A volte ritornano – Il Cocciopesto

Mese dedicato a problematiche sui pavimenti in cocciopesto che qualcuno sta facendo ritornare di moda. Era dal tempo dei Romani che non se ne parlava, ma oggi qualche architetto sperimentatore lo sta tirando fuori. Lo si sta usando con effetti tutto sommato gradevoli nelle facciate dei centri storici quando non si vuole sostituire l’aspetto vissuto della vecchia parete con una fredda facciata perfettamente lisciata monocolore. Con esiti più discutibili nei restauri delle pavimentazioni interne  dove l’esito, specie strutturale, è aleatorio.

Manco a parlarne me ne viene fuori uno di questi pavimenti in modo imprevisto ed imprevedibile in un ammasso ai margini di uno scavo di terra rossa. Solo dopo la pulizia del fronte e l’esame da molto vicino si capisce che non è uno scarico recente di pietrame ma un residuo di un pavimento, forse nemmeno legato a una struttura abitativa vera e propria.

L’ammasso ritrovato durante lo scavo

Quello che resta nell’ammasso di terra rossa scavato e nei riporti successivi è solo questo metro di impasti e pietre che ho fotografato. Sembrano due pavimenti di epoche successive, uno sull’altro. Ho raccolto un pezzo di quello superiore e me lo sono osservato per bene. Sono tre strati di cocciopesto che probabilmente è di epoca romana vista la quota e il contesto in cui si trova.

Qualche giorno fa ho sezionato il pezzo con il taglio di una lama ad acqua per metterne in evidenza la trama.

Sezione verticale – I tre strati sovrapposti

 Su uno strato inferiore  molto alto (che non si è conservato integro nel campione fotografato) di malta di calce e sabbia in alcuni punti anche di 15 cm di spessore, c’è un secondo strato di vero e proprio cocciopesto di circa 5-6 cm formato da malta di sabbia e calce e laterizi macinato in forma più grossolana. Sono laterizi di diverso colore, forse provenienti da una particolare ricchezza di laterizi di scarto. I due strati inferiori sono chiaramente gettati fresco su fresco.

In alto c’è lo strato più resistente idoneo all’usura quotidiana di circa 1-2 cm realizzato con la stessa matrice di malta ma con laterizi macinati più fini. E’ gettato dopo un certo indurimento dello strato inferiore, forse un’attesa tecnica per aspettare la stabilizzazione dei ritiri dello strato sottostante.

Di questo spessore di pavimento ne ho visti pochi, forse era la base a una struttura che sopportava un certo carico, ma vista l’assenza di un contesto laterale a questi pochi palmi di ritrovamento è difficile da capire. L’esperto comunque dice che può essere solo di epoca romana.

Fino all’avvento del cemento Portland la tecnica del cocciopesto, più o meno integrata dall’uso di pozzolana, era l’unico modo conosciuto per intonacare pareti di stanze e cisterne e realizzare pavimenti a getto monolitici. In pratica avere delle malte che indurissero e conservassero stabilmente l’indurimento anche in ambienti umidi o contenenti liquidi, cosa che la malta di sola calce tradizionale non ha, tant’è che in edilizia si dividono ancora oggi  le malte (e in genere tutte le miscele di conglomerato) in due famiglie principali: quelle delle malte aeree e quelle delle malte idrauliche. Le prime induriscono solo se sono esposte all’aria asciutta (con una sufficiente disponibilità di anidride carbonica, come per esempio l’aria che respiriamo), le seconde induriscono anche in ambiente umido o affandate sott’acqua. Un pavimento a base di calce e con un’inerte sabbioso o calcareo, di un certo spessore, posato su un terreno umido avrebbe poche possibilità di indurire in modo permanente. E’ solo il contatto con l’anidride carbonica presente nell’aria che legandosi all’idrossido di calce (la calcina dei muratori e intonacatori) favorisce fa formazione del calcare resistente e stabile. La permeazione profonda dell’anidride carbonica risulta più difficile negli strati di getto maggiore, spesso impossibile, in strati massicci come i pavimenti e i sottofondi dei pavimenti. Il fenomeno della carbonatazione (che avviene anche nel cemento comune) è nel cocciopesto favorito dalla presenza del laterizio triturato, per cui può anche indurire in assenza di aria o di saturazione d’acqua (che impedisce la permeazione dell’aria). E’ questo il motivo per cui i vecchi intonaci sono più duri sugli intradossi delle vecchie volte o vicino i camini dove l’anidride carbonica si è accumulata o prodotta.

Ogni bravo intonacatore, che usi ancora malte di calce e tufina, senza nessun cemento idraulico come integrazione, sa che deve miscelare il giusto rapporto di tufina e calche (3 a 1) per avere la giusta microporosità dell’intonaco che permetterà la veicolazione dell’anidride carbonica. Poca calce comporta una debolezza strutturale, troppa calce lo strato tarderà ad indurire. Per questo non si pittura subito un intonaco di calce fresco (a meno che non si voglia realizzare un dipinto a fresco) e a nulla serve soffiarli sopra aria calda se non si realizza la reazione chimica calce+anidride carbonica della carbonatazione.

Ed anche il moderno cemento Portland è molto affine al cocciopesto essendo derivato proprio dalla cottura congiunta e contemporanea  di argilla (che cotta separatamente avrebbe dato il coccio) e da calcare (che cotto separatamente avrebbe dato la calce). Il punto debole del cemento Portland, antenato dei nostri cementi moderni, era la solubilità in acque pure per cui anch’esso oggi si stabilizza con la stessa polvere di origine vulcanica che conosciamo col nome di pozzolana. Dall’aggiunta di una certa percentuale di pozzolana nella farina di cemento Portland (il cemento dagli altoforni esce fuori come palline e va macinato) si ottine il noto cemento pozzolanico commerciale che si vende nei negozi di materiale edile e usato per confezionare calcestruzzi per cemento armato e non. Se al posto della pozzolana viene usata la loppa di scarto degli altoforni che estraggono il ferro dal minerale, che ha le stesse proprietà della pozzolana,  il cemento si commercializza come cemento d’altoforno e si riconosce a volte per qualche bavetta di ruggine dopo i getti.

Lo strato inferiore, realizzato con una tecnica più approssimativa.

Localmente, il cocciopesto è più facile che sia riconosciuto come triula, il macinato di laterizio (spesso tegole rotte e ogni cosa di scarto si recuperasse) che occupava molte ore di lavoro a pestare il coccio fino alla ganulometria richiesta dal lavoro a cui era destinato. Più fine per strati sottili di finitura, più grossolana per gli strati profondi di ripartizione della pressione del carico o di spianatura.

Dalla triula derivano il termi triulare, riferito al parlare continuamente senza sosta, o disturbare continuamente, oppure farsi a triula nel senso di essersi rotto a pezzettini. L’attività di pestare cocci era una occupazione paziente e lunghissima, che in parte si è trasferita nella prima produzione manuale di brecce per impasti e livellamenti di strade (il friccio) e non poteva non trasportarsi nel linguaggo corrente.

L’impiego più massiccio e più recente del cocciopesto (o della triula) nell’edilizia salentina è legato alle coperture dei lastricati solari realizzati con strati continui di cocciopesto (lastricu o astricu) e alcune cisterne d’acqua piovana. Sono pavimentazioni solari che ancora caratterizzano l’aspetto dei nostri centri storici. Con l’arrivo del cemento, dai primi cementifici della provincia barese, all’inizio del novecento il cocciopesto  fu completamente abbandonato in favore della chianca di pietra leccese col giunto di cemento ordinario.

Ma a volte ritornano.

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