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Castro, storia e cronaca di una piccola diocesi

Castro, storia e cronaca di una piccola diocesi

Chi persevera nel tramandare  le vecchie leggende, a citare pedissequamente ancora quegli autori  spesso a loro volta copisti o riciclatori di presunzioni altrui, tra cui anche nomi pesanti come quelli del De Giorgi, del Maggiulli o dei loro emuli, è avvisato. Non si fa più la storia copiando citazioni, vecchie enciclopedie, sentito dire o gli aver letto.

Filippo CERFEDA, pur nel garbo e nel rispetto che porta agli storici che lo hanno preceduto, non sente più il bisogno ormai più di consultarli. Nato e formato, anche professionalmente, in un ambito strettamente documentaristico, Cerfeda punta sempre alla fonte principale dell’informazione secondo un lungo paziente ma spesso molto fruttoso lavoro di ricerca.

Lunedì 19 settembre nel Castello di Castro ha rimarcato ancora una volta la necessità di ripartire anche per la storia della diocesi di Castro in ogni caso dal documento, sia esso uno scritto, una epigrafe o magari una statua del IV secolo avanti Cristo. Per lo studioso disino la storia di cui ci si può fisare per Castro parte da non più di 30 anni indietro, mentre quella già raccontata va tutta riverificata. Non a caso lo studioso più citato nella serata da Cerfeda è stato Angelo Lazzari che come lui per vie comuni ha sempre cercato in ogni modo di fissare la storia di Castro nei documenti e non più di tanto nella perseveranza letteraria.

La ricerca porta spesso a dei frutti e le novità esposte nella serata dedicata alla storia della piccola diocesi di Castro non sono mancate.

Ma prima di tutto, quello che si è capito dalla lunga esposizione del Cerfeda è che non ha più senso parlare di tante piccole storie patrie, ma bisogna muoversi su ambiti più allargati della singola terra, del singolo casale o della singola civitas che occuparono questa parte di costa adriatica. Non è possibile ormai leggere la storia di Castro senza quella di Diso o Marittima, per non dire anche di quella di Taurisano o di Tricase. Gli incastri tra l’umanità governata da un comune feudatario o da una unica diocesi vescovile sono infiniti, una umanità rimescolata dalle continue migrazioni di intere famiglie dal seicento a tutto il settecento, dall’azione di conventi, confraternite e devozioni comuni.

Per non parlare dell’intero ottocento dove le nascenti amministrazioni comunali si fondono e si dividono  cambiando continuamente le linee dei rispettivi territori e gli apparentementi delle varie frazioni. Ortelle dapprima con Spongano e poi autonomo, Castro con Diso e poi autonomo, Vitigliano dal legame con Ortelle a quello nuovo di Santa Cesarea Terme. Cerfignano che lascia il legame con Minervino e ritorna nella vecchia contea di Castro. Documenti amministrativi che restano o che si spostano, per non parlare delle aggregazioni scolastiche che vedono legato Castro a Castiglione piuttosto che col vicino Poggiardo. Chi è nato a Castro negli anni venti o trenta la pagella la ritira ancora a Spongano.

Le anticipazioni per cui è valsa sicuramente la presenza in sala alla esposizione della lunga successione di vescovi castrensi fatta dal Cerfeda sono, a mio avviso, almeno tre.

La prima, il rapporto tra la diocesi di Castro e quella di Otranto, e ancora il rapporto delle due diocesi superiori con l’abate mitriale di San Giuliano di Poggiardo. Accanto al famoso documento in cui si riporta il più antico nome di Poggiardo ad oggi conosciuto vale a dire la bolla pontificia di Martino V datata 1417,  c’è la scoperta di una importante presenza monacale in Poggiardo che ha dignità vescovile al punto da dover essere investita della carica direttamente dal papa.

La seconda, la conferma della costituzione della diocesi castrense in periodo bizantino col nome già più volte discusso tra gli studiosi di Paleocastro e questo grazie alla lettura dei codici di Casole conservati negli archivi vaticani.    La data della fondazione della diocesi, a volte portata al 682 a volte alla stessa data di costruzione della cattedrale (data anche questa molto ballerina) è stata fissata e confermata al 886, secondo una ipotesi inizata da Andrè Jacob e confermata dai Codici di Casole. Si chiarisce, sembra in modo abbastanza definitivo, che la diocesi di di Paleocastro aggregata alla metropoli di Santa Severina in Calabria nel X secolo (anno 886) fosse proprio quella di Castro, ultima diocesi costituita dai bizantini allorchè  le truppe di Niceforo Foca riconquistano l’Italia meridionale alla fine del IX e si sono già costituite le prime diocesi di Umbriatico, Cerenzia, Isola Capo Rizzuto e Gallipoli.

La terza, è forse la novità maggiore, la conferma del 1575 come anno della seconda distruzione di Castro da parte dei Turchi. La data è stata sempre finora un po ballerina al punto da rendere a volte quasi dubbia la stessa distruzione. La conferma è anche questa volta, nello stile del Cerfeda, esclusivamente documentale e si basa sul carteggio (1583) di un processo civile postumo alla distruzione di Castro che riporta nei dettagli alcuni eventi di quel giorno in cui si diede forse il colpo mortale alla piccola roccaforte ormai aragonese.

Il documento è ancora allo studio del Cerfeda che, da attento ricercatore, riesce sempre a cogliere nelle complete collezioni di relazioni vescovili, negli infiniti atti notarili, nei tanti censimenti da lui raccolti in questi anni, anche le tracce imporatnti della storia comune al nostro territorio e a collegare le singole vicende umane in contesti più universali. La vicenda, riportata nelle fredde formule di di un tribunale del 1583 (un Monitorio di Scomunica) una sorta di rogatoria di testimoni , pare presentare degli aspetti umani, anche un po da romanzo,  che speriamo di leggere per intero pubblicata dal Cerfeda quanto prima.

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