, e pergoliti parietato a torno sito nel feudo della Terra d’Andrano in loco detto S. Giargio appresso li beni della Baronal Corte di detta Terra d’Andrano per scirocco, li beni del Venerabile Convento di detta Terra per ponente, via publica per tramontana ed altri confini franco come il tutto chiaramente appare dal detto Istrumento d’assegnazione”. Segue tabellionato del notaio Carlo Antonio Alemanno di Gallipoli.
Del feudo di Cellino si parla anche in un atto notarile rogato dal notaio Vìto Antonio Russo di Diso e stipulato a Marittima il 19 novembre 1762. I coniugi Fortunato Arseni e Donata Corvaglia assegnano al Capitolo di Castro una possessione seminatoria, sita nel feudo di Cellino, per soddisfare un capitale censo di 25 ducati alla ragione dell’otto per cento. I tre menzionati documenti, quello del 1623 e gli atti notarili del 1714 e del 1762, rivelano, in tutta la loro originalità, l’esistenza del feudo disabitato di Celiino, piccola realtà scarsamente produttiva e lontanamente ambita dai feudatari, distinta dall’altra realtà territoriale di Andrano. Il piccolo paese di Andrano, ambito per la sua alta produttività agricola, ha visto per secoli un regime di feudalità a distanza, concedendo ai sudditi rarissime occasioni di conoscenza reale dei signori feudatari che si sono avvicendati nel suo governo. Si possono semplicemente enumerare gli esempi di Galeotto Spinola; dei principi Gallone di Tricase ma anche baroni di Andrano, che avevano fissato la loro stabile dimora nel castello di Tricase; i principi di Marano, tenutari di Andrano, residenti quasi sempre a Napoli e da quella capitale del Regno governavano e amministravano le loro piccole “tenute” di Montesardo e Andrano attraverso abili e valenti procuratori o governatori. Piccoli feudi o tenute quelle di Andrano e Castiglione ma ricche di beni materiali che solleticavano l’attenzione dei baroni per la qualità delle colture e per l’obbedienza dei sudditi. L’assenza o la non conoscenza di documenti anteriori al 1623 non ci consente purtroppo di fissare una datazione precisa del massimo sviluppo e vivacità del piccolo feudo di Cellino e del successivo spopolamento.

Simbiotiche ma nello stesso tempo distinte, per analogia, anche altre due comunità rurali vicine: quelle di Vignacastrisi e Capriglia.

Lo stralcio dalla Cartografia IGM - Clicca per visualizzare l'area Capriglia

La stretta unità e l’intima coesistenza di situazioni inducono mons. Annibale Sillano, vescovo di Castro, a visitare negli anni 1654-1656 la Parrocchia di Vignacastrisi e ad effettuare contemporaneamente l’ispezione nel casale di Capriglia. Nella relazione della seconda Visita Pastorale, effettuata nel 1655, mons. Sillano fa annotare ai suoi convisitatori anche le cappelle intra ed extra moenia; così nel casale di Capriglia abbiamo notizie interessanti non solo sulla chiesa di Sant’Eligio ma anche sul rettore pro tempore, l’esistenza di benefìci di jus patronatus laicorum, il relativo patrimonio beneficiale, gli oneri di messe ed altri obblighi legati al beneficio. Il culto dei santi greci, Eligio e Sisinnio, era ancora intenso e fortemente radicato nella Diocesi di Castro, tanto è vero che di entrambi abbiamo testimonianza anche nelle Parrocchie di Diso, Vitigliano (presenza di Sant’Eligio nella cappella di Santa Maria de Pietate), e Cerfignano (presenza di Sant’Eligio nella chiesetta di Santa Maria di Costantinopoli)…

Capriglia - Ortofoto - Clicca per una risoluzione maggiore

Ma se di questa piccola appendice della Contea di Castro, quale il feudo di Capriglia, abbiamo testimonianza di vita religiosa attiva, attraverso gli Atti Visitali, non altrettanto possiamo dire di Cellino, tante volte documentato nei rogiti notarili, ma assente nelle carte ecclesiastiche.
Quello che emerge dalla lettura attenta e scrupolosa delle fonti è la netta distinzione tra i due poli abitativi: Andrano e Cellino, vicini geograficamente ma differenti per giurisdizione feudale e tributaria e gli altri due poli di Vignacastrisi e Capriglia. E, soprattutto per le prime due realtà, l’analisi documentaria concorre ad abbandonare l’idea, profondamente radicata nella mentalità popolare dell’antico luogo stanziale di Andrano e della successiva evoluzione onomastica di Cellino in Andrano.

Lungi dall’intenzione di screditare questo luogo comune, che ha spinto anche studiosi locali a identificare nell’antica Cellino il luogo primitivo e stanziale della moderna comunità di Andrano, si pone l’obiettivo di fissare delle coordinate di ricerca più ederenti allo studio e all’analisi dei documenti d’archivio che agli ingenui riferimenti e richiami alla letteratura storica divulgativa dell’Ottocento, ricca semmai di improprie citazioni e di imprecisi riferimenti documentari. Nella piccola monografia del sacerdote Giacomo Pantaleo, Dall’antica Cellino all’odierna Andrano, Ed. Salentina, Galatina 1978, è marcatamente presente la convinzione che Cellino sia stato il luogo primitivo dello sviluppo di Andrano. Lo si evince dalla stessa Presentazione dell’Autore, il quale consegna ai suoi concittadini un “filone della modesta e lunga Storia del paesello, che, nato col nome di cascinale Cellino in vista del mare e alle dipendenze della Contea di Castro, dopo un susseguirsi di vicende travianti e dolorose si stanziava nell’attuale sito”. Cfr.: G. Pantaleo, op.cit., pag. 5. Nella parte dedicata alle origini del paese di Andrano, l’autore scrive: “Andrano, perciò, avrebbe origini antichissime, sotto il primo nome di borgata Cellino”, ivi, op.cit., pag. 8. Infine, nella Carrellata Storica in versi, sulla storia del paese, lo stesso Pantaleo recita: “Mirò [un signore Del Balzo] anche a l’antica Celiino, da cui discendeva Andrano”, ivi, op.cit, pag. 36.

Il nostro auspicio rimane sempre quello di promuovere spazi di approfondimento e di valutazione delle dinamiche interne legate a piccole, se non minuscole, comunità rurali tardo medievali circoscritte nella storica Contea di Castro.

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