Tra i tanti mestieri scomparsi era il più praticato. Lo zappatore. Eppure nelle tante mostre e celebrazioni dei vecchi mestieri è raro persino trovarlo citato, come per i tagliatori di pietra (zoccaturi) e tanti altri mestieri diffusissimi, praticati fino al dopoguerra e pare quasi mai esistiti.

Quello nella foto è un antu (gruppo di lavoratori che si muove in linea) di zappatori. Scarpe robuste, ghette di tela dura per proteggersi i pantaloni e la caduta di terra nelle scarpe, zappa e rasula. La rasula era un raschiatoio in ferro per pulire la lama della zappa dalla terra, specie se umida, che si vi incollava. La zappa era personale, ognuno aveva la sua, con manico e di peso preferito. La lama, a furia di penetrare nel terreno, si lisciava e si consumava. Il ferraro del paese a quel punto vi saldava a caldo battendo i pezzi sull’incudine una punta nuova. In dialetto il pezzo di acciaio saldato era detto zzaru (acciaio) e la zappa appena sistemata si diceva che fosse stata azzarisciata. Nel giocoso doppio senso popolare la cosa da azzarisciare per prepararsi a qualcosa di più carnale era un’altra e i più vecchi sanno cosa. Nelle arrabbiature, invece, “mandare uno a zappare” equivaleva a mandarlo al diavolo.

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