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Capite velato

Capite velato

I Sanniti prima e i Romani poi arrivarono inevitabilmente a scontrarsi con le colonie della Magna Grecia nell’Italia meridionale. E dopo l’iniziale scontro tra i due popoli italici (343-290 a.C) per la supremazia nell’Italia centrale, risoltosi con la prevalenza di Roma, lo sforzo di differenziarsi, anche nei simboli, dalle genti greche della costa, diventa per i Romani una priorità. Proiettati verso la conquista di tutta la penisola (Caduta di Taranto nel 272 a.C.), con i Sanniti sconfitti loro alleati e con le popolazioni dell’Adriatico che restano quasi indifferenti, i Romani hanno bisogno di una nuova simbologia e di dover ri-funzionalizzare a loro comodo i miti arcaici e questo sforzo sempre secondo una matrice che non sia assolutamente greca.

Si osserva già nel III secolo a.C. l’adozione sia da parte dei sanniti che dei romani di una simbologia che si proietta piuttosto verso la Grecia di oriente (troiana) che non quella di occidente (micenea o achea). Si attinge alla memoria e alla letteratura orale che ricorda una splendida e fortissima città che gareggia per potenza, cultura e valore con quelle greche a cui si rifanno invece le colonie italiote sulla costa. E il mito di un eroe assoluto, figlio di una dea che partì profugo da questa città resta l’optimum per tale scopo.

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Sono ormai conosciute e studiate (1) le trasformazioni adottate nella iconografia sacra italica nei templi di Privati a Castellamare di Stabia, di Punta Campanella, di quello dorico di Pompei, ecc.. in Campania che cominciano a vestire Atena la dea per eccellenza con elmi orientali (frigi) e non più col tradizionale elmo corinzio o attico. Non che sia provato che l’Atena troiana (iliaca) avesse l’elmo frigio, ma per i Romani, e i Sanniti che volevano dimostrare la nuova fedeltà ai vincitori,  l’importante era che non fosse greco e che ispirasse più la Grecia di oriente che di occidente.

Si è sempre detto che la Roma conquista la Grecia ma poi ne viene conquistata. In realtà quando Roma occuperà la penisola della Grecia degli usi e dei costumi dei greci conosce già tutto, e durante l’occupazione territoriale vera e propria (197 a.C.) delle eroiche città greche non restano ormai che le ceneri. E’ molto prima, nel confronto con le colonie greche dell’Italia meridionale che Roma conosce la Grecia classica, se ne alimenta nei modi opportuni ma se ne vuole differenziare.

Il gioco dell’amore-odio durerà per ancora molti secoli fino ad almeno la stesura dell’opera più nota di Virgilio. Il poeta romano per eccellenza tirerà fuori e utilizzerà tutto il repertorio dei miti che vengono narrati da dieci secoli su tutte le coste del Mediterraneo. La storia di una generazione di eroi che in una lunga battaglia decide i destini del mondo per i millenni successivi. Pare tutto successo nei dieci anni della guerra di Troia: Enea sconfitto parte per fondare Roma,  Diomede per acculturare l’Adriatico, Idomeneo a fondare città nel Capo Japigio, senza dimenticare l’origine dell’odio di Cartagine per Roma. È il big bang dei miti, che su questo scontro tra le cittá dell’Egeo si contrae per poi esplodere in tante versioni nei secoli successivi.

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Nella differenziazione simbolica con gli etruschi del nord e i greci del sud, oltre alla iconografia della dea Atena con un copricapo più orientale e comunque non greco, si avvia l’uso per i Romani del capo coperto nelle funzioni religiose. Anche questo Virgilio lo spiega come una precisa volontà di Enea ai Romani: se gli etruschi e i greci sacrificano a capo scoperto, i Romani dovranno farlo invece a capo coperto (Capite velato).

Quando Augusto riassumerà su di se ogni potere, anche quello sacro di pontefice massimo, le sue statue porteranno appunto il capo velato.

Per Virgilio esiste un punto di partenza del Velato Capite: il primo sacrificio di Enea in Italia. Sarà la prima volta che su suggerimento di Eleno, fratello gemello di Cassandra, anche lui profeta, ma ascoltato, che  l’eroe troiano si coprirà il capo e sempre nella sua profezia data ad Enea prima della partenza dalle coste albanesi, Eleno ordinerà a Enea di far rispettare l’usanza distintiva ai suoi discendenti nella nuova patria.

Probabilmente nel III secolo a.C. questa usanza viene consolidata nelle popolazioni laziali in funzione anti greca e poi ancora tre secoli dopo, come abbiamo appena detto, Virgilio ne spiega l’origine, vera o di comodo. Il gioco di Virgilio è ampiamente noto: stabilire una ascendenza nobilissima al suo imperatore, assolutamente non greca, meglio se divina. Il mito di Enea per questo scopo è perfetto, eroe troiano e figlio di Venere. Dalle poche tracce dei poemi omerici Virgilio tira fuori una trama al passato che si presta perfettamente al suo attuale e ai suoi scopi.

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Il mito è la cosa più reale che possa esistere. Potete stare certi che se tra due popoli antichi del mediterraneo si fosse giurato sugli dei un patto territoriale, di co-belligeranza o commerciale, su qualche dipinto o su un vaso o su un gruppo scultoreo l’artista di turno avrebbe immediatamente fissato il mito di Aiace e Cassandra a memento del rispetto del patto. Il mito arcaico della violenza portata da Aiace nella conquista di Troia verso la statua di Atena a cui si era aggrappata Cassandra ricorda a tutti che i patti giurati davanti agli dei vanno puniti e che se il singolo cittadino che avrà infranto la regola non verrà punito dalla sua gente, questo porterà pena su tutto il suo popolo.

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Ognuno rifunzionalizza il mito arcaico a suo beneficio nel momento del bisogno. Ai Romani l’offesa di Aiace ( Aen. I, 39-45) spiega il voltafaccia di Atena che prima alleata degli Achei li insegue per mare e ne affonda la flotta (Aen. II, 176-194). Idomeneo è costretto a giurare il sacrificio del primo uomo trovato sul molo di Creta (il figlio !) se la sua flotta arriverà sana e salva. Per Diomede, ladro del Palladio, il talismano che protegge la città che lo possiede, la dea  si prodiga affinché arrivi presto a casa perché lo possa punire con più cura.

Atena, la più potente dea del Mediterraneo, ha voltato la faccia ai greci e ora guarda ai troiani. Il Palladio che rende invincibile la città che lo possiede deve passare dall’antica Troia alla nuova ascendente potenza italica, Roma. E la letteratura romana è pronta a riconfezionare il mito: Diomede dovrà consegnare il Palladio ad Enea.

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In un Mediterraneo ormai coperto da navi che corrono tutte le rotte dal Libano fino a Marsiglia, Atena, dea della saggezza, si specializza nell’arte nautica. I suoi templi saranno costruiti sui promontori di tutta la costa a guida e protezione.  Per Virgilio, è alla nuova amica divina dei Troiani che si deve la sapienza di Nautes, il consigliere anziano di Enea “reso insigne di molta arte dalla tritonia Pallade” (Aen. V, 704-705) . Nautes, il cui nome è un evidente riferimento all’arte nautica, non solo guida la flotta ma sarà secondo Servio (Servio, ad Aen. II, 166; III, 404 e 545) l’uomo a cui Diomede nell’Athenaion di Capo Japigio (Castrum Minervae) consegna il Palladio.

E’ tutto qui: Enea sta sacrificando alla dea ma, come preavvisato da Eleno, per non interrompere il rito deve nascondere il suo volto a Diomede che viene nello stesso giorno a restituire il Palladio.

Diomede è ormai stanco della continua vendetta della dea, è stanco della guerra. Vuole solo passare il talismano divino che ha rubato ai suoi vecchi proprietari e con questo per metafora ai nuovi Romani. Sarà proprio la gens Nautes a custodire a Roma i Sacra Minervae (Servio, ad Aen. III, 407). Andrà a nord nell’Adriatico a fondare città da Foggia fino ad Ancona e portare civiltà da quelle parti. Quando i laziali di Turno gli chiederanno aiuto contro il vecchio nemico troiano arrivato alla foce del Tevere, Diomede declinerà l’invito e i miti romani ricorderanno ancora una volta Diomede e il gesto di pace di Castrum Minervae. L’alleanza tra laziali e genti dell’Adriatico sarà vitale per le sorti di Roma nelle guerre annibaliche.

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Il giorno dello sbarco di Enea e del primo sacrificio al tempio di Atena a Castrum Minervae non ci è ovviamente nota, ma cinematograficamente sarebbe stata da Oscar.

Virgilio, tramite Eleno, ha avvisato Enea che su quelle coste Idomeneo ha portato le sue genti e che le popolazioni possono essergli ostili in quanto nella guerra troiana i cretesi erano alleati dei greci. Triste è la storia di Idomeneo costretto a dover sacrificare il figlio per un voto agli dei, ma che pur di non rispettarlo se ne va in esilio da Creta a fondare nuove città nel Salento. E strana è l’assonanza del vecchio nome di Castrum Minervae (LIK) e di Lecce col nome proprio di Idomeneo, Lictius.

E poi l’arrivo del nemico Diomede. Non è lo scontro tra Achille ed Ettore il vero duello della guerra di Troia, ma quello tra Enea e Diomede più volte iniziato e mai finito. Sono i campioni dei rispettivi campi, entrambi recordman di nemici uccisi, oltre 80 a testa. Diomede vanta pure una dea ferita alla mano e Marte spedito in infermeria.

Ma Enea si nasconde sotto un rosso mantello, il Palladio lo ritira da uno stanco Diomede il suo consigliere Nautes. E il mondo può così continuare ad adattare il suo presente ai miti del passato.

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Alla fine del mese di giugno del 2015 a Castro, quasi ce ne fosse ormai bisogno, si tirano fuori i resti di un tempio dorico del IV secolo a.C.. Statue, fregi, colonne, architravi, metope, capitelli, cornici e lastre di copertura, di ogni elemento architettonico almeno un pezzo.

In un giorno soltanto si chiude definitivamente la ricerca degli studiosi di letteratura antica sulla località in cui è ubicato il Castrum Minervae di Virgilio, di Strabone, di Licofrone (2) , di Servio e di centinaia di commentari e storici antichi e moderni. Il Prof. Francesco D’Andria ci aveva già messo la faccia anni fa in questa scoperta: che sul promontorio di Castro ci fosse un tempio dedicato a Minerva erano già bastevoli le prove raccolte dal 2006. Davanti a quello che si è trovato nel 2015 ormai ogni archeologo, anche di fama, non avrebbe ormai alcun pudore a dire che si in piena Messapia c’è stato un tempio dorico.

Era solo questo l’elemento che non teneva insieme il piano letterario della faccenda: ammettere che nella Messapia dura e pura, arcinemica di Taranto, dotata di un proprio Pantheon e di proprie usanze, potesse essere eretto un tempio dorico.

Per l’archeologia ufficiale i tempi dorici seguono la via principale della colonizzazione che va da Taranto fino alla Sicilia passando per tutta l’attuale Calabria, ma mai nel Salento meridionale. E in anni di vanitose appropriazioni da parte di tutti centri della costa adriatica del mito di Enea fino a questo decennio non si era riusciti a trovare neppure una pietra.

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Ora se il piano letterario, compreso di miti, poemi e suggestioni può dirsi chiuso e ogni turista può sedersi davanti ai lastroni delle Capanne sentendosi un po’ anche lui il sommo poeta romano, la faccenda rimbalza a bomba nel campo dell’archeologia ufficiale che da questo momento dovrà spiegare appunto la presenza di un tempio dorico in ambiente messapico.

Per la precisione ad oggi in località Capanne sono state ritrovate sia le basi di un tempio del periodo repubblicano romano (509-31 a.C), vale a dire sotto la dominazione romana quando ancora il regime di governo era in mano del Senato, e che potrebbe essere il tempio visto coi suoi stessi occhi da Virgilio nei suoi numerosi viaggi nell’Italia meridionale e verso la Grecia, sia i resti architettonici e forse anche le mura di fondazione di un tempio ancora più antico del IV secolo a.C. a cui compete il busto, la balaustra, le colonne e tutti gli elementi architettonici in pietra leccese che si sono fino ad ora raccolti nei primi mesi del 2015.

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E’ proprio di questo tempio che vorremmo che la scienza ci spiegasse la natura e vorremmo pure che qualcuno più bravo di noi nell’arte dei miti ci spiegasse meglio cosa é successo quel giorno che Enea profugo prese la cittadinanza italiana, quel giorno che le guide turistiche chiamano semplicemente lo sbarco di Enea.

(1) L’iconografia di Atena con elmo frigio in Italia meridionale – Atti della Giornata di studi – Fisciano 12.6.1998 a cura di Luca Cerchiai – Loffredo Editore.

(2) Alessandra (Cassandra) di Licofrone v.850-855 “E ogni cosa sopporterà per la cagna di Aigys, madre di figlie femmine e tre volte moglie. Si recherà ramingo presso l’esercito degli Iapigi e alla vergine che disarma i nemici darà in dono un cratere di Tamasso, uno scudo di cuoio ed i calzari eumaridi della consorte.” – Sull’errare di Menelao alla ricerca di Elena.

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