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Archivio per la categoria ‘Restauri’

Basolati in Terra d’Otranto 1/2

Basolati in Terra d'Otranto 1/2

Il Regolamento sulla redazione dei progetti e l’esecuzione dei lavori pubblici fu emanato nel 1895 (Regio Decreto 25 maggio 1895, n. 350) e rimase in vigore fino al 1999. Poi non ebbe più pace seguendo i gusti del ministro di turno. L’attenzione posta dai tecnici nel redarre norme per una corretta esecuzione di un’opera pubblica cominciò a svilupparsi negli anni successivi arrivando a consolidarsi e uniformarsi in modo pressoché omogeneo caratterizzandosi tuttavia per alcune indicazioni su lavorazioni locali tra cui appunto la basolatura delle strade e delle piazze che non poteva prescindere dalla disponibilità e dalla qualità dei materiali principali reperibili in loco. La Terra d’Otranto fu favorita dai numerosi affioramenti calcarei, che pur nella diversità dei colori e della durezza, presentavano metodologie comuni nell’estrazione e nella lavorazione del singolo concio.

Contrariamente a quanto si crede le basolature delle strade è cosa piuttosto recente e si diffonde definitivamente soltanto nell’Ottocento con la necessità di presentare decorosi spazi esterni agli splendidi palazzi che caratterizzarono quel periodo storico. In ambiti medievali è più facile rinvenire una vecchia massicciata romana che una qualunque pavimentazione strutturata di epoca successiva.

In altre parti si ricorre alla tecnica di armare i terreni con ciotoli e  scaglie di facile reperimento formando acciotolati e selciati. I primi lavori pubblici di basolatura in Terra d’Otranto vengono appunto chiamati lavori di “in selciatura” e si datano a cominciare dalla seconda metà dell’Ottocento e nei primi decenni del secolo successivo qualificandosi come una delle principali categorie delle grandi opere pubbliche postunitarie in cui le amministrazioni comunali inve­stono consistenti somme.

Nel 1908 l’ing. Gaetano Bernardini, incaricato del progetto per la pavimentazione delle strade interne dell’abitato di Monteroni di Lecce, elabora un capitolato speciale tra i più dettagliati dell’epoca per quanto concerne la basolatura; oltre a confluirvi le pratiche norme dettate – probabilmente per la prima volta in forma completa – dall’ingegner Luigi Pino nel 1845 su analoghi lavori da svolgere in Lecce, vi si trovano numerose altre utili indicazioni a completamento delle regole precedentemente elaborate.

Chi ha avuto modo di vedere una copia originale di un vecchio progetto di opera pubblica, interamente scritto e disegnato a mano, può capire la scarsità di altre descrizioni atrettanto dettagliate come quelle dell’ing. Bernardini.

Le descrizioni sono fedelmente riportate in “ARTE E LAVORO” di Andrea Mantovano – Mario Congedo Editore un testo che ogni professionista dell’architettura e del territorio dovrebbe conoscere, in particolare chi opera nel campo del restauro edilizio ed urbanistico in Terra d’Otranto.

A seconda dei casi, i basoli sono distinti in due o tre classi dagli arti­coli di capitolato d’appalto che forniscono istruzioni precise su tutte le fasi dell’opera, dal formato dei blocchi calcarei al tipo di lavorazione sui diversi lati dei basoli, dagli attrezzi e strumenti di lavoro al disegno per la posa in opera, nonché all’individuazione delle cave di provenienza.  

Art. 6. Costruzione del basolato.

“Il basolato (…) comprende quello per pavimentazione di strade, quello per cunettoni e grandi cunette e quello per piccole cunette. (…) I basoli verranno distinti in tre classi, cioè 1°, 2° e 3°. Per quelli di prima classe ciascuno dovrà avere la superficie vista non minore di dmq 18, ed a condizione pure che la detta faccia o testa di ciascuno di essi abbia una superficie quadrata o rettangolare, e in questo ultimo caso, un lato non minore dei due terzi dell’altro, con l’altezza in coda non minore di mm. 260. Ciascun basolo dovrà essere lavorato nella superficie apparente a puntillo riccio con martellina a 18 denti. Gli assetti verticali saranno lavorati a rigoroso squadro e con martellina per l’altezza di cm. 10, mentre nella rimanente altezza avranno un sotto squadro non maggiore di cm. 4. Nel bordo superiore dei lati si eseguirà l’aristatura a scalpello per l’altezza di cm. 3. I basoli di seconda classe avranno una superficie nella faccia apparente non minore di dmq 10, ed un’altezza in coda non minore di mm. 200. La superficie sarà lavorata nel modo prescritto pei basoli di prima classe, e gli assetti verticali saranno a rigoroso squadro per l’altezza di mm. 60. Il sottosquadro sarà come quello di prima classe e l’aristatura di cm. 2. I basoli di terza classe avranno la superficie della faccia apparente non minore di dmq 6 e l’altezza in coda non minore di cm. 18, e saranno lavorati come quelli della seconda classe, con gli assetti a squadro per l’altezza di cm. 5 senza aristatura. Per ciascuna delle tre classi sarà depositato nell’Ufficio Municipale un campione con materiale preso dalle cave assegnate, il quale servirà di norma nell’esecuzione dei lavori e che dovrà tenersi sempre presente in tutte le controversie che potessero sorgere.  

a) Basolato per pavimentazione di strade. (…)

Detto basolato sarà formato rigorosamente con soli basoli di prima classe (…) Nella pavimentazione delle strade, i basoli saranno messi in opera in direzione obliqua all’asse stradale, e (…) a spina pesce e con ordine concatenato, facendoli combaciare tra di essi lungo la intera aristatura, ed in modo che le commessure abbiano la larghezza non mag­giore di mm. 4. Ogni basolo sarà messo in opera sopra un letto di ottima malta dell’altezza di cm. 4, la quale, nella situazione dei basoli. dovrà eziandio salire e riempire perfettamente gli interi interstizi delle com­messure del sotto squadro. La malta per tutte le opere in basolato sarà formata di due quinti di calcina bene spenta e tre quinti di bolo ben de­purato da parti eterogenee, e se ne dovrà fare tanto quanto ne sene per il lavoro di una giornata. La situazione dei basoli deve essere eseguita dopo che si sarà convenientemente formato e battuto il letto di posa (…) Nel collocamento dei basoli bisogna evitare ogni avvallamento e ri­calcatura, spezzettatura o lesione, e si curerà di farli bene sedere sul let­to di posa mercé il maglio di legno, contrastandoli colla terra e con scardoni calcarei, ed avviluppandoli nella malta. Le sagome trasversali delle zone basolate saranno o concave o convesse (…) Nelle esecuzione di questi profili la spiga allogata lungo l’asse stradale deve fare un angolo insensibile rientrante o sporgente, e quasi una cimatura concava o con­vessa, ed i basoli lungo la precisa linea della spiga medesima saranno ad­dentellati, sporgendo quasi egualmente ora a dritta ora a sinistra lungo due linee parallele all’asse stradale. Sul detto basolato, appena costruito, sarà sparso uno strato di sabbia terrosa dello spessore di cm. 3, ed uniformemente distribuita.  

b) Basolato per cunettoni e grandi cunette. (…)

Questo basolato sarà formato parte con i migliori basoli vecchi rila­vorati, e parte con basoli nuovi (…) e comprenderà sempre basoli di se­conda classe (…) Anche per questo basolato sarà precedentemente apparecchiato il piano di posa che, pigiato ben bene, dovrà avere una su­perficie simile e parallela a quella che dovrà avere il basolato medesimo. La sagoma delle cunette sarà ad arco di cerchio, colla parte concava ri­volta in su ed avente una freccia corrispondente alla larghezza del baso­lato (…) Ogni basolo sarà messo in opera sopra un letto di malta dello spessore di cm. 3, oltre quella che sene per avviluppare le quattro facce laterali. Essi basoli dovranno essere bene incassati tra di loro, avendo cu­ra di contrastarli nella parte inferiore con scardoni calcarei frammisti a malta e rincalzati con terra. La commessura tra basolo e basolo non sarà maggiore di mm. 4, e non devono aversi avvallamenti né ricalature. Nel­la costruzione delle cunette, lungo il margine esterno saranno piazzati i basoli di maggiore superficie e di eguale larghezza, in modo da formare una zona eguale e ben profilata.

c) Basolato per piccole cunette.

Le piccole cunette, ossia quelle che hanno una larghezza non maggiore di un metro (…) verranno costruite per intero con vecchi basoli rilavo­rati. Detti basoli saranno scelti in modo da classificarsi nella terza classe, e quindi dovranno avere le dimensioni e la lavoratura come è prescritto per detta classe (…) In queste cunette la conformazione della sagoma trasversale sarà pure ad arco di cerchio, con la parte concava rivolta in su e con una freccia da stabilirsi nel momento della costruzione. Anco queste cunette saranno costruite col margine esterno formato dei basoli più grandi e di ugual larghezza in modo da presentare una zona tutta uguale e ben profilata. Tanto sulle cunette precedenti quanto su queste sarà sparso, ad opera finita, uno strato di sabbia terrosa (…) dello spes­sore di cm. 3, e ben distribuita.  

Art. 7. Copertura di brecciame nelle carreggiate stradali e piazzette. (…)

Dopo che sarà apparecchiato l’incasso per la carreggiata, e confor­mato e ben battuto il letto stradale (…) sarà sparso un primo strato di pietrisco calcareo preso dalle cave appresso indicate e per uno spessore a strato sciolto di mm. 100, che corrispondono a mm. 67 consolidati. Detto pietrisco sarà formato di pietre da passare ciascuna in tutti i sensi per un anello rigido del diametro interno di mm. 60. Esso sarà scevro da parti terrose e da parti eterogenee, e sarà sparso uniformemente sulla carreggiata, conguagliandone la superficie col rastrello e dando quella forma che dovrà avere giusta la sagoma stabilita e con profili eseguiti a cordino. Sopra detto primo strato di pietrisco si spargerà un altro strato dello spessore sciolto di mm. 120. che corrispondono a mm. 80 consoli­dati. Detto materiale sarà formato dalla dimazzatura dei vecchi basoli calcarei inservibili per basolato, ed ogni pietra avrà le dimensioni da pas­sare in tutti i sensi per un anello rigido del diametro interno di mm. 35. Anco questo strato sarà sparso uniformemente sul primo, seguendo la sagoma trasversale e profilato col cordino nei lati. Su questo secondo strato si spargerà del detrito tufaceo, passato per crivello, preso dalle ca­ve del Messa, per un’altezza uniforme di mm. 50. il quale sarà del pari configurato giusta la sagoma stradale e profilato a cordino nei lati. In se­guito allo spargimento del detto detrito tufaceo, vi si passerà un cilindro per la più pronta consolidazione ed uguagliamento della superficie, con un getto di sufficiente quantità di acqua per agevolare l’azione di com­pressione del cilindro stesso, il quale sarà formato di un blocco di pietra calcarea del peso non minore di quintali cinque. Esso cilindro sarà fatto scorrere sulla superficie stradale da uomini o da bestie, tante volte fin­ché non si abbia un perfetto consolidamento.

Art. 8. Costruzione di marciapiedi.

Nelle strade di maggiore larghezza saranno costruiti dei marciapiedi in ambo i lati. La larghezza di detti marciapiedi non sarà costante, salvo in quelle strade che hanno una figura regolare ed una larghezza costante. Nelle altre stra­de i marciapiedi occuperanno la parte che rimane oltre il capostrada, e quindi la loro larghezza sarà variabile (…) Nella formazione dei marcia­piedi si apparecchierà prima il piano, mediante terra ben pigiata, al qua­le si darà una leggiera pendenza trasversale verso l’asse stradale per aversi il facile scolo delle acque. Sopra il letto così apparecchiato, si spargerà uno strato di pietrisco minuto dello spessore a strato sciolto di mm. 100. Detto pietrisco sarà formato di pietre da potere passare ciascuna in tutti i sensi per un anello rigido del diametro interno di mm. 35. Prima però dello spargimento del pietrisco, lungo i bordi dei marciapiedi, saranno piazzati i cordoni di pietra calcarea (…) Al di sopra del pietrisco sarà sparso uno strato di detrito tufaceo passato per crivello, dello spessore di mm. 50, che sarà compresso col cilindro nel modo esposto nell’art. 7.  I cordoni di pietra calcarea da piazzarsi nei bordi dei marciapiedi saran­no formati di basoli aventi tutti la medesima e precisa larghezza di cm. 32, e, presso a poco, della stessa lunghezza, la quale per ciascuno non sarà minore di cm. 60, e dell’altezza variabile nella parte esterna, a se­conda delle prescrizioni dell’Ingegnere Direttore, ma non minore di cm. 10 nella parte sottostante interna, che verrà incassata sotto terra. La superficie della faccia superiore sarà perfettamente piana e lavorata a grana fina con martellina a 24 denti e gli assetti a rigoroso squadro, alme­no per quella altezza che rimarrà esterna, con aristatura a scalpello per l’altezza di cm. 3. Il fronte sarà lavorato a puntillo riccio ed il margine esterno sarà smussato per un centimetro costante di larghezza. L’assetto interno sarà a squadro perfetto per la sola altezza di cm. 4, con semplice lavoratura a scalpello. I detti basoli avranno i due lati corti conformati a sagoma curvilinea a maschio e femmina, con un lato concavo e l’altro convesso, in modo che nel collocamento il convesso di un basolo comba­ciasse col concavo di quello seguente, e così alternativamente. Le dette cune, che dovranno essere simili in tutti i basoli, avranno per corda la larghezza del basolo e la freccia costante di mm. 20. Il collocamento di detti basoli sarà fatto sopra un letto di posa bene apparecchiato, su cui si dovrà mettere uno strato di malta dello spessore di cm. 4. Negli assetti i basoli dovranno essere avviluppati pure con malta, e dovranno combacia­re perfettamente tra di loro, in modo che le commessure abbiano una larghezza non maggiore di mm. 3. La malta sarà della stessa composizio­ne di quella da usarsi pel basolato, come innanzi si è detto. (…) II margine esterno di detto cordone dovrà essere ben profilato, da for­mare una linea continua senza rientranze, la quale potrà essere retta o curva, secondo la forma della strada. I bordi da adoperarsi nelle cune avranno i lati lunghi sagomati secondo la cuna stessa e paralleli tra loro, ed in modo che si abbia una profilatura curvilinea perfetta, senza rientranze.  

Art. 10. Provenienza dei materiali.

La pietra da impiegarsi pei nuovi basoli (…) sarà estratta dal fondo Mo­rello un tempo di proprietà di Paladini, posto sulla sinistra e quasi alla metà della via provinciale S. Pietro in Lama – Copertimi (…) Il materia­le sarà di quella qualità detta pietra nera, avendo cura di scegliere quei punti in cui la pietra è più dura. La calce sarà delle fornaci di Surbo ed il materiale pel pietrisco, oltre quello ricavato dai vecchi basoli inservibi­li, sarà preso dai migliori siti nel fondo del Signor Ferdinando Campasena, in contrada Spirito Santo, in territorio di Monteroni.

Ulteriori precisazioni sulle distanze da rispettare nella posa in opera a “spina di pesce” sono forniti ai primi del Novecento dall’ing. Carlo Gerunda:

“E’ essenzialmente richiesto che i basoli siano disposti in filari di co­stante larghezza ciascuno ed in senso obliquo all’asse stradale o, come suoi dirsi a Spina pesce. E’ fatta eccezione per l’obliquità dei filari nei basoli per cunette nelle strade che hanno la carreggiata alla Mac-Adam, ove i filari avranno la direzione normale all’asse stradale, e sa­ranno disposti, come suoi dirsi, a quadratura. E’ fatta eccezione poi circa la costanza della larghezza nei tratti delle strade in cuna, nelle svolte ed ovunque l’asse stradale non segua un andamento rettilineo nel qual caso anzi è prescritto che i filari abbiano una larghezza uniformemente variabile dall’asse verso gli estremi, permettendosi, in caso detta larghezza divenga eccessiva, la ripartizione dei filari in due. Tutto ciò allo scopo di evitare che i giunti o commessure di due o più basoli risultino paralleli o quasi alla linea di carreggio della strada. Verranno i basoli concatenati in maniera che i giunti trasversali di un filare si scostino almeno cm. 8 da quelli contigui della successiva, evi­tandosi le così dette croci. Inoltre la faccia del lastricato dovrà risultare perfettamente spianata, senza risalti o ribassamenti; le connessure combaciare esattamente; gli spigoli non restare scheggiati od altrimen­ti guasti; la superficie sarà configurata con quella pendenza e secondo le sagome, avendo cura alla continuità, specialmente nei punti di raccordo ai cambiamenti di sagoma trasversale. Prima della messa in ope­ra dei basoli. la pianta di terra sarà bene configurata e consolidata ab­bassandola ove occorra con tagli e rialzandola con riporti battendola e ribattendola con pistoni, a ciò non debba soggiacere a cedimento; e dopo fatto il lastricato non s’abbia a manifestare in esso qualunque, benché minimo, abbassamento”.

Le dimensioni, le tecniche di lavorazione e la posa in opera indicate dall’ing. Bernardini, in quanto norme tradizionali si ritrovano senza so­stanziali o con minime variazioni nei capitolati per analoghi lavori in al­tri comuni come, ad esempio, a Maglie nel 1916

3:   “La pietra calcarea da impiegarsi (…) sarà estratta dalle cave di Soleto (…) I basoli saranno distinti (…) in due classi, quelli di prima classe ciascuno sarà in superficie da m. 0.20 a mq. 0.25, e l’altezza in coda di m. 0.25. Ciascun basolo dovrà essere lavorato colla superficie a traguardo con martello a punta senza spadellature, tutto egualmente riccio. Gli assetti verticali saranno lavorati a rigoroso squadro con la superficie per la lun­ghezza di centimetri dieci, con martellina. La rimanente altezza avrà un sottosquadro non maggiore di centimetri quattro, e nel bordo superiore dei lati si eseguirà l’aristatura a scalpello per l’altezza di centimetri tre. I basoli di 2: classe avranno una superficie di mq. 0.16 a mq. 0.20 ed un’altezza in coda non minore di m. 0.25. La superficie sarà lavorata nel modo prescritto per i basoli di 1° classe, e gli assetti verticali saranno a rigoroso squadro per la larghezza di m. 0.10, e aristatura di era. 2. I basoli saranno messi in opera di norma in direzione obliqua all’asse stradale, a spiga, a pesce, e secondo quelli già esistenti, e con ordine concatenato, facendoli combaciare fra loro per la intera arichitura. Ogni basolo sarà messo in opera sopra un letto abbondante di ottima malta molto diluita la quale dovrà salire a riempire perfettamente gli interi interstizi delle connessure delle parti sotto squadro. La situazione dei basoli deve essere eseguita in modo da e\itare ogni avvallamento, o ricolatura, spezzature, o lesione, e si curerà di farli ben sedere sul letto fermandoli con l’ajuto del terreno, e con l’ajuto di tre zeppe di pietra per ciascun basolo. La malta da adoperarsi per la costruzione dei baso-lati sarà composta di 2/5 di calce perfettamente spenta e 3/5 di bolo”.

Nel caso invece di strade di nuova costruzione coperte da brecciame, indicazioni sulle modalità esecutive provengono ancora da Maglie:

“Art. 19. Movimenti di terra

Eseguite le murature (delle fondazioni dei nuovi fabbricati prospicienti la stra­da in costruzione, n.d.c.) si passerà alla costruzione della sede stradale fa­cendo prima un riempimento per tutta la sua superficie, in modo che l’asse stradale presenti le dovute pendenze (…) Il riempimento sarà fat­to col materiale risultato dagli scavi e dalle demolizioni (…).

Art. 20. Ossatura

L’ossatura della carreggiata sarà eseguita col materiale mazzaro calcareo (…) Saranno costruite a mano, con le pietre più grosse e per quanto è possibile più regolari negli assetti, prima tre guide longitudinali in corri­spondenza dell’asse e dei due margini, e indi altre guide trasversali di­stanti circa 6 m. l’una dall’altra. Sarà fatto poi il riempimento tra le sì dette guide con pietre aggiustate a mano e ben battute a martello, e le commessure saranno chiuse da schieggie anch’esse conficcate a forza di martello. L’ossatura avrà un’altezza costante di 13 cm. (…).

Art. 21. Brecciame e tufina

Sopra l’ossatura sarà sparso uno strato, alto in media 15 cm. di breccia­me, proveniente dalla stessa pietra che per l’ossatura, ridotta col dima­gramento in frantumi che passino allo staccio di 45 mm. di maglia; e su di esso ancora uno strato di tufina alto 4 cm.”.

Circa l’aristatura, termine ormai scomparso anche nel linguaggio tecnico, credo, con sufficente certezza, che sia l’operazione della bocciardatura (buggiardatura) o altrimenti detta lavorazione a puntillo. In pratica l’ultima fase, la più raffinata, della lavorazione della faccia a vista o di accostamento del basolo. E’ noto che prima della introduzione del taglio a sega della pietra dura, l’unico modo per ridurre a planarità perfetta la faccia del pezzo lavorato  era quella di batterla frontalmente con una punta metallica (puntillo) e l’attrezzo utilizzatio era la bocciarda, un martello con la testa formata da tante punte di diverse dimensioni e numero. Poche punte molto distanti erano per una lavorazione più grezza, molte punte ravvicinate davano una finitura più accurata.

Giacchè il termine utilizzato per descrivere la punta del chicco del grano è quello di arista, credo che aristare sia in qualche modo legato a un attrezzo formato da punte come appunto la bugiarda.

Il continuo passaggio dei pesanti traìni con le grandi ruote ferrate e gli stessi zoccoli dei cavalli lisciavano poi  a porcellana la faccia a vista di tutti i tratti carrozzabili. Negli altri ambiti, senza questa consunzione d’uso, è possibile vedere ancora i segni delle scalpellature più o meno grossolane.

***

Allargando l’orizzonte ad altri ambiti regionali del Regno napolatetano, un numero di atti amministrativi in merito all’esecuzione di basolati si ritrovano nella città di Cava dei Tirreni dove, a partire  dal 1711, il governo della città da ordini di procedere alla basolatura della principale arteria cittadina.

14 settembre 1711 – Decreto del Presidente delle Regie strade e Ponti circa l’accomodo che va dal portone della Corte Civile sino all’Ospedale di Santa Maria Incoronata dell’Olmo

La strada doveva avere queste caratteristiche … dal portone della Corte Civile (già attigua all’ex Seminario Vescovile) sino a Casa Carola la strada si dovesse fare di pietre piane volgarmente chiamate vasole e da Casa Carola sino all’Ospedale si dovesse fare di pietre tonne, conforme stava prima.

La lastricatura con basoli (vasoli) piani e squadrati è piuttosto onerosa, con un costo quattro volte superiore a quello dell’acciotolato per cui il tratto veramente pavimentato con basoli è limitato al tratto urbano di maggiore prestigio in assoluto.

Il tratto basolato, 68 anni dopo, nel 1779, in occasione di un passaggio del Re che si reca nella Real caccia di Persano, si dovrà accomodare tutta la strada, questo contiene il Borgo seu piazza, ricominciando dal Largo del Vescovato sin dove termina il Borgo nel largo Casa Carola …acciò non si possa commettere froda dagli appaltatori nella sistemazione degli antichi e nuovi basoli e confondere i nuovi con i vecchi, si debbano da volta in volta primacché si cuopre la detta basolata faccenda (facendola) riconoscere dai periti e annotare la misura dei nuovi…e dal luogo di Casa Carola sin’avanti l’Ospedale ed abbiamo riconosciuto che vi bisognano soltanto alcuni vasoli mancanti …

E’ chiaro che il costo del singolo basolo, lavorato a mano e a lungo, è preponderante rispetto a quello della posa e l’Amministrazione della città conta di censire i vecchi basoli sconnessi per evitare che l’impresa li spacci per nuovi. E si conviene di seguito che i nuovi basoli debbano essere a squadro.

Ancora nel 1819 si da mano alla revisione della stessa pavimentazione, ormai lisciata e pericolosa, con la scalpellatura della superficie dei vecchi basoli.  Nel 1822 si smonta l’intera pavimentazione, spostando i vecchi basoli sulla fascia dei marciapiedi e con la posa di nuovi basoli sulla fascia centrale.

La descrizione della lavorazione è già molto vicina a quella di qualche anno dopo dell’ingegner Luigi Pino in Terra d’Otranto sopra riportata:

Lavoro nuovo a squadro di basoli di conto lavorati di pontillo esattamente squadrati e colla faccia a traguardo, ogni basola avrà tutti i lati gli assetti di altezza non minore di mezzo palmo. Di cui non meno di once due devono essere aristate con lavoro di scalpello. Saranno i basoli medesimi post’in opera in moda, che si bacino perfettamente nelle aristature senza frapporsi ne calce ne zeppe, disposti a spina pesce , e con ordine concatenate. La malta sarà ottima ed abbondante…

Lavoro vecchio, cioè di basoli vecchi da essere lavorati perfettamente a squadro con la superficie puntatura, in modo che nulla vi resti della faccia del basolo vecchio. Gli assetti di tutti i lati saranno di altezza non minore di 1/3 di palmo, di cui un’oncia e mezza sarà ristata con lo scappello.

Per tutto l’800 e oltre, nella contabilità della Amministrazione cavese le spese per la sistemazione delle pavimentazioni sono ricorrenti, con cadenza ormai annuali, a conferma che la basolatura richiede continue cure per i continui cedimeti e rotture. Non diverso immaginiamo il continuo lavoro di rialzo, integrazione e riscalpellatura per i calcari delle strade salentine.

I costi e gli altri difetti congeniti in questo sistema di pavimentazione stradale, più adatto alle ruote ferrate dei traìni animali che alle ruote gommate dei moderni autoveicoli,  porteranno alla completa scomparsa appena risultò disponibile e più economico il conglomerato bituminoso (asfalto).

Negli ultimi anni, è ripresa la tradizione della ribasolatura su ambiti storici o esclusivamente pedonali, con esiti incerti e conseguenze spesso deludenti, su cui esprimerò alcune considerazioni in un prossimo post appositamente dedicato.

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Autunno, cadono i solai

Ricomincia il lavoro dopo la pausa estiva e i primi tre cantieri sono tre solai da buttare giù. La demolizione è il momento della diagnosi più completa che si possa fare sul degrado che ha portato la struttura di copertura di un fabbricato a deteriorarsi fino al punto da dover essere sostituita così anzi tempo.

Si può saggiare la consistenza del calcestruzzo, la sua granulometria, la costipazione, la quantità, la posa e la conservazione dei ferri di armatura. E capire cosa non ha funzionato. Le strutture che vanno già sono della metà degli anni 70, un periodo di transizione tra le tipologie dei vecchi solai cosidetti “gettati in opera” e quelli attuali con travetto precompresso.  Tra i calcestruzzi impastati in cantiere e quelli preconfezionati forniti dagli impianti di produzione.

Questa volta la diagnosi è la più ricorrente e comune: una pessima posa dei ferri di armatura e un getto  dell’impasto altrettanto irresponsabile.

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Torna a casa la statuetta della Dea

Dopo quasi un anno di esposizione in un museo della Francia, torna a casa la statuetta bronzea della dea Atena ritrovata nel Centro Storico di Castro nell’area delle Capanne. Probabilmente esposta nel museo del Castello Aragonese a partire dal 4 luglio 2010.

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Arte e Architettura nell’Area di Castro

Tra Medioevo ed età Moderna – Castello Aragonese – Sabato 20 marzo 2010 -  ore 16,00

Da Blog PP – Architettura

Giornata di studio questo pomeriggio in occasione delle manifestazioni della Festa dell’Annunziata.

Da Blog PP – Architettura

Questo il Programma degli interventi:

Da Blog PP – Architettura

Un po troppo per un pomeriggio.Un solo argomento sarebbe bastato per una settimana di esposizione. E’ stato un peccato aver sprecato tanta competenza in veloci interventi.

Apre l’intervento Brunetti con una esposizione che contestualizza l’affermazione aragonese nelle Puglie e lo sviluppo delle costruzioni fortificate. Richiami sulle costruzioni contemporanee di Molfetta, Otranto, Copertino, Acaia.

Molti richiami alla nobiltà pugliese ed europea che sottese all’attività della fortificazione.

Più interessante, perchè meno note sono le basi della iconografia religiosa, l’intervento di Cassiano sulla rappresentazione della Annunciazione. Vengono esposti tutti i richiami letterari all’evento della Annunciazione, dai richiami dell’Antico Testamento, al Vangelo di Luca e di quelli apocrifi. Pochi elementi descrittivi, che ritorneranno, di secolo in secolo, ad accompagnare le raffigurazioni sacre dell’incontro di Gabriele con Maria. Lo sviluppo artistico delle raffigurazioni, dai maestri orientali, alla prima rappresentazione assoluta in Puglia di Carpignano, ai gusti angioini, rinascimentali fino all’ottocento. Una veloce proiezione di slade di alcune delle oltre cento tele dedicate all’Annunciazione nel Salento.

Doppio intervento di Cazzato e Politano sulle edilizie sacre nel territorio di Castro. Conventi, chiese, cappelle, portali, altari, colonne, in un percorso veloce dalla preistoria ai giorni nostri.

Nessuna ripresa, da recuperare almeno l’intervento sull’iconografia mariana.

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La Porta Terra a tranci

Il 16 novembre 1907 si comincia ad affettare le mura della Porta Terra.

Carmine Rizzo fu Salvatore, Nicola Lazzari di Ippaziantonio e Francesco Coluccia  di Medico, proprietari e domiciliati in Castro, sono a Vignacastrisi alla strada Barone davanti a Giovanni Bacile di Castiglione, figlio del barone Filippo di Spongano che su procura agisce per conto della Baronessa Colomba Rossi.

E’ presente il notaio Giannuzzi di Spongano che per prima cosa precisa che la baronessa è proprietaria del tratto di mura affianco alla Porta Terra in virtà di un acquisto del 1893 dal Demanio, con un atto di transizione annotato dal Ricevitore del Registro di Poggiardo nell’agosto dello stesso anno. Strana provenienza, si dava per scontato che i Rossi possedesero le mura e il castello da molti più anni (1785).

Comunque sia, il notaio specifica che si tratta del pezzo di mura affianco la Porta Terra (crollata qualche anno prima), e assegna l’acquisto:

- al signor Francesco Coluccia, per lire 94 e centesimi 81, il primo tratto di muraglione a ponente, secondo i segni già apposti. Confina su tre lati con la strada e per precisione si richiama il nome con cui è conosciuta questa parte: il carcere. Probabilmente compra il lotto per costruire la casa al figlio Giovanni ‘Panijancu’. Giovanni, sofferente di diabete, infatti abiterà al piano terra (dove morirà per le ustioni di un sigaro incautamente tenuto acceso nel letto) e il di lui figlio Floriano, noto come suonatore (pignataru) al piano primo. Floriano sarà padre di Angelo che con Anna Rita Lazzari genereranno nel 1997 il piccolo Floriano

- al signor Nicola Laz(z)ari, per lo stesso prezzo, il tratto seguente al primo verso est, che viene richiamato col nome conosciuto di Porta Vecchia. Il Nicola nato da Ippazio Antonio e Fersini Filomena nel 1869, probabilmente compra per se il pezzo di terra, ha solo 38 anni e forse già sposato con Concetta Merico. Sappiano che la casa fu effettivamente costruita e poi venduta.

-   a Carmine Rizzo, per 65 lire e 38 centesimi, un terzo tratto, che per non sbagliare si indica con termine usato in paese di Civile, probabilmente anch’esso carcere. Il Carmine è generalizzato come fu Salvatore, certamente il padre di Francesco Cicciu, Luigi Chiccurussu, Salvatore, Fiorino, Pasquale e Annunziata.

I tre paesani acquistano per demolire e costruirsi casa e la baronessa, per il suo procuratore, impone obblighi di spesa in particolare al signor Rizzo per premunirsi da crolli durante i lavori imponendogli di fare una camisa di muratura dopo lo scasso alla parte di muraglione ancora di sua proprietà.

Il Rizzo e il Coluccia si dichiarano analfabeti, il Lazzari invece sa firmare il rogito di suo pugno. Testimoni Angelo Urso di Giuseppe e Giuseppe Urso fu Michele di Vignacastrisi.

E’ il 1907 e Castro si affaccia fuori dalle sue mura per le prima volta.

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Il Castello passa di mano

Il 1983 la comunità di Castro riconquista il suo Castello. Dopo una lista infinita di nobili e potenti, la democrazia popolare si afferma, benchè con l’aiuto della solita moneta. Il castello è acquistato dalla famiglia Catalano che lo possiede dal 28 aprile 1968. Anzi, a possederlo da tale data sono i due colleghi medici, Gino CATALANO, chirurgo in Bari e Claudio MALAGUZZI VALERI, direttore dell’Istituto di Patologia Medica pure di Bari.

I due comprano da GUGLIELMO Angelo, possidente di Vignacastrisi, il Castello e le mura. L’atto lo potete leggere in modo integrale nelle scansioni allegate.

La scrittura precisa che Gino Catalano è già proprietario del “Mulino“, vale a dire la torre di sud-ovest delle mura medievali, che oggi molti chiamano col suo cognome.

Il venditore è l’ormai vecchio Angelo GUGLIELMO, nato nel 1883 e quindi con 85 anni compiuti. La scrittura notarile è nel suo palazzo di Vignacastrisi, in Piazza Umberto I, quel palazzo di fronte alla chiesa madre di Vignacastrisi che tanto ha agitato in questi anni gli abitanti e gli amministratori di quel paese. I due acquirenti comprano in parti uguali ed indivise.

L’intestazione catastale è ballerina: non ancora intestata al Guglielmo bensì, per il vecchio Catasto Fabbricati alla vecchia proprietaria ROSSI Colomba fu Francesco vedova De Rosa, mentre nel Nuovo Catasto Urbano è riportato come bene del Comune di Diso. Il GUGLIELMO Angelo aveva acquistato il bene in vendita ai colleghi medici Catalano e Malaguzzi, dalla baronessa Colomba Rossi il 24 febbraio 1921, per l’occasione recandosi a Napoli dove avvenne il rogito.

Col titolo di Barone, Gennaro ROSSI, antenato della Colomba, aveva a sua volta comprato dal Real Fisco nel 1785 quanto restava dei beni feudatari della Contea. Il titolo passò nel 7.12.1804 per donazione al nipote Giovan Battista Rossi che sarà l’ultimo feudatario di Castro essendo sciolta la feudalità nel 1806 da Napoleone.

L’atto con cui l’ultimo erede nobiliare vende al semplice possidente di Vignacastrisi è a cura del Notaio Sanseverino del 24  febbraio 1921 registrato in Napoli il 4 marzo 1921  al n.7630 volume 285 e trascritto in Lecce il  2 aprile detto ai nn. 10796/180896, cui sarebbe interessante dare un’occhiata per capire quali fossero le parti di mura, torri e castello in vendita nei due passaggi di proprietà del 1921 e del 1968.

Probabilmente la vendita è di fatto già conclusa da almeno un anno perchè già prima del rogito il Guglielmo comincia a “minacciare” il Castello per fini poco nobili. Lo sappiamo da un esposto che l’Ing G. Bacile di Castiglione fa alla Soprintendenza ai Monumenti del 2 aprile 1920. La lettera di denuncia è manoscritta di pugno del Bacile, in qualità di ispettore onorario dei monumenti e scavi dei mandamenti di Poggiardo e Ruffano

Alla R. Soprintendenza dei Monumenti della Puglia e del Molise.

Bari

Da informazioni fornite al sottoscritto risulta che gli eredi della defunta Baronessa di Castro, Signora COLOMBA ROSSI vedova DE ROSA, abbiano venduto, insieme con tutta la proprietà da loro posseduta in questo mandamento di Poggiardo, anche il Castello di Castro e la cinta di mura turrita; e che, a loro volta, i nuovi proprietari del castello e delle torri ne stiano trattando la vendita a degli speculatori del luogo, i quali ne farebbero l’acquisto allo scopo di tutto demolire per ricavarne materiale da costruzione.

A codesta R. Soprintendenza è ben noto come il castello di Castro, sebbene in stato di estremo abbandono ed in parte di rovina, rappresenti nel suo insieme uno degli esemplari più importanti e caratteristici dell’architettura feudale che possegga la nostra Puglia.

Anche la sua importanza storica è notevole, soprattutto per la resistenza eroica opposta ai reiterati attacchi del Turco, che più volte ne fece scempio (Anni 1480 - 1536 - 1537 – 1573) e per essere appartenuta infeudo alla illustri e potenti famiglie dei Del Balzo, Gattinara, Ruis di Castro Conti di Lemos.

Passato poi il feudo di Castro al R. fìsco fu venduto, negli ultimi anni del secolo XVIII alla famiglia ROSSI con titolo baronale.

Inoltre castello e torrioni presentano disposizioni difensive e particolari decorativi meritevoli di studio e di conservazione.

Ma la maggiore importanza del vecchio castello è senza dubbio dovuta al suo armonizzarsi perfetto con il panorama magnifico del luogo, uno dei più pittoreschi e suggestivi di tutta la nostra costiera salentina.

Demolire il castello e le torri di Castro sarebbe distruggere una vera visione di bellezza, che ha sempre suscitato il più schietto entusiasmo in quanti artisti ed uomini di cultura hanno visitato questo luogo.

A scongiurare tanta jatttura il sottoscritto si onora riferire quanto sopra ha esposto per quei provvedimenti urgenti che codesta R. Soprintendenza crederà del caso.

Il sottoscritto scrive da Roma, dove egli dovrà trattenersi ancora circa un mese per ragioni di salute, prima di ritornare a Spongano (Lecce) ove risiede la sua famiglia.

Intanto ha scritto urgentemente per conoscere ì nomi e domicilio dei nuovi proprietari del Castello di Castro, e ne darà comunicazione a codesto ufficio.

Con osservanza.

L’Ispettore onorario dei monumenti e scavi dei mandamenti di Poggiardo e Rujfano.

Ing. G. Bacile di Castiglione

Roma 2 aprile 1920 Via Mercadante -8-

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Facendo un passo indietro nella soria degli ultimi feudatari, il castello insieme a tutto il feudo della Contea di Castro, ritorna al Regio Demanio nel 1777 con la morte dell’ultimo conte aragonese Joaquín López de Zúñiga y Castro (1715-1777), succeduto, nel titolo di Conte di Castro, nel 1772, a una serie di nobili spagnoli quasi sempre residenti a Madrid meglio noti come Conti di Lemos, che annoveravano nella loro parentela il miglior sangue d’Europa e il meglio titolato. Gioacchino Lopez, nonostante tre matrimoni di cui uno annullato, non riesce ad avere eredi, nemmeno  per linee parallele. E spesso in tanti passaggi ereditari a lui antecendenti è spesso il nipote o il genero a subentrare nel titolo per assenza di prole maschile diretta.

La Reale Corte, dunque, dichiara a se i beni feudali di Castro e per alcuni anni i sui cittadini, dal 1777 al 1781, restano liberi da gravosi balzelli comitali. Nel 1781, tuttavia, si comincia a farne la stima in funzione di una futura vendita. Le Università (i cittadini) dei casali della contea propongono diverse soluzioni e si parano dalla probabile avidità del nuovo feudatario presentando opposizioni e riserve sugli effettivi diritti impositivi ormai residui a tante emancipazioni che le comunità aveva ormai raggiunto.

Il primo apprezzo, in effetti, porta a una stima esorbitande del feudo e si teme che debba essere smembrato in più parti concedendo ogni casale a un diverso barone piuttosto che l’intero feudo a un solo conte. L’asta pubblica, fissata con una nuova base d’asta ridotta rispetto al primo aprrezzo, svolta con le modalità dell’accensione della candela (bisognava fare offerte pubbliche a rialzo prima che la candella si spegnesse consumandosi) vide vincitore con 96.000 ducati il ricco negoziante napoletano Giovanni Battista ROSSI, detto Giobatta.

In questa occasione Giobatta,  si assicurà per 96.100 ducati anche il feudo di Caprarica di Lecce. Per cui con rogito dello stesso notaio Antonio Marinelli del 11 ottobre 1785 il vecchio napoletano si intesta personalmente i beni del feudo di Caprarica (ma non ancora il titolo nobiliare essendo probabilmente vivo il vecchio conte che vende i beni per debiti ma non il titolo) e intesta al figlio Gennaro Rossi la proprietà e il titolo del feudo di Castro.

Giovanni Battista 'Giobatta' Rossi e consorte

Il MONTEFUSCO afferma ancora, che due terzi del feudo dei laghi Alimini (l’altra quota è di pertinenza della Mensa arcivescovile di Otranto) nel 1789, di proprietà  del barone di Pisignano Marcello SEVERINO, vengono ceduti a Gennaro ROSSI, figlio di Giovan Battista, barone di Caprarica, al quale succede il fratello Gaetano, contro il quale la Regia Camera della Summaria invierà una lettera di significatoria per il pagamento del relevio nel 1802.

Il feudo di Caprarica col titolo di Barone passerà al figlio Liborio Rossi che acquisterà poi anche il feudo di Seclì, mentre il titolo e la proprietà della Contea di Castro passerà con donazione tra vivi del 7 dicembre 1804 direttamente al nipote omonimo Giovan Battista ROSSI, figlio del fratello Gaetano.  In caso di morte senza eredi maschi, il Giobatta lascia disposto che il feudo dovesse passare ad un altro suo nipote tale Francesco.

Giovan Battista è ancora minore al momento della donazione e solo nel 1829 sposerà tale Mariolina di Quadri (1806-1846) figlia di Raffaele e Margherita Caracciolo.

La legge 2 agosto 1806 offrirà alle Università la possibilità di affrancarsi dai pesi feudali e per questo possiamo terminare il titolo di conte di Castro con Giovan Battista Rossi ancora minorenne.

Essendo citata nell’atto di Vendita del castello sopra pubblicato, la baronessa Colomba ROSSI con la paternità di Francesco, non sappiamo con certezza se tale Francesco sia il secondo nipote investito nel testamento del Giobatta (in caso venisse meno la discendenza maschile del primo Giovan Battista) o se tale Francesco sia un figlio di Giovan Battista.

Colomba ROSSI, figlia di Francesco, vivente in Napoli, sposatasi con Andrea de Rosa, alienerà tutti i i beni privati in Castro e in particolare i tratti di mura e il castello con le torri. Anche la quota (2/3) di proprietà dei Laghi Alimini fu venduta nel 1903 ai Tamborrino per estinguere un debito del genero Andrea, mentre la quota della Mensa arcivescovile era già stata introitata nel Demanio marittimo nel 1866 con la confisca dei beni ecclesiastici.

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